Contributo ricevuto in risposta alla prima “call for papers” di Letture Lente, a cura di Flavia Barca

UN “GAP YEAR”

In un’intervista radiofonica al tempo del lockdown, lo psichiatra Boris Cyrulnik al quale dobbiamo l’estensione dal campo delle scienze fisiche e ingegneristiche a quello della psicologia del termine resilienza – oggi diffuso a livello planetario – auspicava che, nella situazione traumatica determinata dalla “catastrofe” della pandemia, la scuola decidesse di allentare la pressione didattica per favorire attività in grado di accrescere la fiducia dei giovani e delle giovani nelle proprie capacità e talenti [1].

Una sorta di “gap year” da lezioni e registri elettronici, un anno sabbatico come liberazione dalla schiavitù dei risultati, in favore di una crescita personale coltivata praticando musica, teatro, disegno, danza: arte insomma, come strumento di autodeterminazione poetica e crescita morale.

Diminuire la didattica - aumentare l’autostima: questa, in breve, la ricetta; tra i suoi ingredienti indispensabili, molto più di quanto basta, la cultura e l’arte.

Mentre però qualche anima bella lanciava questo grido di allarme sulla necessità di ripensare materie, metodologie, tempi e spazi per una nuova consapevole didattica, il dibattito nazionale si avvitava sull’uso di banchi, con o senza a rotelle; la necessità di curare le anime di chi tornava a scuola rimaneva occultata dall’obbligo (sacrosanto, per altro) di tutelarne la salute; l’impegno, la fretta di ultimare il programma dell’anno scolastico precedente prevaleva – probabilmente determinando un ulteriore effetto ansiogeno – sull’opportunità di rallentare, di prendere fiato, di abituarsi e assimilare la scuola delle mascherine e dei tamponi. Il riaccendersi dei contagi, oggi, risveglia incubi del tempo del lockdown, quando insegnare ed apprendere cominciano spingendo un pulsante.

Sono tempi schizofrenici, questi: da un lato, in ambiti diversi, arrivano proposte innovative che aprono orizzonti inaspettati, proiettati nel futuro; dall’altro, la paura dell’ignoto genera resistenze culturali prima ancora che strutturali.

Non c’è dubbio che il vecchio mondo muscolare e indifferente dove la cultura ha patito una costante lateralità ha mostrato tutte le sue insufficienze, portando allo scoperto un’ormai conclamata fragilità e impermanenza. Resta da chiedersi (e i presagi non sono positivi) se il mondo nuovo del post pandemia potrà offrire alla cultura la centralità che le spetta. Se le lascerà libertà di azione, le consentirà di sviluppare gli anticorpi egualitari, primo fra tutti quello di genere, senza i quali non si guarisce dal contagio dell’intolleranza e della paura.

E la scuola, nel tempo che verrà quale ruolo riserverà a se stessa, di retroguardia o di sperimentazione?

LA CREATIVITÀ

Il premio Nobel per l’economia Edmund Phelps considera la possibilità di allenare immaginazione ed espressività come precondizione per quella che egli definisce “flourishing”, la fioritura delle società e degli individui, in grado di generare un’autentica “innovazione endogena della nazione” [2].

Ma se gli effetti benefici individuali e collettivi della libera espressione della propria creatività, sono oggi indiscussi, almeno tra gli addetti ai lavori, la scuola invece fa fatica ad adeguare a questa esigenza creativa i suoi metodi e ritmi.

Ben prima della comparsa della pandemia, Martha Nussbaum individuava nella costante perdita di valore dell’insegnamento delle arti un pericolo per le democrazie: “Sembra che ci stiamo dimenticando dell’anima, di cosa significa per il pensiero uscire dall’anima e unire la persona al mondo in una maniera ricca, sottile e complessa; ci stiamo dimenticando cosa significa considerare un’altra persona come un’anima, anziché come un mero strumento utile, oppure dannoso, per il conseguimento dei propri progetti; di cosa significa rivolgersi in quanto possessori di un’anima, a qualcun altro che si percepisce come altrettanto profondo e complesso” [3].

Si assiste ad un prevalere del prestigio della tecnologia, considerata misura del progresso non solo scientifico ma anche finanziario e politico. Il potere di una nazione dipende sempre meno dalle caratteristiche umane della sua politica e dei suoi politici, quasi totalmente maschi; le arti e le lettere destano ricordi polverosi.

IL PROGETTO “CLANDESTINE”

Il progetto “Clandestine” nasce dalla condivisione di questi stimoli e riflessioni; e dai molti incontri che la mia esperienza in Rai, alla guida di programmi d’arte, mi ha permesso di fare con tantissime donne che operano nella cultura.

Le domande poste da “Letture lente” e gli obiettivi elaborati nella “Strategia in nove punti” mi sembrano ripercorrerne la genesi e gli intenti, che condivido con voi.

“Clandestine” è un progetto rivolto alle studentesse e agli studenti delle scuole superiori ed università, costruito in tre fasi:

1. La presentazione di un docufilm dal titolo: “Clandestine. L’altra Italia dell’arte”. Protagoniste otto donne che hanno fatto dell’arte e della cultura ragione di vita. Sono: Isabella Botti, Cristina Crespo, Raffaella Formenti, Marcella Frangipane, Rosaria Lo Russo, Alice Pasquini, Agnese Purgatorio, Bianca Tosatti che in campi diversi del sapere e della pratica artistica seguono con determinazione, e talvolta ossessivamente, la propria urgenza interiore. Al loro fianco una madre putativa, altra pioniera dell’arte, esploratrice che ha varcato i confini dell’ovvio e talvolta, secondo la morale comune, del lecito: Lisetta Carmi.

2. L’allestimento nelle scuole di mostre con opere, documenti e materiali rappresentativi dell’attività e dell’anima delle protagoniste del docu film, raccolti in otto contenitori che hanno la forma di una scatola e le intenzioni di un diario personale, di una “wunderkammern”, di una valigia, rifugio, cassetto, manifesto. Otto scrigni per otto identità.

3. La realizzazione di ateliers di “parità sentimentale”, per uomini e donne, attraverso la pratica di teatro, danza, musica.

Il progetto, realizzato da tre associazioni culturali di Roma: Controchiave, The Making of, Ecru, è stato presentato al Senato della Repubblica nel gennaio del 2020; è realizzato con il contributo del Dipartimento Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio, sulla base del Bando “Per il finanziamento di progetti volti alla prevenzione e contrasto alla violenza alle donne anche in attuazione della Convenzione di Istanbul”.

“Clandestine” intende offrire e promuovere nelle scuole una riflessione sulla produzione culturale delle donne e valorizzarne la creatività come antidoto personale e sociale alla discriminazione e all’abuso. Propone un modello culturale cui concorrono agire creativo, educazione all’affettività, riconoscimento dell’unicità, sensibilizzazione alle differenze di genere, contrasto alla violenza sulle donne.

LA DIDATTICA DELL’ESEMPIO

La violenza contro le donne è l’espressione di un’indomita resistenza culturale contro la quale a poco servono leggi, condanne, allontanamenti coatti. Serve piuttosto un radicale cambiamento culturale; serve espiantare la malerba del pregiudizio che spesso germoglia anche tra le donne e che le rende, involontariamente, complici di una cultura sessista che le minaccia e le esclude.

Il progetto si fa strumento per una didattica multimediale e partecipe. La possiamo definire una “didattica dell’esempio”: che individua persone e storie; si affeziona ad esse; ne comunica la singolarità con empatia e condivisione; offre la loro unicità; stimola la scoperta della propria.

In questo caso, per fedeltà ai principi della Convenzione di Istanbul, somiglia ad un obbligo morale rendere il più possibile pubblica la narrazione delle vite di donne esemplari [n.d.r.: come, ad esempio, Bianca Tosatti, icona della curatela dell’arte irregolare]. Esemplari, non vittime, non ai piedi di una scala gerarchica al culmine della quale stanno visibilità e successo. Esemplari per aver scelto di dare spazio alla creatività, per essersi autorizzate a seguire la propria inclinazione e talento. Esemplari perché, al di là delle diversità generazionali e degli ambiti disciplinari, possono rappresentare la prova concreta di come stereotipi e pregiudizi si combattono e si vincono. Esemplari per le nuove generazioni, soprattutto per le giovani donne alla scoperta di ulteriori frontiere professionali: una modalità di empowerment basata sull’ampliamento degli strumenti di autovalutazione.

Nell’emergenza pandemia “Clandestine” si trasforma in un aggettivo, cambia destinazione e, in attesa di poter tornare in presenza nelle scuole, si trasforma nella sua versione digitale, “Reti Clandestine”, un percorso accessibile dal sito www.clandestinedoc.it così articolato:

- Il documentario “Clandestine. L’altra Italia dell’arte” proposto online.

- La mostra, che diventa virtuale grazie ai video espressamente realizzati allo scopo di far “vivere” l’esperienza della visita in persona, arricchita dalle voci delle protagoniste e corredata da approfondimenti sul loro metodo di lavoro.

- Gli ateliers, che si trasformano in un percorso didattico/ esperienziale, articolato in 3 stanze: lo Scarto, l’Inaspettato, il Dono, attraverso cui le classi – guidate dall’insegnante e accompagnate da idonei strumenti didattici – possano attraversare e sperimentare la condizione di clandestinità proposta dal documentario.

Navigando in Reti Clandestine si incontra il simbolo: Ə. Si chiama schwa e, posto alla fine delle parole (esattamente come * oppure _), viene usato per rendere il linguaggio più inclusivo e rispettoso di tutte le espressioni di genere.

“Quale nuova narrativa/visione della società contemporanea emergerà dalla voce delle donne”? È un interrogativo posto da “Letture Lente”al quale esperienze come quella di “Clandestine” ci auguriamo sapranno dare una prima risposta. Fondamentale sarà assicurare non solo la presenza delle donne ma la varietà delle loro voci:  “L’unica storia crea stereotipi. E il problema degli stereotipi non è che sono falsi, ma che sono incompleti. Trasformano una storia in un’unica storia” [4].

Note e riferimenti bibliografici

[1] Radio Rai, “Radio anch’io”, 15/05/2020, terza parte.

[2] Edmund Phelps: “Mass Flourishing: How Grassroots Innovation Created Jobs, Challenge and Change”, Princeton University Press, 2013.

[3] Martha Nussbaum: “Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica”, il Mulino, Bologna, 2011, pag.25.

[4] Chimamanda Ngozi Adichie, “Il pericolo di un’unica storia”, Einaudi, 2020, pag. 15.

 

Maria Paola Orlandini, documentarista, autrice televisiva, ha ottenuto per Rai Educational numerosi prestigiosi riconoscimenti internazionali in festival dedicati ai programmi televisivi d’arte. Scrive numerosi articoli, tiene lezioni e partecipa a dibattiti presso università e istituti di cultura italiani all’estero, sul tema della comunicazione dell’arte in tv. È presidente dell’Associazione The Making of. arte e comunicazione fondata nel 2015. Idea il progetto Clandestine, con il quale vince il bando del Dipartimento Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio per il Finanziamento di progetti volti alla prevenzione e contrasto alla violenza alle donne anche in attuazione della Convenzione di Istanbul del luglio 2017. È autrice di Clandestine e regista del Documentario.

ABSTRACT

This year, the psychiatrist Boris Cyrulnik has invited schools to take a sabbatical year, a gap year from lessons and digital register-logs, in which students might cultivate art in its several forms: theater, drawing, dance. And where they might experience schools as a creativity training and a self-confidence field, as a shelter from prejudice and intolerance. The project “Clandestine”, realized with the contribution of the Italian Department for Equal Opportunities, attempts a first experiment, based on teaching by example. It identifies people and their stories, it shares their uniqueness, it encourages everyone to discover their own. The project is suitable to high school and university students both online or in-presence. Through eight female artists’ own words, it presents:

a. A short-film documentary: “Clandestine. L’altra Italia dell’arte”.

b. A virtual exhibition.

c. Three “equal-sentimental” ateliers.

A set of proposals to stimulate, especially in young women, an empowerment setting, based on the expansion of self-assessment tools.

 

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Un percorso di ascolto realizzato in partnership con

Soroptimist International d’Italia Club di Torino, in occasione del 70mo anniversario dalla fondazione, ha delineato una strategia di azione che punta sulla cultura come risorsa per una trasformazione sociale responsabile: una risposta alle sfide dello scenario pandemico che sta generando nuove diseguaglianze e profonde ferite, a livello personale e dei sistemi sociali, compromettendo diritti.

Il Soroptimist è una associazione mondiale di donne di elevata qualificazione professionale, provenienti da diverse aree, al fine di favorire il dibattito interno e la circolazione di idee per agire efficacemente a favore di una società più giusta ed equa, attraverso azioni concrete per la promozione dei diritti umani, del potenziale femminile e dell’avanzamento della condizione delle donne, coniugando locale, nazionale e internazionale.

www.soroptimist.it/club/torino.it

 

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