L’arte e la cultura non fermeranno il virus. Per quello occorre la ricerca scientifica. Ma dove trovare cibo per il ristoro degli animi, della fiducia, della ricostruzione della capacità di immaginazione e di creazione, se non nell’arte e nella cultura? Nelle risorse che hanno permesso all’umanità, nel tempo, di trovare nuovo senso e direzione, che rendono le persone la più grande energia rinnovabile?

“C’è bisogno di stimoli alla riflessione, ad alzare e muovere lo sguardo in modo da contrastare il rischio di ritirarci, impauriti e talvolta rabbiosi, nel nostro particolare, di trasformare davvero il necessario distanziamento fisico in un non necessario, ed anzi pericoloso, distanziamento sociale [...]. Un distanziamento che può tradursi sia nell’indifferenza, quando non nella condanna per chi sta peggio e non ce la fa più o viceversa nella ribellione che rifiuta ogni assunzione di responsabilità. Mantenere uno spazio per l’attività culturale in forma non esclusivamente solipsistica, come atto collettivo e interattivo, anche se in condizioni di distanziamento fisico, è altrettanto necessario per la tenuta sociale di poter continuare a lavorare in fabbrica, in ufficio, nei campi, andare a fare la spesa, avere un reddito, non solo per i lavoratori dello spettacolo, ma perché mantiene aperta la mente, l’immaginazione, nutre la speranza, crea forme di riconoscimento reciproco”,  tuona Chiara Saraceno dalle colonne di La Repubblica ( 28 ottobre 2020).

Un invito alla mobilitazione per ricostruire prossimità, coesione sociale, nell’attivazione di comunità, accanto alle scuole e alle associazioni di quartiere. Un invito alla cultura ferita, che non ha bisogno solo di sussidi marginali. Una cultura che ha risposto con rabbia e delusione alla scelta del governo di chiudere cinema e teatri per la seconda volta in un anno, e di lasciare aperti - seppur con orari ridotti e nuove restrizioni per la clientela - negozi, bar e ristoranti, chiese. Legittimo.  Christian Greco, direttore del Museo Egizio di Torino, in sintonia con Saraceno, in un articolo da trend topic, sollecita a unirsi, fuori dal particolare, per lavorare insieme e “curare con la cultura”, con un disegno sistemico che incroci cultura (teatri, musei, realta musicali) ed educazione, per non disperdere capitale umano e sociale.

Possibile. In questo inverno, che si preannuncia lungo, ci sono i fermenti che possono ispirare il mondo della cultura. “È bellissimo vedere come le diverse città metropolitane stanno utilizzando, in modi diversi, le risorse dei PON metro per stimolare nuove azioni sociali ed economiche. Se a Milano con la Scuola dei Quartieri si punta su nuove forme di imprenditoria e innovazione sociale, a Bologna il tema chiave sono le azioni collettive e il nuovo mutualismo”, evidenzia Davide Agazzi. Quest’ultimo ciclo di programmazione “ci sta facendo vedere quanta creatività si può mettere in campo nel costruire politiche pubbliche capaci di stimolare le energie della società. Una lezione su cui costruire sia per utilizzare i fondi del Recovery Plan-non si vive di bonus-che per immaginare politiche per le città medie e le aree interne-non si vive di sole metropoli”. Fuori da azioni estemporanee, seppur meritorie.

È in movimento una energia che leggiamo anche nella rete lanciata ufficialmente il 30 ottobre scorso, con oltre 60 soci, Lo Stato dei Luoghi, uniti per un salto di scala, come rappresenta Ilda Curti nella sua lectio introduttiva allo Stato dei Luoghi che vi restituiamo. Una rete che dà conto di un fenomeno di innovazione sociale a base culturale che ha preso corpo negli ultimi dieci anni attraversando il paese, dalle città alle aree interne, in contesti fragili, creando comunità in azione. Processi che spesso hanno dato luogo a forme sperimentali di partneriato pubblico-privati – patrimonio di pratiche e conoscenza da non disperdere alla luce delle novità contenute nel “Decreto Semplificazioni” (Franco Milella).

Possiamo immaginare città future smart, a prova di virus, iper efficienti da un punto di vista logistico, città che nel raggio di 15 minuti offrano i c.d. servizi essenziali come scuola e sanità, ma anche luoghi in cui la cultura diventi fatto sociale (v. il nuovo Quadrilatero della Cultura a Bologna, Roberta Bolelli), con esperienze phigital che integrino il digitale in percorsi di sviluppo. Infrastrutture culturali che da attrattori divengano attivatori - come ha più volte sottolineato e mostrato con progetti innovativi alla mano Fabio Viola - nonché di approcciare il tema del digitale con maggiore consapevolezza (Pierpaolo Forte), contro le derive di una società sempre più autoreferenziale, diseguaglianze che si ampliano, per creare  comunità digitali e anche nuova economia (Claudio Calveri).

Una  logica che va oltre il ristoro, ma punta all’investimento in una cultura che innova e si rinnova. Questa pandemia sarà una sofferenza non sprecata se capiamo, con onestà e umiltà, cosa non funziona oggi,  ma può funzionare domani, anche per il mondo dell’arte e della cultura, settore strutturalmente fragile, con nodi irrisolti (Paolo Petrocelli) e lavoro precario. Proviamo anche a interrogare, con lucidità, il nostro lavoro di riflessione e di ricerca, sul perché non siamo stati ancora in grado di spuntare fino in fondo la sfida della ricerca di processi sul valore generato dalla cultura per individui e comunità, necessario per una visione di cultura come investimento, da affrontare con metodologie e strumenti adeguati.

Soprattutto, proviamo a capire come il mondo della cultura possa guardare oltre i propri confini settoriali (“oltre i codici ATECO”, parafrasando Ilda Curti), abbracciando le grandi sfide del momento su cui si fonda l’Agenda 2030, essere parte della soluzione e non del problema (Massimiliano Zane). Proviamo a capire come la cultura “consentirà di sviluppare gli anticorpi egualitari, primo fra tutti quello di genere, senza i quali non si guarisce dal contagio dell’intolleranza e della paura”, come suggerisce Maria Paola Orlandini che questo mese, insieme a Silvia Garambois, contribuisce allo speciale sul riequilibrio di genere nei e attraverso i settori culturali e creativi a cura di Flavia Barca. Una cultura che promuova il “rispetto anche linguistico della dignità della donna, nella scrittura e nell’uso delle immagini”. Punti centrali negli SDGs.

A corredo di queste riflessioni una serie di contributi ci mostrano come la connessione cultura-sviluppo sostenibile sia già realtà, una realtà che possiamo diffondere e far scalare in politiche. ECFI – European community foundations initiative ci offre come strumento una guida di ispirazione per supportare l’adozione degli obiettivi di sviluppo sostenibile nei processi di comunità. Ce ne parla Maria Elena Santagati, che l’ha tradotta per il nostro paese. La Fondazione Santagata per l’Economia della Cultura ha di recente istituito un premio rivolto a progetti nazionali di sostenibilità realizzati in territori o comunità UNESCO. Il Premio del Paesaggio del Consiglio d’Europa, giunto alla VII Edizione (candidature fino al 15 dicembre 2020) valorizza la rinascita dei territori a rischio a causa di spopolamento, degrado ambientale e sociale, fenomeni sismici (Ledo Prato). Per una sostenibilità sociale.

#letturelente per ragionare insieme su come il mondo della cultura possa uscir fuori da quell’aura di irrilevanza a cui questa crisi rischia ulteriormente di condannarlo.

ll domani dipende dalle scelte che faremo oggi.

Catterina Seia e Valentina Montalto

 

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