In Italia da tempo agiscono sui territori nuovi soggetti sociali - frammenti di nuovo civismo, giovani creativi, professionisti precari,  comunità latenti, attivisti- che usano gli spazi e li trasformano in luoghi. Aprono porte, sperimentano linguaggi della contemporaneità, mischiano competenze e punti di vista. Sono attivatori di nuove scintille sociali e di nuove forme di produzione della catena del valore.

Sono luoghi che stanno ai margini, negli sfridi. Nelle periferie urbane, nei piccoli paesi, nelle ex fabbriche, negli ex asilo, nelle ex caserme, nelle ex stazioni. Sono luoghi che colonizzano l’ex-qualcosa e gli ridanno gambe. Ridanno significato contemporaneo ai vuoti lasciati dal ‘900 senza cadere nella tentazione del contenitore senza contenuto. Si occupano della carne dei luoghi e già che ci sono curano pure la pietra.

Sono luoghi dove si sperimentano contemporaneità e nuovi modelli di coabitazione. Agiscono spesso in contesti difficili, diseguali, faticosi ma incredibilmente contemporanei.

Vanno in filigrana, non fanno audience engagement perché sono costitutivamente engaged. Sperimentano le diseguaglianze globali che precipitano in un angolo di strada senza avere gli strumenti – ne’ il potere - per sentirsi al centro. Producono prossimità, resilienza, adattamento, poetiche. Intercettano futuri distopici o energie collettive che, quando si è al centro, non si vedono e non si percepiscono.

ESSERI IBRIDI (oltre il  CODICE ATECO)

Sono luoghi che spesso Intercettano le politiche pubbliche, talvolta diventano interlocutori delle Pubbliche Amministrazioni e degli Enti di filantropia.  Si prendono cura delle relazioni sociali, intorno e dentro i luoghi.

Cercano strade tra normative difficili da interpretare e competenze sempre più rare da trovare.

Hanno motivazioni civiche che li rendono tenaci e testardi nell’immaginare futuro agendo quotidianamente tra difficoltà, procedure, stop-and-go autorizzativi, difficoltà di accesso al credito e di pianificazione finanziaria. Rischiano continuamente la precarietà quando avrebbero bisogno di continuità e sedimentazione

Questi luoghi hanno - nella loro diversità dei modelli gestionali, delle attività che ospitano o generano, delle modalità di funzionamento, dei saperi che li abitano e li animano - alcune caratteristiche comuni.

Sono luoghi che ibridano funzioni, servizi, pratiche, culture, persone. Pubblico e privato, civismo e politiche pubbliche.

Sono luoghi che nascono da una spinta, da una scintilla che poi si trasforma e trasforma lo spazio abitato delle città.

Come scrive Didi- Hubermann, “stanno in disparte rispetto al regno della gloria, nella lacuna aperta tra il passato e il futuro. Si riformano in comunità di desiderio, comunità di bagliori, di danze malgrado tutto, di pensieri da trasmettere”. Non tutti lo fanno, non tutti ci riescono, ma questa è la spinta.

Modificano le maglie rigide delle dicotomie consuete: pubblico VS. privato, no-profit e for-profit, sociale e culturale, economico e tecnologico.

Non hanno un codice ATECO univoco. Non hanno ristori perché sfuggono alla matrice rigida del lavoro e dell’impresa. Sono lo specchio della frammentazione del lavoro, della fluidità delle competenze, dell’osmosi tra dentro e fuori.

Sono luoghi che scardinano l’idea della fruizione culturale come tempo libero, come dopo-lavoro, come intrattenimento. Spesso sono lavoro, lo producono, se lo inventano. Sono luoghi che cambiano le mappe del lavoro novecentesco, dell'articolo 1 della Costituzione, che generano un nuovo senso di cittadinanza costruito su nuove comunità culturali. Plurali e meticce.

Sono  laboratori in cui  si sperimentano nuove forme di fruizione, nuove offerte sociali e culturali,  nuovi modelli di relazioni con le istituzioni, nuovi modelli di apprendimento reciproco per tutti gli attori in campo. Contribuiscono ad annodare reti di sostegno ed inclusione come risposta alle solitudini urbane ed alla precarietà generazionale.

Sono luoghi della cura. Si fanno cura quando si interrogano su benessere di una comunità e agiscono negli interstizi delle relazioni.

Però vengono sempre declinati in negazione: non sono istituzioni culturali, non sono centri sociali, non sono centri anziani, centri giovanili.

In una visione  del ‘900 che classifica per target e capitoli di bilancio, questo luoghi non stanno da nessuna parte: né’ nelle politiche culturali, né’ in quelle sociali, neppure in quelle territoriali. Neppure in quelle del marketing glorioso dei grandi eventi che promettono meraviglie.

Sono imprese ma non sono imprese. Servono, ma non esistono. Devono essere sostenibili ma se fanno attività commerciale il codice ATECO non funziona e comunque non funzionerà la concessione del Comune. Devono essere accessibili e di bassa soglia, ma non vengono riconosciuti come servizi essenziali. Quando chiudono - come oggi - lasciano fuori dalla porta bambini, ragazzi, donne, rifugiati, anziani, giovani. Sono luoghi che, quando chiudono, lasciano soli.

In questi spazi si esce dal ‘900 e si entra in una nuova arena dove si disegna un tragitto culturale inedito, inesplorato e difficile da decifrare. Però siamo condannati a vivere tempi interessanti, dice un proverbio cinese. Ci tocca.

PERCHE’ UNA RETE: USCIRE DALL PRECARIETA’ E DALLA SOLITUDINE PER STRINGERE ALLEANZE E COSTRUIRE NUOVI PARADIGMI

L’urgenza di promuovere una rete come Lo Stato dei Luoghi nasce da lontano. Dal pulviscolo di pratiche disseminate per il paese che hanno scoperto di essere simili:

  • Dalla continua precarietà dipendente da una cassetta degli attrezzi giuridica e amministrativa obsoleta.
  • Dalla consapevolezza che è difficile raccontare i processi, i risultati o i fallimenti se non c’è un apparato cognitivo istituzionale pronto a capirli.
  • Dalla volontà collettiva di farsi parte di un cambio di paradigma che imponga valutazione di impatto, attenzione ai processi più che ai progetti, comprensione che le infrastrutture sociali, oggi, costituiscono la produzione di valore dei territori. E quindi la creazione di nuove metriche, inedite.

Per fare questo abbiamo bisogno di andare oltre la dimensione “pubblico/privato” come è stata declinata negli  anni ’90 e nei decenni a seguire, dove spesso il pubblico era più privato del privato.

 Abbiamo bisogno  che le istituzioni culturali del nuovo millennio si contaminino e si assumano o la responsabilità di contribuire a nuove visioni di società. Abbiamo bisogno che la si smetta con la retorica dei Musei, dei Teatri come luoghi per andare oltre il quotidiano - magari facendo un bando perché acquistino nuove collezioni in epoca di pandemia e distanziamento sociale. Noi siamo immersi nel quotidiano e riteniamo che tutti, oggi, abbiano la responsabilità del quotidiano lanciando traiettorie di futuro

I sapiens è da qualche milione di anni che uniscono l’utile al futile. La caccia al mammuth e le incisioni rupestri. L’utile e il futile sono parti essenziali del cammino umano, ne costituiscono l’essenza e la cura.

Lo Stato dei Luoghi vuole contribuire a questo cammino collettivo: ha delle cose da dire, ha delle cose da ascoltare. Tiene insieme periferie delle grandi città con i paesi delle aree interne del Piemonte o della Puglia, il nord e il sud isole comprese. In questi anni ha tenuto le orecchie al suolo per ascoltare le vibrazioni e le tracce del cambiamento. Agire nella complessità è come una gravidanza travagliata piena di dubbi, paure e sogni, fatica e fantasia. L’era pandemica ci ha consegnato una complessità che ha bisogno di tutti gli sforzi collettivi per capire come uscirne, in nome di un welfare culturale che abbia al centro un nuovo concetto di cura.

Lo Stato dei Luoghi non vuole rivendicare attenzione, vuole costruire attenzioni.

A Marsiglia, racconta J.C Izzo, si deve essere Chourmo. In provenzale significa ciurma: i rematori della galera. Il suo scopo è che la gente si incontri, “si immischi”. Esiste uno spirito Chourmo: non sei di un quartiere, di una periferia. Sei chourmo, nella stessa galera, a remare. Per uscirne fuori, insieme.

Quando l’azione culturale si fa Chourmo, prende parte al Chourmo, gli dona una scintilla di immaginario allora esplodono energie e, forse, si può anche collettivamente guardare oltre la linea dell’orizzonte.

Noi vogliamo essere  Chourmo. Per uscirne fuori, insieme.

E’ il senso dell’essere qui, oggi. #siamochourmo

ABSTRACT

On the occasion of the presentation of the association The State of Places on October 30, 2020, Ilda Curti gave an introductory lecture. In Italy, new social subjects have been operating in the territories for some time - fragments of a new civic spirit, young creative people, precarious professionals, latent communities, activists - who use spaces and transform them into places. They are laboratories in which new forms of use are experimented, new social and cultural offers, new models of relations with institutions, new models of mutual learning for all the players in the field. The urgency to promote a network like The State of Places arose from afar. From the dust of practices scattered around the country that have discovered to be similar: from the continuous precariousness dependent on an obsolete legal and administrative toolbox; from the awareness that it is difficult to tell about processes, results or failures if there is no institutional cognitive apparatus ready to understand them; from the collective desire to be part of a paradigm shift that imposes impact assessment, attention to processes rather than projects, understanding that social infrastructures, today, constitute the core of value production in territories. And therefore the creation of new, unpublished metrics.

 

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