La questione della dimensione digitale per il patrimonio culturale non è ai primi passi, e non mancano conoscenze ed esperienze; tuttavia, la pandemia ne ha accelerato l’utilizzo, generando moltissime iniziative, e costringendo tutti ad approcciare il tema con maggiore consapevolezza. La XV edizione di Ravello Lab- Colloqui Internazionali ha dedicato perciò al tema uno dei suoi panel di lavoro, consentendo un confronto tra studiosi, esperti ed operatori molto stimolante, che – come d’abitudine – confluiranno nelle “raccomandazioni” che ogni anno quei lavori generano. Ciò che segue è una serie di appunti che, presiedendo il tavolo, ho avuto il privilegio di poter raccogliere.

QUESTIONI ONTOLOGICHE

È emersa innanzitutto una evidente necessità di rivolgere maggiore attenzione al dibattito teorico e al pensiero contemporanei; il sapere ha un evidente connotato accumulativo, e gli studi, le ricerche, i confronti di oggi aggiungono profili di conoscenza che vanno più e meglio contemplati.

Del vasto universo che afferisce al “digitale”, e del suo rapporto con le questioni culturali, viene in rilievo anzitutto un aspetto ontologico: per quanto si avvertano delle differenze tra gli elementi del patrimonio culturale, e in particolare per quelli performativi, c’è una tendenza a tenere distinto ciò che viene “digitalizzato”, e ciò che sorge, nativamente, in digitale.

La digitalizzazione non può essere la riproduzione mera, una funzione ben nota ed oggetto di ampie consapevolezze già nel secolo scorso, allorché si poteva discutere di un’ “epoca di riproducibilità tecnica”. Bisogna avere contezza che essa può generare veri e propri “beni digitali” ulteriori rispetto a quelli di base, connotati dalla capacità di portare conoscenze a contenuto culturale, fornendone una rappresentazione molto accurata, in un formato accessibile oltre lo spazio ed il tempo e largamente maneggiabile, che ne possa consentire, così, più accurate possibilità di studio, una moltiplicazione e un approfondimento delle esperienze percettive, insomma una fruizione diversa, potenziata, universale.

Molte di queste caratteristiche, si potrebbe obiettare, erano rese possibili dalla “riproducibilità tecnica” già al tempo di Benjamin, che infatti le aveva notate, ma aveva anche rilevato che la perdita della “cosità”, nella riproduzione, sottrarrebbe l’“aura”, la “autenticità” (dell'opera, dell'autore, della tecnica utilizzata, della resa estetica, della capacità documentale…), ed in conseguenza “vacilla anche […] la virtù di testimonianza della cosa”, e molti altri hanno richiamato il rischio tipico di ogni replica, la deriva verso il simulacro, la banalizzazione, l'impoverimento dovuti alla serialità intesa come trasformazione di ciò che è unico o raro, prezioso, in un molteplice infinito.

Le potenzialità della digitalizzazione, e il suo connotato distintivo, consistono proprio nella capacità di aggiungere alla mera riproduzione contenuti, connessioni, elementi di contesto e strumenti cognitivi di vario genere, che suppliscono a ciò che si perde con la mancanza di cosità ed originalità, con la diminuzione dell'aura, ed aumentano la capacità di veicolare conoscenza, riapportando ed aggiungendo così valore. La digitalizzazione del bene culturale, insomma, può far fronte all’impoverimento della riproduzione con l’aggiunta di inscrizioni, colmare il gap di testimonianza dovuto alla possibile percezione come replica, ed utilizzare questa possibilità per aggiungere elementi di conoscenza di cui l’originale è, in se’, meno esplicitamente dotato, fornendo un valore positivo alla facilitazione della possibilità di accesso, alla vicinanza che essa consente, perché non ha bisogno di distanza snobistica, di autorità sacrale, di regime cultuale per rivelare e fornire la propria autorevolezza, la distinzione, la preziosità: la può spostare sulla densità cognitiva.

Il prodotto digitalizzato, in quanto veicolo di conoscenza suscitata da un bene culturale, per questo ha una chiara relazione con il patrimonio culturale della Nazione dell’art. 9 Cost., la cui disposizione non solo fa esplicito riferimento alla “ricerca”, ma in fine dei conti trova nella diffusione ampia delle conoscenze consentite dal contatto con quel patrimonio una delle principali ragion d’essere, ed un carattere precipuo del peculiare regime costituzionale dei beni culturali.

Più complesso è dire quanto e se ciò che viene costituito in digitale sia “bene culturale” secondo i parametri attestati nella seconda metà del 900 e utilizzati dalla legislazione vigente; vi ostano una serie di mancanze formali (ad esempio, non avere ancora l’età…), ma può essere discussa l’idea che, probabilmente, tutto ciò che viene generato o versato in digitale, non solo opere d’arte e dell’ingegno, ma l’immensa mole di risorse immesse nel web quotidianamente da miliardi di persone, in ogni momento, insomma la dimensione digitale stessa, possano rivestire un connotato documentale del livello di civiltà odierno: c’è da riflettere, insomma, su quanto questa massa di tracce del comportamento umano possa avere in se’ una rilevanza culturale, indipendentemente dai valori artistici o intellettuali, come testimonianza contemporanea di civiltà.

Si potrebbe perciò sostenere che il lavoro digitale sul patrimonio culturale abbia anche una funzione costituente, non solo perché concorre a far nascere oggetti (digitali o digitalizzati, i prodotti frutto di quel lavoro sono distinti dai beni culturali cui si possono riferire), ma soprattutto perché, per certi versi, avvia un percorso di integrazione dei contenuti e delle ragioni per la collocazione costituzionale del patrimonio culturale, dando insomma carattere nuovo, e più ampio, ai compiti assegnati alla Repubblica dall’art. 9 della Carta costituzionale.

TUTELA, VALORIZZAZIONE, GESTIONE, FRUIZIONE, PRODUZIONE DIGITALI

A Ravello si è poi registrata ampia convergenza sul riconoscere che quella riguardante la dimensione digitale non vada considerata una funzione a sé, aggiuntiva rispetto a quelle statutarie delle istituzioni culturali e dei luoghi della cultura, ma una declinazione, un modo d’essere di quelle. Insomma, potrebbe dirsi, in breve, che si diano questioni digitali di tutela, valorizzazione, gestione, fruizione, e di produzione, che si intersecano fa loro.

Nella produzione di beni e servizi digitali si possono registrare significative innovazioni metodologiche, per la ampia possibilità di coinvolgimento delle persone che non sono da considerare “pubblico” in senso tradizionale, perché possono più direttamente concorrere al processo produttivo, e ai suoi veloci aggiornamenti, un meccanismo conosciuto al mondo del web con la locuzione “prosumer” che designa, appunto, chi è allo stesso tempo produttore e consumatore, e che potrebbe tradursi in ambito culturale con “visitaUtori”, consentendo ai luoghi di patrimonio di essere attivatori oltre che, tradizionalmente, attrattori (devo la terminologia a Fabio Viola).

Non è difficile rilevare l’incidenza sulla fruizione del patrimonio culturale del digitale, che consente sia peculiari forme di contatto a distanza, di cui si è detto, sia servizi intorno alla visita nei luoghi culturali sempre più personalizzati, e dunque sempre più variegati, plurali, connotati in funzione del fruitore, anche in relazione alle abilità diverse di ciascuno. La fruizione ha sempre a che fare con il problema dell’uguaglianza, e la declinazione digitale può essere certamente occasione di ampliamento e facilitazione dell’accesso, ma sussistono indubbi rischi di una accentuazione delle disuguaglianze, poiché la dimensione digitale aggiunge ai tradizionali ostacoli i divide propriamente tecnologici.

Quanto alla tutela, la tecnologia già oggi facilita e potenzia le tecniche di individuazione, conoscenza, riconoscimento, conservazione e restauro; è ben chiaro che essa si rivolge, tradizionalmente, anche alla preservazione dei supporti, e dunque che in futuro essa può riguardare ciò che sarà necessario per gli aggiornamenti tecnologici che consentiranno di continuare a disporre di ciò che è stato prodotto o traslato in digitale. Insomma, si può dire che si dà un digitale per la tutela, ma anche una necessità di tutela del digitale.

Ci sono innegabilmente necessità gestionali in confronto alla dimensione digitale; ed è evidente che, al riguardo, i luoghi della cultura avvertano innanzitutto carenze di risorse, sia sul piano delle competenze che delle attrezzature, e bisogna essere consapevoli di quanto bisogna tenere insieme gli investimenti sulle une e sulle altre, dato che le tecnologie e le capacità delle persone che vi lavorano rischiano la rapida obsolescenza se anche uno solo dei due lati non venga aggiornato con adeguata prontezza.

È molto probabile che lo sviluppo della sfera digitale spinga ad un ripensamento delle strutture educative, dell’istruzione e della formazione, che hanno bisogno, secondo alcuni, di vere e proprie operazioni di alfabetizzazione, e di essere maggiormente orientate alla complessità, alla interdisciplinarietà, ed a generare competenze ibride, senza tuttavia rinunziare a quelle specialistiche.

Ma non bisogna credere che, quanto al capitale umano, gli skills rilevanti in ambito digitale siano esclusivamente quelli propriamente tecnologici: già oggi si avverte un enorme bisogno di apporti forniti da chi sia dotato di competenze umanistiche, non solo per le irrinunciabili cognizioni che riguardano i contenuti, ma persino per la ideazione, la progettazione, l’evoluzione degli apparati tecnologici stessi. Il patrimonio culturale, è abbastanza chiaro, è un laboratorio privilegiato per le Humanities, intese come intersezioni tra domini del sapere, che dunque si giovano sia delle conoscenze raccolte dalle scienze “dure” e dalle tecniche delle ICT, che anche di quelle accumulate dalle scienze umanistiche: occorre riconoscere che il digitale è questione afferente alla complessità.

Ed in effetti si rilevano, ad esempio, nuove propensioni di lavoro, non solo in termini di quantità, professionalità, maturità, ma anche in termini di diversa impostazione della partecipazione alla creazione di valore, avvertendo l’insufficienza di un trattamento tipicamente autoriale degli apporti alle lavorazioni digitali, e la rilevanza, invece, delle modalità proprie delle forniture di prestazioni, beni e servizi, con conseguenze in termini di mansioni, retribuzioni, tempi e luoghi di lavoro, che andranno valutate anche per nuove modalità di regolazione dei rapporti lavorativi.

Le peculiarità della gestione in ambito digitale richiedono una considerazione in ordine alle coordinate di spazio e tempo, che – a prima vista – in quella sfera sembrano espulsi, azzerati. A guardar bene, però, non è così.

Quanto al tempo - che ben prima delle possibilità digitali ha, sempre, posto difficilissime questioni mai del tutto risolte, a partire dall’antica domanda in ordine alla sua esistenza indipendentemente da noi umani - non solo, naturalmente, non è eliminato in ambito digitale, ma anzi agisce, soprattutto per la sua dimensione di durata, e dunque di brevità e velocità (delle esperienze, delle relazioni, delle opere e delle operazioni); ma comincia anche ad essere considerato come fattore di misurazione della fruizione dei servizi e dei prodotti digitali, anche in relazione agli eventuali corrispettivi.

Nemmeno lo spazio, nonostante le apparenze, perde rilievo in ambito digitale; basti pensare, solo per rimanere ad un tema di attualità (italiana), agli sviluppi di attuazione della convenzione di Faro, finalmente ratificata, ed in particolare alla ricezione, al trattamento, alla costituzione e alla trasmissione dell’eredità culturale, fenomeni che hanno base ed alimento strutturale in territori definiti, dunque in ambiti spaziali, ambientali, oltre che storico-culturali, e per quanto il digitale possa fornire enormi potenzialità per quegli sviluppi, occorrerà essere molto attenti a come gli elementi di patrimonio verranno identificati, trattati, definiti, gestiti con l’ausilio di tecnologie, e come favorire connessioni digitali in grado di ampliare, ma anche di circoscrivere, le “comunità di patrimonio”.

Anche sul piano della sostenibilità economica della declinazione digitale delle funzioni si rinvengono elementi di complessità, dato si può senz’altro contare – oltre che su variegate risorse pubbliche – su apporti di privati, sia dei singoli cittadini (che possono essere coinvolti anche con iniziative di crowdfunding) che delle imprese, sia con partenariati che con produzioni culturali e creative d’impresa.

Vi sono infatti indubbiamente anche ampie possibilità di operazioni di mercato per i beni ed i servizi digitali, ma va considerata la questione dello statuto del bene culturale pubblico, e la sua propensione alla massima fruizione. In particolare, resta vivo il dibattito sulla possibilità di riuso dei prodotti digitali generati a partire dal patrimonio culturale, che consente innovazioni nella produzione di beni e servizi che soddisfano bisogni umani, elevazione del discorso pubblico e potenzialità di miglioramento degli assetti sociali, ma anche possibilità di appropriazioni rivali di un materiale che, di per sé, è connotato proprio dalla non rivalità. Va comunque approfondita, anche sul piano tecnico, la questione delle licenze di utilizzo, e la possibilità di operazioni nei segmenti distributivi digitali, in particolare nelle piattaforme, che rischiano di accentuare posizioni di dominanza.

Appare evidente la relazione con le complesse questioni poste dall’utilizzo e dallo sviluppo dell’Intelligenza artificiale (AI), che già offre rilevanti opportunità per utilizzare tecniche di profilatura che consentano una fruizione sempre più accurata ed efficace, ma anche per aumentare le sicurezze, e si suppone che quello del patrimonio culturale sia un ambito che fornisca materiali e ricchezze alle propensioni acquisitive ed auto apprenditive di alcune versioni dell’AI, e consenta di verificarne e acuirne gli approcci antropocentrici. Riguardo ai quali è largamente condiviso che, almeno nella sua applicazione al patrimonio culturale, l’essere umano debba conservare almeno la prima e l’ultima parola.

Ma al contempo, gli sviluppi del digitale hanno bisogno di essere assistiti da importanti capacità di rilevazione degli andamenti on-going, e dunque di osservatori non convenzionali, in grado di acquisire, con criteri specifici ed in gran parte ancora da identificare, non solo le misure delle strutture, ma anche le metriche dei cambiamenti mano mano che avanzano, e anche gli impatti, con particolare riguardo agli obbiettivi di riduzione delle diseguaglianze e dei divide.

Riferimenti bibliografici

N.B.: La letteratura rilevante è necessariamente pluri-disciplinare e, perciò, sterminata. Vengono qui suggerite alcune letture, senza alcuna possibilità di esaustività.

S. Aliprandi, Vincoli alla riproduzione dei beni culturali, oltre la proprietà intellettuale, in Archeologia e Calcolatori, Suppl. 9, 2017, p. 105

C. Anderson, The Long Tail, in Wired Magazine, 2004

J.L. Austin, Come fare cose con le parole (1962), tr. it. Genova, Marietti, 1987

C. Barbati, M. Cammelli, L. Casini, G. Piperata, G. Sciullo (a cura di), Diritto del patrimonio culturale, Bologna, il Mulino, 2017

A. Bartolini, D. Brunelli, G. Caforio (a cura di), I beni immateriali tra regole privatistiche e pubblicistiche (Atti di convegno svoltosi ad Assisi, 25-27 ottobre 2012), Napoli, Jovene, 2014

E. Battelli, B. Cortese, A. Gemma, A. Massaro (a cura di), Patrimonio culturale. Profili giuridici e tecniche di tutela, Roma, Battelli, 2017

J. Baudrillard. Simulacres et simulation, Galilée, Paris, 1981

W. Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, [1955], trad it. Einaudi, Torino, 1998

N. Bostrom, Superintelligenza. Tendenze, pericoli, strategie, trad. it. Torino, Bollati Boringhieri, 2018

L. Casini, Ereditare il futuro. Dilemmi sul patrimonio culturale, Bologna, Il Mulino, 2016

G. Crupi, Oltre le colonne d’Ercole. Linked data e cultural heritage, in JLIS.it., Vol. 4, 2013, n. 1

R. De Meo, La riproduzione digitale delle opere museali fra valorizzazione culturale ed economica, ne Il Diritto dell'Informazione e dell'Informatica, 2019, p. 669

A. De Robbio, Fotografie di opere d’arte: tra titolarità, pubblico dominio, diritti di riproduzione, privacy, in Digitalia, 2014, p. 11

J Derrida, Margini della filosofia, Torino, Einaudi, 1997

Economia della cultura n. 3/2018, Gaming e patrimonio culturale

M. Ferraris, Documentalità. Perché è necessario lasciar tracce, Roma-Bari, Laterza, 2009

G. Finocchiaro, La valorizzazione delle opere d'arte on-line e in particolare la diffusione on-line di fotografie di opere d'arte. Profili giuridici, in Aedon, 2009, n. 2

P. Forte, Oggetti Giuridici. Note e primi appunti sulla loro esistenza. in Costituzionalismo.it, 2015, n. 3

P. Forte, Epidemia Logotecnica, in Civiltà delle macchine, 2020

P. Forte, Il bene culturale pubblico digitalizzato. Note per uno studio giuridico, in P.A. persona e amministrazione, 2019, n. 2

P. Forte, Diritto amministrativo e Data Science. Appunti di Intelligenza Amministrativa Artificiale (AAI), in P.A. persona e amministrazione, 2020, n. 1

P. Grossi, I beni: itinerari fra ‘moderno’ e ‘pos-moderno’, in Riv. trim. dir. proc. civ., 2012, p. 1060

G. Hardin, The Tragedy of the Commons, in Science, 1968, Vol. 162, p. 1243

M. Heller, The Tragedy of the Anticommons: Property in the Transition from Marx to Markets, in Harvard Law Rev., 1998, p. 621

C. Hess, E. Ostrom (a cura di), La conoscenza come bene comune: dalla teoria alla pratica, trad. it. Milano, Bruno Mondadori, 2009

A. Luigini, C. Panciroli (a cura di), Ambienti digitali per l’educazione all’arte e al patrimonio, Franco Angeli Open Access, Milano, 2018

P. Magnani, Musei e valorizzazione delle collezioni: questioni aperte in tema di sfruttamento dei diritti di proprietà intellettuale sulle immagini delle opere, in Riv. dir. ind., 2016, I, p. 237

D. Manacorda, Il sito archeologico: fra ricerca e valorizzazione, Roma, Carocci, 2007

M. Modolo, Promozione del pubblico dominio e riuso dell’immagine del bene culturale, in Archeologia e Calcolatori, 2018, 29, p. 75

G. Morbidelli, Il valore immateriale dei beni culturali, in Aedon, 2014, n. 1

S. Muňoz Viňas, Teoria contemporanea del restauro, Roma, Castelvecchi, 2017

G. Negri-Clementi, S. Stabile (a cura di), Il diritto dell'arte, II, La circolazione delle opere d'arte, Milano, Skira, 2013

S. Orlandi, Lavorare insieme in un mondo digitale, in Archeologia e Calcolatori, Supplem. 9, 2017, p. 21

E. Ostrom, Governare i beni collettivi, tr. it. Venezia, Marsilio, 2006

G. Resta Chi è proprietario delle piramidi? L’immagine dei beni tra property e commons, in Politica del diritto 2009, p. 553

J. R. Searle, Atti linguistici. Saggio di filosofia del linguaggio (1969), tr. it. Torino, Bollati Boringhieri, 1992

C. R. Sunstein, Republic.com. Cittadini informati o consumatori di informazioni?, trad. it. Bologna, il Mulino, 2003

A. L. Tarasco, Diritto e gestione del patrimonio culturale, Roma-Bari, Laterza, 2019

The London Charter for the Computer-Based Visualisation of Cultural Heritage: http://www.londoncharter.org/downloads/

A. Tumicelli, L'immagine del bene culturale, in Aedon, 2014, n. 1

P. Valéry, La conquete de l’ubiquité, in Id., Pièce sur l’art, Paris, Gallimard, 1934

 

Pierpaolo Forte (Napoli, 1965), è professore ordinario di Diritto amministrativo presso l'Università degli studi del Sannio di Benevento, presso la quale è direttore della Biblioteca centralizzata di Ateneo. È attualmente membro del consiglio di amministrazione del Parco archeologico di Pompei, di quello della Fondazione Antonio Morra Greco di Napoli, componente del Comitato di gestione provvisoria dell’Ente Geopaleontologico di Pietraroja, e del comitato direttivo Federculture, presso cui coordina la Commissione legislativa; è componente del direttivo di Ravello Lab - Colloqui Internazionali, e del Comitato scientifico di AITART - Associazione Italiana Archivi d'artista. Ha insegnato, in corsi curriculari, specialistici e master, presso diverse Università ed Istituti, fra cui la Scuola Normale superiore di Pisa, le Università degli studi La Sapienza di Roma, Federico II di Napoli, di Bari, di Catania, LUISS di Roma, il Link Campus dell' University of Malta in Roma, Parthenope di Napoli, Vanvitelli di Caserta.

ABSTRACT

The pandemic has accelerated the use of the digital dimension for cultural heritage, generating many initiatives, and forcing everyone to approach the issue with greater awareness. The XV edition of Ravello Lab - Colloqui Internazionali has therefore dedicated one of its panels to the topic, allowing a comparison between scholars, experts and operators, who will converge in the "recommendations" that those works generate each year. This paper tries to account for some aspects addressed on the subject, and in particular on the ontological question and on the typical functions relating to cultural heritage, declined in digital.

Leggi anche:

 

Articoli correlati