Alla base della questione conflittuale tra professioni culturali e volontariato ci sono tre temi: quello del riconoscimento del lavoro, quello del modello più idoneo e quello delle competenze. E’ da qui che bisogna partire. Lo hanno evidenziato Giovanna Barni e Letizia Casuccio, rispettivamente presidente e direttore generale di CoopCulture, intervenendo nel corso di un’audizione al Senato di fronte alla Commissione Cultura nell’ambito dell’indagine su “Volontariato e professioni dei beni culturali”.

IL RICONOSCIMENTO

“La questione del riconoscimento - hanno spiegato -, molto parzialmente risolta con la legge del 2014 e la piattaforma delle Professioni dei Beni Culturali del 2019, è un tema grave di cui la sovrapposizione del volontariato al lavoro rappresenta solo la punta dell’iceberg: in generale il lavoro culturale, in tutti gli ambiti, come è emerso fortemente in questi mesi, è condizionato da una sottostima e da un forte precariato. Ne parlavano già prima e ancora più oggi gli archeologi e storici dell’arte, le guide turistiche, come anche tutti i professionisti dello spettacolo, le cui condizioni sono state finalmente oggetto di attenzione in questi ultimi mesi”. Il cuore del problema “consiste nell’assenza di coerenza tra titoli di studio, le mansioni per cui gli operatori vengono coinvolti o assunti, i fabbisogni delle istituzioni culturali e del mercato - e quindi il reale utilizzo -, e infine il riconoscimento contrattuale ed economico”.

IL MODELLO

Quali sono questi modelli in grado di aumentare anziché ridurre, di moltiplicare anziché frenare, di ampliare anziché escludere? “A fronte di un patrimonio culturale immenso e diffuso da una parte e di una richiesta enorme di lavoro dall’altra (basti pensare che circa il 35% di laureati italiani, lo sono in discipline umanistiche) il modello non può essere certo solo quello incentrato esclusivamente sulla parte pubblica, o quello basato su esclusive e privilegi di singole categorie di lavoratori, quanto piuttosto un nuovo modello collaborativo e non competitivo tra pubblico, privato e società civile, anche alla luce della finalmente ratificata Convenzione di Faro, un modello che vede unitamente i diversi attori nella coprogettazione di gestioni sostenibili, innanzitutto quanto a lavoro dignitoso e di qualità, e poi nella capacità di attivare, attraverso un’offerta più diffusa, ampia e plurale, uno sviluppo sostenibile dei territori”. 

Serve “un patto strategico tra tutti i diversi attori per la costruzione di un nuovo ecosistema unitario e integrato della cultura e della creatività, che abbia come obiettivo la pianificazione di un’offerta più ampia e plurale per pubblici diversi, di promozione e diffusione di nuova domanda, anche per superare il grave gap educativo del Paese, quanto di governo dei flussi turistici, verso anche destinazioni nuove e diverse, per superare condizionamenti e interessi dei giganti del web che hanno invece liberamente sfruttato i nostri attrattori culturali non restituendo al Paese né in termini di lavoro qualificato né in termini di tasse, diversamente da quanto avrebbero fatto le ICC italiane”.

LE COMPETENZE

Quali sono le competenze necessarie per queste nuove sfide che vedono cultura e patrimonio culturale come fulcro di coesione, innovazione e sviluppo sostenibile? “Non bastano i profili tradizionali, ma neppure solo addetti amministrativi o all’accoglienza, oggi oggetto di una nuova tornata di assunzioni ministeriali. Servono competenze ibride, legate ad un investimento innovativo nella formazione, ricucendo quella frattura profonda che divide il mondo dell’educazione e della formazione da quello dell’ impresa culturale; i saperi verticali dalle competenze trasversali che servono oggi, tanto nel pubblico quanto nel privato, per interagire e finalizzare al potenziamento della fruizione; le potenzialità offerte dalla digitalizzazione e dall’intelligenza artificiale, per le co progettazioni strategiche territoriali che possono generare lavoro e sviluppo sostenibile anche nelle aree marginali del Paese, per il rilancio e la internalizzazione del Brand Italia e del Made in Italy e per la diplomazia culturale, tanto per citare solo alcuni ambiti toccati dalle nuove sfide culturali. Si legge che politiche che rafforzino l’aggiornamento delle competenze e la connessione tra mondo del lavoro, imprese e istruzione siano una delle raccomandazioni del Consiglio Europeo all’Italia per il Next Generation Eu. L’auspicio è che questo investimento nel capitale umano diventi anche un indirizzo strategico del nostro settore”.

 

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