Foto: Sasin Tipchai da Pixabay

“Ciò che dobbiamo imparare a fare, lo impariamo facendolo”

(Artistotele, Etica Nicomachea)

Opportunità ed “insidie” delle novità contenute nel “Decreto Semplificazioni“ sui Partenariati Speciali previsti dell’art, 151 del Codice dei Contratti Pubblici.

Nel 2016, in un mio articolo intitolato “le regole di un nuovo gioco possibile” [1], segnalavo la portata innovatrice e potenzialmente “rivoluzionaria” di quanto disposto nell’art.151 c. 3 del D.lgs. n.50/2016, appena approvato nell'aprile dello stesso anno come “nuovo” Codice degli appalti e dei contratti pubblici, in tema di Partenariati “Speciali” per la valorizzazione del patrimonio culturale. Pur essendo una norma che parla di molte cose riferibili al patrimonio culturale immobiliare, è evidente che l’attenzione più forte sia riposta sui Partenariati Speciali “gestionali” della loro valorizzazione. In quell’articolo e nei successivi che seguirono, richiamai da subito l’esigenza di estendere la possibilità di attivare i Partenariati Speciali a tutti i soggetti pubblici, e non solo allo Stato, ed in particolare dagli  Enti Locali. Sulla base di due fenomeni: 1) il diffuso abbandono di tanta parte di beni pubblici e di Beni culturali che, per numerosità, sono nella disponibilità soprattutto degli enti territoriali e dei Comuni in particolar modo; 2) la difficoltà, stante il quadro normativo consolidato, di andar oltre la Istituzionalizzazione “culturale” dei relativamente pochi Beni sottratti all’abbandono (con la attivazione cioè solo di Musei, Archivi e Biblioteche) e di “dare casa” alla produzione artistica e culturale nel nostro Paese e, più in generale, alla ricchezza di soggetti che fanno qualità e densità dell’offerta culturale e di innovazione sociale in Italia, diffusi, da nord al sud del Paese.

Di quanto sia rilevante la recente modificazione del testo dell’art.151 del D.Lgs. n.50/2016 [2] operata dal “Decreto Semplificazioni” [3] appare ora chiaro ai tanti che hanno accompagnato questi 4 anni di “ostinata ragionevolezza” con cui Artlab ha costruito e alimentato le tappe di avanzamento del dibattito nazionale sul tema, segnando l’inizio di una nuova fase più estesa e significativa per gli impatti potenziali che potrà generare. Di questa rilevanza  se n’è lungamente parlato, su AgCult così come, ad esempio, nella recente tappa di Artlab a Bergamo o nella conferenza stampa di lancio della Call “Viviamo Cultura”, promossa da Alleanza Cooperative Italiana, e in numerosi workshop e seminari che  sono seguiti alle innovazioni prodotte nel “Decreto Semplificazioni.

La “esplicitazione” della possibilità, da parte degli Enti territoriali, di attivare le forme speciali di Partenariato previste dall’art. 151, c.3 del Codice dei Contratti pubblici, rasserena funzionari pubblici e la politica locale  dotando la “cassetta degli attrezzi normativi”,  destinabili ai processi di riuso e valorizzazione dei beni del patrimonio culturale della Nazione – la cui maggior parte ricade nel patrimonio immobiliare degli enti territoriali ed è gravemente sottoutilizzata, non fruibile o in abbandono – di un nuovo strumento, ispirato a logiche fiduciarie e generative di semplificazione, efficienza, efficacia dei processi di fruizione e valorizzazione dei Beni Pubblici.

Parlo serenamente di “esplicitazione” perché è evidente che tale possibilità fosse presente anche prima delle integrazioni al testo della norma operate dal Decreto Semplificazioni. Lo testimoniano i numerosi casi di “sperimentazione” attivati o in corso di perfezionamento negli ultimi tre anni, che vedono numerosi Comuni italiani  - tra cui per esempio Bergamo e Bari, Borgo Valsugana o Lentini, Altamura o Maglie - e operatori ed imprese culturali impegnati, in tutto il Paese, nella collaborazione in forma di Partenariati Speciali Pubblico-Privati (PSPP) per la restituzione di Valore culturale e di innovazione sociale a beni pubblici; valore altrimenti negato alle comunità urbane e territoriali a cui questi Beni, in ultima analisi, appartengono. Oltre al motivo sostanziale che il Patrimonio culturale della Nazione sia per la massima parte nel patrimonio degli enti locali italiani - per cui la “riserva” della facoltà ad attivare PSPP solo in capo allo Stato, attraverso il MIBACT, avrebbe escluso la gran parte dei beni culturali immobili da queste forme di promozione della loro valorizzazione - esiste un fondamento normativo alla apertura di questa possibilità dettato dall’art. 166 dello stesso Codice dei Contratti Pubblici [4] che, dichiarando la “libertà” di definizione delle procedure adottabili nella definizione della Concessione [5], ha consentito che ci si richiamasse “in analogia” a quelle previste dal testo originario dell’art.151 nella definizione di forme di partenariato “speciale”, in cui essi non si costituiscano come Main Payer [6] di prestazioni, per la valorizzazione dei propri beni culturali.

Il  nostro Paese è però aduso a norme tassonomiche e prescrittive,  con una fragile storia di collaborazione tra soggetti pubblici e privati pure nelle forme del PPP “ordinario”,  e accade che sia complesso andare oltre le sperimentazioni senza una norma che lo dica esplicitamente. Nulla si muove, nella “pancia” delle amministrazioni pubbliche, se non si trova scritto nero su bianco un’autorizzazione esplicita a farlo.

Il “Decreto Semplificazioni” apre dunque le “porte principali” ad una nuova stagione di processi di valorizzazione ma nasconde anche insidie.

Una norma non tassonomica e prescrittiva favorisce certamente la “sartorialità” necessaria ai  processi di valorizzazione dei Beni pubblici a finalità culturale ma, in assenza di riferimenti, una norma fiduciaria e generativa può esporsi a pratiche discrezionali con cui “vestire”, con un abito nuovo, vecchie pratiche e vecchi contenuti.

In questa direzione, il valore delle sperimentazioni in corso e i loro elementi comuni assumono ancora più valore, costituendo una cornice di riferimento “per non sbagliare”, rimuovere criticità di percorso possibile, consolidare le finalità contestuali di 1) valorizzare beni altrimenti in abbandono 2) attraverso attività di produzione artistica e culturali 3) incrementando la partecipazione culturale delle comunità, urbane e territoriali, a cui questi beni appartengono.

PERCHÉ PARTENARIATI “SPECIALI”? FORME DI PARTENARIATO DI INTERESSE GENERALE

Le sperimentazioni in corso danno atto che i Partenariati Speciali (di seguito più brevemente PSPP) non costituiscono né delle concessioni “a carico” degli enti territoriali né forme di PPP cd. a “titolo oneroso” [7]. Quindi un primo errore da evitare è quello di impostare il percorso di un PSPP come una “concessione” o un PPP nelle forme già consolidate e richiamate in altre parti del Codice dei Contratti.

Alcuni richiami a regole concessorie tipiche negli accordi di partenariato ”speciale” non fanno di questo una “concessione”. Taluni contenuti di natura concessoria sono infatti strumentali al perseguimento delle finalità del PSPP tant’è che l’atto principale che lo regola si chiama Accordo di Partenariato Speciale e non Atto di Concessione.

Le sperimentazioni parlano di un modello che si ispira a quadri di collaborazione aperta e flessibile, in cui il partner privato non esercita un diritto esclusivo di sfruttamento economico del Bene ma è referente dell’Ente pubblico territoriale nel processo di valorizzazione a cui concorre. l’Accordo di PSPP che regola il rapporto tra le parti è agli effetti  un  contratto in “formazione progressiva”, che verifica di volta in volta i contenuti operativi degli investimenti e della valorizzazione, in cui gli operatori culturali e  gli enti territoriali, che dispongono dei beni oggetto del processo di valorizzazione, concorrono, nei rispettivi ruoli e con modalità di co-progettazione, a medesime finalità di Interesse Generale, in coerenza con l’art. 9 della Costituzione che tutela e promuove la Cultura, che in sintesi possono richiamarsi nel  completo recupero del Bene nell’arco della durata del PSPP per finalità esplicitamente culturali e la apertura alla fruizione delle parti progressivamente “abilitate”,  con effetti d’incremento della partecipazione culturale della popolazione.

LA DURATA DELL’ACCORDO DI PARTENARIATO

I PSPP costituiscono una forma di collaborazione di lunga durata. La durata più breve ad oggi è quella rappresentata proprio dal primo caso applicativo dell’art.151, quello che vede il Teatro Tascabile di Bergamo partner operativo del Comune di Bergamo per la valorizzazione a finalità culturali dell’Ex Convento del Carmine e prevede una durata dell’Accordo di 20 anni rinnovabili. La prospettiva di 40 anni di collaborazione nel recupero e valorizzazione di un Bene culturale pubblico non è una novità. Le concessioni di valorizzazione [8] durano sino a 50 anni. Ma in questo tipo di concessioni emerge il paradosso di un interesse pubblico “differito” o concentrato sul recupero del bene e non sulla generazione di valore culturale per la comunità, poiché il privato concessionario investe risorse proprie per il recupero del Bene in tempi rapidi ma ne fa uso esclusivo, tipicamente commerciale, per garantirsi iritorno dell’investimento effettuato. Di certo, il modello della Concessione di Valorizzazione esclude d’amblais la possibilità di generare, se non di rado, nei Beni culturali finalità d’uso tipicamente culturali il cui paradigma, pur dovendo fare i conti con la propria sostenibilità economico-finanziaria, non è mai dato dalla massimizzazione economica del ritorno dei capitali investiti, ma dalla qualità del progetto culturale e dai suoi effetti sui pubblici e la società. Si considerino anche le ridotte leve finanziarie e di capitali di cui ha disponibilità in media chi opera in Cultura.

La scommessa dei PSPP è appunto quella di consentire interventi anche di recupero strutturale e restauro nel tempo, senza soluzioni di continuità, attraverso la realizzazione di lotti funzionali che rendano da subito fruibile il Bene per parti e luogo di offerta culturale. Il completo recupero, nel caso di Bergamo, si avrà non in pochi anni ma alcune parti dell’ex  Convento del Carmine sono già recuperate e rese disponibili alla fruizione pubblica e all’offerta culturale non 50 anni dopo l’investimento effettuato. Inoltre solo la lunga durata consente stabilità e crescita dell’offerta culturale e restituisce al Bene un valore riconoscibile che diventa nel tempo storia e patrimonio della Comunità ed è capace di mobilitare fondi di terzi attraverso sponsorizzazioni tecniche e finanziarie e fundraising,.

IL VALORE DELLA REPUTAZIONE: FIDUCIA E RESPONSABILITÀ

Forme di collaborazione aperta e generativa, come quelle sperimentate nei primi casi di PSPP tra enti locali ed operatori culturali “ante Decreto Semplificazioni”, sono fondate sulla fiducia. Superare la storica separatezza tra interesse pubblico, agito solo dai soggetti pubblici, ed interesse privato, inteso solo come esercizio di diritti esclusivi di sfruttamento economico e profittabilità, tipico delle democrazie “Latine”, richiede la comprensione che la complessità crescente dei fenomeni di Interesse Generale hanno necessità di definire nuove modalità di “Amministrazione Condivisa” della cosa pubblica, già favorito dal principio di sussidiarietà sancito dall’art. 118 c.4 della Costituzione repubblicana.

Curare l’interesse generale è insieme un atto di fiducia e di responsabilità. Tutte le attivazioni sperimentali di PSPP sono state promosse da operatori culturali la cui reputazione professionale e storia sono ineccepibili e di grandissima qualità. In una procedura semplificata come quella prevista dall’art. 151, c.3 del Codice dei contratti, la reputazione e la storia professionale del Partner operativo privato costituisce il primo criterio di valutazione per la sua selezione e non solo un prerequisito abilitante la partecipazione, come nelle procedure che prevedono “uno scambio” (prestazione Vs. Prezzo, o prestazione Vs. esclusiva disponibilità del Bene) tra partner pubblico e privato. Non solo perché esprime il grado di coerenza tra il documento della  proposta di partenariato e la rappresentazione della capacità effettiva di realizzarla (il proponente è all’altezza di quello che propone?) ma perché un rapporto di lunga durata è basato sulla fiducia generata dalla riconoscibilità di “con chi si ha a che fare”. Più è rilevante il Bene oggetto della valorizzazione, più è ardito e complesso il processo da promuovere, più la reputazione conta.

La reputazione è buon auspicio di flessibilità operativa e capacità di risolvere criticità durante il percorso soprattutto alla luce di una procedura non competitiva e che lascia margini ampi di scelta fiduciaria in capo al partner pubblico. Eccesso di discrezionalità? Forse, ma non nei casi sperimentali, tutti aventi oggetto Beni non “appetibili” ad altre forme di valorizzazione o al “mercato”, o in abbandono come risorse tacite ed inespresse, e che dimostrano che la fiducia sia dote essenziale al servizio della cosa pubblica. Più che discrezionalità direi appunto che, straordinariamente, emerge un principio di responsabilità in cui la scelta del Partner operativo non è legata solo alla perfezione documentale della proposta, e di certo non alla valutazione di criteri che attribuiscono punteggi, o alla presenza di garanzie bancarie.

PROCEDURE NON COMPETITIVE E NEGOZIALI, IN MODALITÀ ASCENDENTE O DISCENDENTE

La norma, richiama ai fini della attivazione dei PSPP, le procedure di cui all’art.19 del codice (contratti di sponsorizzazione) [9].

Una sponsorizzazione può attivarsi se un potenziale sponsor si propone di sponsorizzare, nelle varie forme possibili, un intervento di interesse pubblico (modalità ascendente). Oppure il soggetto pubblico può avviare direttamente una procedura ad evidenza pubblica per la ricerca di uno sponsor (modalità discendente).

In caso ad esempio di una proposta trasmessa per la valorizzazione di un bene comunale, il Comune può manifestare interesse alla proposta attraverso una delibera di Giunta,  e pubblicare un avviso informativo di ricevimento della proposta per un minimo di 30 giorni. Al termine del periodo di pubblicazione, apre una procedura negoziale con il soggetto proponente [10] per raffinare e condividere la proposta operativa di partenariato, configurarne le condizioni di esecutività per il primo periodo di attuazione e delineare il testo condiviso dell’Accordo di partenariato che costituirà l’inquadramento degli impegni assunti dalle parti nei propri ruoli specifici.

Uno degli elementi comuni ai casi di sperimentazione è che le proposte sono pervenute agli enti territoriali in  cosiddetta “modalità ascendente”.  Appare ragionevole che sia così. In generale parliamo di proposte su beni su cui gli Enti che ne hanno disponibilità hanno provato infruttuosamente in vario modo (dalla alienazione, alla concessione di valorizzazione) a ottenerne utilità di interesse pubblico. È dunque facilmente presumibile che solo la proposta di chi ne fa un progetto di “cura” e insieme di offerta culturale possa costituire un passo avanti di sottrazione  dall’inerzia.

Procedure negoziali e Tavolo Tecnico: una governance aperta, collaborativa, flessibile e in grado di promuovere i cambiamenti necessari durante il cammino comune.

Le sperimentazioni di PSPP in essere affrontano molti degli elementi problematici della normativa preesistente e che hanno alimentato il processo di abbandono di tanta parte del patrimonio culturale e di altri immobili pubblici.

Lo schiacciamento sul principio “mercatista” del valore dei beni pubblici, ridotto spesso al suo valore economico-patrimoniale o al suo valore “intrinseco” culturale, e il confinamento delle pratiche di collaborazione pubblico-privata nella logica “onerosa” della separatezza  degli interessi precostituiti - come se l’interesse comune tra le parti sia frutto di  un rapporto distanziato ed irresolubile, esercitato tra i contraenti con esclusione della Comunità che è il solo testimone riconoscibile del Valore (o del valore negato) espresso da un Bene Culturale, ed in particolare, di quelli del patrimonio “diffuso”-  ha avuto un effetto devastante sulla possibilità di attivare riusi di beni pubblici a finalità esplicitamente culturali.

A tali effetti hanno contribuito caposaldi normativi come i limiti di durata e la rigidità degli oggetti contrattuali, certo più intensi negli appalti ordinari che nelle concessioni e nei PPP, che costituiscono impedimenti strutturali al riuso culturale dei Beni pubblici, lì dove invece occorre esaltare il valore della crescita e del consolidamento nel tempo, piuttosto che il “termine di completamento del servizio” affidato, della ricerca e sperimentazione al posto dello standard e della ri-produzione, della flessibilità operativa al posto di contenuti contrattuali prefigurati, della correzione di rotta e modifica di orizzonte operativo al posto della “regolare esecuzione”, in ultima analisi, la collaborazione al posto del, spesso sterile ed adempitivo quando si fa, esercizio di  controllo.

I modelli di governance della valorizzazione dei Beni interessati dalle prime sperimentazioni di PSPP hanno ben chiari questi limiti:

  • Le proposte di partenariato sono perfezionate in forma negoziale [11];
  • Si procede ad una progettazione esecutiva solo di un primo periodo del processo di valorizzazione [12] ;
  • Il Tavolo Tecnico del PSPP in cui le parti designano il proprio referente è l’organo di indirizzo e verifica del Partenariato e le sue deliberazioni costituiscono impegno per le parti i cui organi decisionali sono portati a ratificare le decisioni lì assunte [13].
  • Il Partner privato è referente operativo  del processo e delle attività di valorizzazione, assumendosi in proprio il rischio operativo delle operazioni di investimento e di gestione. In relazione a questo ultimo punto emergono ancora elementi rilevanti.

La prima è che i PSPP si configurano come “ordinariamente” non a titolo oneroso per il soggetto pubblico: non vi è né cessione del Bene né un prezzo da corrispondere al partner privato; ma al soggetto pubblico non   è però impedita la facoltà di apportare proprie risorse, anche di bilancio, qualora ne ravvisi l’opportunità di concorrervi.

La seconda è che gli investimenti sono direttamente realizzati dal partner privato con effetti di efficienza e qualificazione dell’investimento straordinari.  Nel caso di Bergamo la realizzazione del primo lotto funzionale del recupero, previsto entro i primi 5 anni, è stato progettato ed avviato a settembre dello scorso anno  ed è in via di conclusione nonostante il “blocco pandemico”: probabilmente un caso unico in Italia, in relazione ad interventi su un Bene Culturale, che fa ben sperare sugli sviluppi futuri.

La terza è che l’operatore culturale partner è, in autonomia, pienamente responsabile del progetto culturale, degli indirizzi di  destinazione d’uso degli spazi che in via incrementale saranno resi fruibili, della selezione di terze parti per l’attivazione di partnership di progetto che alimenteranno le finalità del PSPP utilizzando gli spazi restituiti alla fruizione in via temporanea o permanente.

Queste le principali “pietre angolari” del Mainstream delle esperienze in corso. I risultati straordinari che stanno conseguendo, pure nella sartorialità dovuta   a beni e contesti diversi e di attività culturali differenti, ne fanno a pieno titolo buone prassi.

A questo Mainstream dovrebbero ispirarsi le, spero, numerose applicazioni dell’art.151 che ci si attende nei prossimi mesi dopo le integrazioni del “Decreto Semplificazioni” sempre che si voglia tener conto dei  temi rilevanti a cui possono concorrere:

  • Sottrarre quanto più possibile del Patrimonio Culturale immobiliare all’Abbandono;
  • Restituire ad uso prevalentemente culturale e di innovazione sociale i Beni culturali del Patrimonio diffuso;
  • Dare luogo a modelli di Governance aperti, fiduciari e collaborativi tra soggetti pubblici detentori di tali beni e soggetti privati, ispirati dalla co-progettazione per fasi successive, senza predeterminare in maniera rigida i contenuti della collaborazione;
  • Ordinare nel tempo il sistema degli impegni operativi assunti dalle parti e fissare preventivamente gli scopi generali e le regole generali d’ingaggio;
  • Garantire apertura alla Comunità, impatto sociale e culturale, sostenibilità intesa come  riproducibilità nel tempo del Valore espresso, dei servizi generati, dei risultati conseguiti.
  • Garantire una durata effettiva massima della collaborazione almeno pari a quella stabilita nelle Concessioni di Valorizzazione che al contrario costituiscono una “privatizzazione” piena del Bene pubblico;
  • Garantire flessibilità d’uso degli spazi,  ambienti e pertinenze del Bene, nel rispetto dei vincoli storici, artistici, architettonici e funzionali, anche per l’attivazione di servizi commerciali complementari alla sostenibilità delle attività caratteristiche di tipo culturale, per promuovere innovazione, sperimentazione ed allineamento al “passo dei tempi”  della offerta culturale;
  • Promuovere il coinvolgimento della comunità, non solo in quanto “pubblico” fruitore dell’offerta culturale ma quale protagonista della effettiva riconoscibilità del Valore Culturale del bene, attraverso approcci di audience development e public engagement.
  • Promuovere la partecipazione attiva degli operatori culturali del territorio e delle imprese non culturali come restituzione del valore cross-settoriale della Cultura ed agente di sviluppo;
  • Promuovere e diffondere pratiche e risultati conseguiti nel territorio assumendosi la responsabilità di costituirsi come esperienza di riferimento per lo sviluppo e la coesione territoriale e della comunità.

Dal primo caso di PSPP (2018) promosso dal Teatro Tascabile e dal Comune di Bergamo, e con i successivi che sono seguiti e seguiranno dopo il Decreto Semplificazioni, si può produrre un rovesciamento dei paradigmi consolidati in ordine ai rapporti di partenariato pubblico-privato, garantendo non solo la soluzione di nodi ancora irrisolti ma recuperando efficienza gestionale dei processi di valorizzazione, sia in ordine agli investimenti di recupero sia alla restituzione d’uso culturale dei beni con l’emersione di un sentimento diffuso di cura civica nelle comunità di riferimento.

ABSTRACT

Before the recent Italian "Simplification Decree", which made explicit the possibility of activating the Special Forms of Partnership for the enhancement of cultural heritage assets (Article 151, par. 3 of the Public Procurement and Contracts Code), numerous special public-private partnerships for the enhancement of cultural heritage assets were already in place. These involved mainly Municipalities and cultural operators and spread from the North to the South of the country. Even in the sartorial approach of different cultural assets, contexts and operators, there are traits that are common to these successful experiences, which fully make them good practices that can inspire the new partnerships that can from now on be created as an effet of the" Simplification Decree ". The article offers an overview of elements that are being consolidated by the experiences already underway.

 

Franco Millela, Consulente senior, con quasi 30 anni di attività, esperto sui temi dello Sviluppo locale e delle Politiche di Coesione Europee. È socio fondatore della Fondazione Fitzcarraldo di Torino

Note Bibliografiche

[1] Il giornale delle Fondazioni, F.Milella 7/09/2016

http://www.ilgiornaledellefondazioni.com/content/le-regole-di-un-nuovo-gioco-possibile

[2] Codice degli appalti e dei contratti pubblici.

[3] Decreto-legge 16 luglio 2020 n- 76 “Misure urgenti per la semplificazione e l’innovazione digitale. (G.U. n. 178 del 16 luglio 2020 Codice degli appalti e dei contratti pubblici) . Art. 8. Altre disposizioni urgenti in materia di contratti pubblici……5. Al decreto legislativo n. 50 del 2016 sono apportate le seguenti modificazioni:………..c-ter)  all’articolo 151, comma 3:1) le parole: «il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo può» sono sostituite dalle seguenti: «lo Stato, le regioni e gli enti territoriali possono, con le risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigente,».

[4] “Le amministrazioni aggiudicatrici e gli Enti aggiudicatori sono liberi di organizzare la procedura per la scelta del concessionario, fatto salvo il rispetto delle norme di cui alla presente Parte. Essi sono liberi di decidere il modo migliore per gestire l’esecuzione dei lavori e la prestazione dei servizi per garantire in particolare un elevato livello di qualità, sicurezza ed accessibilità, la parità di trattamento e la promozione dell’accesso universale e dei diritti dell’utenza nei servizi pubblici”.

[5] Che costituisce l’istituto più affine al PPP. vedi M-P- Chiti Il partenariato pubblico privato e la direttiva concessioni, in Finanza di Progetto e Ppp : temi europei, istituti nazionali e operatività, a cura di G.F. Cartei e M. Ricchi, Napoli, Editoriale Scientifica, 2015, p. 13; l’Autore constata che il Ppp europeo si esaurisca nelle concessioni di cui alla direttiva 2014/23/UE.

[6] Che, al contrario, richiedono specifiche prescrizioni procedurali per garantire che il soggetto pubblico abbia intrapreso il procedimento più conveniente in termini di costi, tempi e livelli di performance.

[7] Come previsti dagli artt. 180 e segg. del D.Lgs n. 50/2016.

[8] Art. 3 bis “Valorizzazione e utilizzazione a fini economici dei beni immobili tramite concessione o locazioni”  del Decreto Legge 25 settembre 2001, n. 351  – Decreto convertito, con modificazioni, in legge 23 novembre 2001, n. 410  — Disposizioni urgenti in materia di privatizzazione e valorizzazione del patrimonio immobiliare pubblico e di sviluppo dei fondi comuni di investimento immobiliare.

[9] L’analogia richiamata dall’art.151 con l’art.19 è però esclusivamente relativa alla procedura poiché il PSPP non è un contrato di sponsorizzazione: ove il PSPP fosse un contratto di sponsorizzazione,  non ci sarebbe stato bisogno di un articolo specifico come il 151 ma sarebbe stato possibile rinviare direttamente all’art.19.

[10] e con tutti gli altri soggetti che nel periodo di pubblicazione ne abbiano inviate altre, sullo stesso Bene oggetto della prima proposta, sia di natura complementare alla prima  che alternativa.  In caso di più candidati “partner”,  la selezione non assume “forma competitiva”, esattamente come già accade nei contratti di sponsorizzazione, e l’amministrazione pubblica decide sulla base di una valutazione comparativa discrezionale, selezionando il partner, al termine delle procedure negoziali con tutti i candidati, o ispirando le  procedure negoziali al fine di una loro integrazione.

[11] Trovano il loro assetto regolativo nell’Accordo di partenariato che non fissa una volta per tutte “la natura prestazionale” delle attività di valorizzazione, ma ne disegna la cornice regolativa di riferimento, le finalità e il monitoraggio degli andamenti e dei risultati attesi.

[12] La pianificazione economico-finanziaria presentata per il periodo di avvio del processo, di norma, non va oltre i primi 3-5 anni e interessa le attività principali del processo (quelle su cui ci si mette a mano sul fuoco che si realizzeranno) e la programmazione annuale delle attività e degli investimenti è definita in ragione delle risorse effettive disponibili come certificato dall’organo di governance del PSPP.

[13] Sul lato pubblico è come se fosse una specie di Sportello Unico della Valorizzazione del Bene oggetto del partenariato, o una Conferenza di Servizi in sede decisoria permanente che impegna le parti partecipanti.

Leggi anche:

 

Articoli correlati