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Mentre in tutto il vecchio continente la curva dei contagi da Covid19 riprende forza, aumentano anche le restrizioni ai luoghi della cultura. Facciamo il punto sulla situazione a livello europeo. “In Europa 3 musei su 5 hanno registrato perdite di entrate del 75-80% (e alcuni non riapriranno più); 3 su 10 hanno sospeso i contratti di personale e servizi, senza contare quelli con i liberi professionisti; 3 su 5 hanno interrotto completamente i loro programmi educativi e di volontariato”. Questo è il quadro emerso a maggio da un sondaggio della rete NEMO che mostrava un quadro desolante per il settore museale del vecchio continente: la maggior parte dei musei di tutto il mondo risultava chiuso (93%), con oltre l'80% del personale che lavorava da casa. Con il 44% dei musei che perse circa 1.000 euro a settimana, il 31% dei musei fino a 5.000 euro a settimana, il 18% fino a 30.000 euro a settimana e l'8% oltre 50.000 a settimana. I grandi musei, come il Rijksmuseum, il Kunsthistorisches Museum di Vienna, il Museo Stedelijk, nel precedente periodo di serrata persero tra i 100.000 e i 600.000 euro a settimana.
A tutto questo va aggiunto che il settore educativo, nei musei di tutto il mondo, è quello che ha subito il contraccolpo peggiore dalla pandemia: molti (troppi) educatori che soffrono di uno status professionale incerto (lavoro freelance, lavoro stagionale, contratti a breve termine, stage, ecc.) hanno visto interrompere le loro attività, con buona pace dei principi di accoglienza e dell’essenza stessa dell’essere un museo.

A sei mesi di distanza, il quadro purtroppo resta a tinte fosche: i musei europei sono sostanzialmente aperti, operando di media al 25% della capacità, con orari differenziati sostanzialmente dal venerdì alla domenica e nei giorni festivi, e ovviamente nel rigoroso rispetto delle differenti norme nazionali di sicurezza (che per tutti comprendono, in generale, la prenotazione obbligatoria, il contingentamento degli ingressi e l’uso costante dei dispositivi di protezione personale). Tuttavia il pubblico resta il grande assente di questi mesi. Le informazioni sui visitatori raccontano una storia abbastanza coerente: il Louvre di Parigi segnala circa 4.500 visitatori al giorno, rispetto ai circa 15.000 di un anno fa. I musei statali di Berlino, un gruppo di 18 musei nella capitale tedesca, riferiscono circa il 30% della loro frequentazione abituale. Altri stanno andando peggio: il Museo Van Gogh di Amsterdam è sceso a circa 400 visitatori al giorno, quando ne accoglieva 6.500. I visitatori del Rijksmuseum sono passati dai circa 10.000 al giorno prima della pandemia ai circa 800 di oggi, nonostante visti gli spazi, il Museo Nazionale possa arrivare ad ospitare fino a 2.500 persone al giorno. Sempre ad Amsterdam, l’Hermitage Museum, che attirava 1.100 visitatori al giorno, e ora obbligato a una vendita di biglietti giornalieri limitata a 600, vede solo 300 ospiti giornalieri. In poche parole: i musei sono aperti, è il pubblico che manca e non raccoglie l’invito. Sicuramente la diffidenza verso i luoghi chiusi e l’uso dei mezzi pubblici, e le condizioni attuali di accessibilità, che vincolano fortemente i visitatori impedendogli di sentirsi a proprio agio e parte integrante di una esperienza culturale, incidono sulla voglia di cultura. In questo senso se già i consumi culturali risultavano in affanno in precedenza, la pandemia ha pesantemente condizionato le modalità di fruizione e quindi di partecipazione alla cultura (ridotta in generale a un terzo rispetto a quella dell'anno scorso), rallentando la ripresa del sistema culturale europeo ma soprattutto marginalizzandolo nel sentire comune.

E se questo è un dato preoccupante sul piano sociale (con il rischio di perdere una intera generazione nella trasmissione dei valori culturali), sul piano economico, man mano che passano i mesi, si assiste ad una vera e propria frattura del sistema culturale della EU, diviso tra le istituzioni supportate da finanziamenti governativi (ancora sono in grado di resistere alla tempesta) e tutte le altre che dipendono dalla vendita dei biglietti, la cui capacità di far fronte alle spese di apertura, anche solo in modalità ridotta, è profondamente compromessa, spingendo molti istituti ad affrontare scelte difficili come licenziare dipendenti e chiudere interi dipartimenti. Stessa cosa negli Usa, dove il Metropolitan Museum of Art di New York, prevedendo perdite per 150 milioni di dollari, in sei mesi ha tagliato centinaia di posti di lavoro. O come il Brooklyn Museum che per saldare i debiti accumulati nei mesi di chiusura ha messo all’asta 24 opere della propria collezione. Una svendita non nuova negli States, tuttavia compiuta per sopravvivere, per non morire, ma che decreta che una componente identitaria sociale potrebbe andare perduta. Ma anche in EU si sta facendo strada questa pericolosa prospettiva: il Museo Rodin in Francia e la Royal Accademy di Londra pare siano intenzionate a mettere all’incanto alcune loro proprietà. Una sconfitta culturale e sociale grave, purtroppo, soprattutto considerando che a tale “perdita” identitaria istituzionale, si potrebbe aggiungerne un’altra “spontanea”, con un significativo aumento della “perdita” di quel senso di appartenenza che solo l’arte e i luoghi della cultura sanno creare in seno alle proprie comunità di riferimento.

Per far fronte a questa situazione “estrema”, diversi paesi hanno già annunciato pacchetti di salvataggio per le arti: il britannico Arts Council England ha costituito un fondo di emergenza, oggi arrivato a 409 milioni di sterline, a favore di musei, biblioteche, teatri e altre imprese culturali del paese. La Germania ha messo a disposizione 50 miliardi di euro per un pacchetto di aiuti ad hoc per i settori creativi e culturali del Paese, di cui 1 miliardo di euro a sostegno solo dei lavoratori del settore artistico (artisti, attori, musicisti). È di questi giorni la notizia che la Francia, ai primi interventi d’emergenza destinati ai vari settori culturali, ha dato il via ad un nuovo piano di interventi complessivo per 2 miliardi di euro. In USA invece il sostegno diretto è stato di 100 milioni di dollari per gli istituti privati e di 4 miliardi per sostenere i musei non-profit. Ad oggi non risultano aggiornamenti.

In Italia invece gli interventi a sostegno del settore sono in continuo aggiornamento (qui). Ad oggi, e con gli ultimi interventi riferibili ad Agosto, parliamo di azioni dello stato per il settore culturale e turistico per oltre 3 miliardi di euro. Tuttavia il dato non è lineare: l’incrociarsi di misure e ambiti di riferimento differenti (dall’allargamento del FIS, ai Voucher Vacanze) fa si che molti sostegni derivino da contesti normativi non direttamente afferenti al settore culturale, rendendo difficile una piena comparazione con gli interventi messi in atto in altri paesi.

Forse è proprio per questo che nel Bel Paese il coronavirus ha creato uno stato di emergenza tale per cui tutte le difficoltà e le contraddizioni, i vuoti normativi e le svariate zone d’ombra che affliggono il settore (alcune delle quali da tempo conosciute, ancorché ignorate), oggi mettono l’intero settore, un comparto essenziale non solo per la nostra economia ma per la nostra stessa qualità della vita, in una condizione di fragilità ed incertezza estrema. Una situazione a tratti surreale, che vede centinaia di migliaia di operatori di ogni ordine e grado, di professionisti (molti dei quali senza alcuna indennità) e di imprese, accanto a milioni di visitatori tutti “sospesi” fino a data da destinarsi. Senza contare che l’incertezza sull’orizzonte temporale per una risoluzione della crisi, probabilmente colpirà maggiormente realtà piccole o piccolissime, acuendo differenze geografiche e disomogeneità territoriale.

Fino ad oggi lo stato italiano ha tamponato la crisi con interventi assistenziali. Tuttavia, risulta chiaro che il settore culturale nazionale avrà pesanti ripercussioni a lungo termine, difficilmente calcolabili, e difficilmente sostenibili senza un intervento strategico di rilancio. Allora tra le pieghe di questa crisi emergono chiaramente due prospettive: da una parte quella politica, con il bisogno (urgente) di rafforzare ed armonizzare la gestione di un settore (e la sua filiera) ad oggi ancora troppo frammentato, esposto a contingenze terze imprevedibili. Un asset economico e produttivo (piace definirlo così) importante, tuttavia ancora volatile nel suo esser privo di una connotazione economica tale da permettergli di godere, tanto in tempi buoni quanto in quelli di emergenza, di un “piano industriale” vero e specificatamente definito all’interno del quadro nazionale, che preveda azioni e supporti idonei per affrontare eventuali criticità, come qualunque altro settore produttivo cui viene richiesto di contribuire attivamente al PIL nazionale.

La seconda prospettiva, invece, riguarda internamente il settore culturale stesso: se oggi è costretto a muoversi in apnea in un panorama per certi versi desolante, volgendo le proprie poche energie in una spasmodica ricerca di ossigeno (talvolta compulsiva e comunque rapsodica), significa che qualcosa prima della pandemia non funzionava (nei modi, nelle proposte, nei sistemi, nelle reti, nella comunicazione delle idee e su come applicarle), ma soprattutto significa che qualcosa ancora adesso non va. Forse spesso troppo chiuso in se stesso, il settore ha finito con l’auto-emarginarsi, se vogliamo, e quindi rendersi nell’immaginario comune e politico “sacrificabile”. Allora, se le diverse anime che compongono il meraviglioso mosaico che è la “cultura” italiana vogliono uscire dall’impasse, si dovrà iniziare proprio da qui: dal ricostituire le relazioni con l’altro da sé; riprendere per mano il concetto di bene essenziale; curare la “domanda”, ancor prima che curare l’“offerta”. Bisognerà per forza rivedere le modalità di contatto e comunicazione per rigenerare, termine quanto mai abusato di questi tempi, il rapporto di vicinanza con i propri pubblici: e questa non è più una possibilità, oggi è una necessità. E bisognerà farlo secondo un piano di sviluppo comune e nazionale, sollecitando nuovi processi di contatto, offrendo ai luoghi della cultura nuove risorse e professionalità.

Allora, prima di ogni altro intervento, forse, dovremmo chiederci che ruolo vogliamo affidare alla nostra cultura; se abbia ancora senso parlare di tornare a quella cosiddetta “normalità”, una normalità che alla fine non era poi così tanto “normale”, e che ci ha condotto all’attuale situazione; e se, al netto delle difficoltà e dei rischi, considerare la cultura come parte della cura e non del problema non sia la soluzione per superare ogni dubbio su come agire nelle prossime settimane.

ABSTRACT

As European cultural institutions reopen with new coronavirus protocols in place, many have been looking a preview of how the public might respond to the invitation to return. Visitor information from across Europe tells a fairly consistent story: Museums that have reopened have about a third of the visitors they had this time last year. The Louvre in Paris reports about 4,500 to 5,000 visitors a day, compared with about 15,000 a year ago. The State Museums of Berlin, a group of 18 museums in the German capital, reports about 30 % of its usual attendance. Almost all European museums are suffering from visitor losses, and their ability to cope depends almost entirely on how they are funded. Institutions supported by government funds are able to weather the storm with a little belt-tightening, while those that depend on ticket sales are facing tougher choices. Many are laying off employees and 

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