Questo articolo è uno dei testi introduttivi al volume “Blueprint, pratiche culturali trasformative e urgenti”: una collezione di modelli, esperimenti e prospettive particolarmente promettenti per trasformare la cultura e renderla aperta, inclusiva e sorprendente. Un compendio che aiuta a comprendere ciò che è cambiato e potrà cambiare nella cultura a causa della pandemia di Coronavirus, a cura di cheFare, Polo del '900 e Simone Arcagni.

Gli effetti del Covid-19 sul sistema culturale, lungi dall’essere ancora tutti emersi e dispiegati, saranno molteplici, contraddittori, opposti nel segno, differenti nella durata e tali da rendere molto difficili valutazioni di natura complessiva. Per alcuni settori (penso al cinema, allo spettacolo dal vivo, ma anche ai musei e all’imprenditoria che lavora a cavallo tra turismo e cultura) gli impatti economici saranno drammatici, così come per molti lavoratori e professionisti, soprattutto quelli più fragili dal punto di vista contrattuale (free-lance, collaboratori esterni, praticanti, contratti determinati, precari, etc.). Contestualmente la crisi ha prodotto accelerazioni straordinarie in termini di crescita di consapevolezza in merito all’importanza strategica del digitale nell’abilitare pratiche ibride più o meno incoraggianti e di un rinvigorito spirito di collaborazione e di solidarietà inter-settoriale, ma ha anche messo in luce gap e ritardi di settore, inerzie e blocchi che potremo, forse, provare a eliminare nel lungo e intermittente processo di ripartenza che ci attende.

RIPENSARE IL SENSO DEI LUOGHI

La crisi ha obbligato, inoltre, a mettere in discussione e ripensare il senso, il perimetro d’azione e le meccaniche d’uso dei luoghi della cultura; quelli “fisici” in primis, privati in tutto o in parte di pubblico e organizzati in proposte esperienziali che hanno dovuto essere riconsiderate alla luce di una socialità depotenziata, irreggimentata e asettica, quando non del tutto assente. Si pensi, ad esempio, ai concerti dal vivo, al clubbing, alle biblioteche, ma anche a quei tanti centri culturali che sono stati progettati per essere abitati più che attraversati, aperti e pensati per far convivere e intrecciare destinatari e traiettorie d’uso differenti e possibilmente impreviste. Luoghi pensati per riscaldare la temperatura media della socialità, abbassare la soglia e aumentare la probabilità dell’incontro inaspettato (in termini sociali, culturali e relazionali). La temporanea indisponibilità dei luoghi fisici canonicamente preposti alle liturgie del consumo e della pratica culturale ha, inevitabilmente, attivato processi di surrogazione e di sostituzione che hanno visto nell’alternativa digitale e in quella “ibrida” le risposte più naturali e foriere di sviluppi su cui torneremo in seguito. Ha, altresì, focalizzato l’attenzione sulla necessità di preservare e curare i rapporti con le persone e con le comunità di riferimento, di ascoltare, di suggerire risposte a bisogni emergenti, di farsi trovare “vicini” anche nei momenti di massima distanza: le pratiche raccolte in “Blueprint” da questo punto di vista sono emblematiche e ci dimostrano come, alle volte, possa essere sufficiente ed efficace anche un numero di telefono e qualcuno disposto ad ascoltare e a rispondere dall’altra parte del ricevitore.

LA NUOVA GRAMMATICA DELLA PARTECIPAZIONE

Alcune parole, a cui ci siamo aggrappati con forza in questo periodo, richiedono di essere problematizzate e comprese nelle loro diverse sfaccettature se vogliamo che tornino utili nel comporre il lessico di base della grammatica progettuale dei tempi incerti che ci attendono. Una di queste è sicuramente partecipazione. Croce e delizia di questo periodo, la partecipazione (mancante o forzatamente ridotta nelle esperienze dal vivo, surrogata, indotta e conquistata attraverso nuove e vecchie pratiche in digitale all’interno delle mura domestiche) è stata la cartina al tornasole per misurare la gravità della situazione, lo stato di tenuta e le potenzialità del settore culturale alla prova della crisi. Problematizzare il rapporto tra sistema culturale e partecipazione nel contesto attuale vuol dire riportare la discussione sulle persone e anche sui numeri, perché entrambi sono cruciali. La sfida risiede e risiederà probabilmente nel progettare una diversa e migliore qualità nella partecipazione (testando modalità più consapevoli di audience engagement che sappiano coniugare il coinvolgimento e l’attivazione con l’ampliamento della base sociale, anche individuando collaborazioni e alleanze inter-settoriali funzionali a estendere la gamma dei potenziali destinatari), ma rimane il problema di come contrastare e ripristinare l’emorragia di pubblico che per decreto o per scelta entra con il contagocce nei teatri, nei cinema, nei musei e nei festival del nostro paese. Da questo punto di vista gli effetti negativi (quando non drammatici) della crisi risultano difficilmente mitigabili o risolvibili con proposte alternative immediatamente in grado di sostituire e compensare l’offerta tradizionale in presenza, soprattutto se si manterranno nei prossimi mesi i vincoli di capienza molto stringenti per gli spazi culturali al chiuso. Una delle conseguenze, in termini puramente gestionali, è che non solo la domanda complessiva diminuisce, ma che aumentano i costi unitari della sua gestione perché si richiede (ed è fondamentale garantire) un surplus di attenzione/cura/ingaggio ai “non molti” e “fortunati” che accedono e usano i suddetti spazi e servizi. Gli ambienti digitali stanno rappresentando l’habitat alternativo naturale in questo tempo di mezzo, a volte con risultati molto significativi per la quantità e la composizione delle persone coinvolte e conquistate alla causa, ma con difficoltà ancora molto evidenti nell’individuare modelli di business (non dico sostitutivi, ma almeno integrativi) e quadri di policy che siano in grado di agevolare la remunerazione dei diversi input produttivi messi in gioco. Su questa sfida si dovranno attivare e fare squadra le migliori istituzioni, competenze e risorse private e pubbliche, anche in relazione alla capacità di orientare e massimizzare l’efficacia dei fondi straordinari che l’Europa vorrà dedicare direttamente e indirettamente allo sviluppo del comparto culturale e creativo. Un aspetto importante da considerare è il contesto socio-economico in cui si colloca l’azione culturale e si va a ridefinire il ruolo e il portato della partecipazione. Un contesto caratterizzato da disuguaglianze nuove e crescenti in termini di accesso alle opportunità economiche, lavorative, educative, culturali, relazionali, ricreative, etc. e che rischiano di diventare uno degli ambiti prioritari di intervento e di ri-orientamento delle risorse, delle pratiche e delle politiche dei diversi e interconnessi sistemi culturali di cui stiamo parlando.

PROGETTARE LA PARTECIPAZIONE IN UN CONTESTO DI DISUGUAGLIANZA CRESCENTE

Il perseguimento della sostenibilità sociale di molte istituzioni culturali richiederà, probabilmente, nei prossimi anni un ampliamento degli obiettivi in cui, oltre ai necessari aspetti di accessibilità, inclusione e di attivazione, dovranno essere integrate finalità specifiche volte a sviluppare processi di riequilibrio a livello sociale, generazionale, comunitario, economico e territoriale (in linea, peraltro, con molti dei 17 SDGs dell’Agenda 2030 dell’ONU a cui molte realtà culturali guardano con crescente attenzione per orientare l’impostazione strategica nel decennio che si apre). Questi mesi di lockdown ci hanno dimostrato come il combinato disposto del “digital divide” unito al “cultural divide” rischi di creare fratture collettive sempre più profonde. Se vogliamo ripensare a nuovi indicatori in grado di fornire elementi di comprensione tridimensionale alla partecipazione (sull’inadeguatezza dei parametri quantitativi si discute tanto animatamente quanto improduttivamente da almeno quindici-venti anni) perché non inserire nel discorso metriche che misurino il contributo effettivo dell’offerta culturale nel rendere più equilibrate le condizioni di accesso, di partecipazione, di crescita e di beneficio individuale e collettivo a partire da una valutazione iniziale del livello delle disuguaglianze letto a scala territoriale.

LA CENTRALITÀ DELL’EDUCAZIONE

Dentro questa prospettiva occorre dare ancora maggiore centralità al tema dell’educazione favorendo, come ho già avuto modo di scrivere in questi mesi, un’alleanza strutturale tra i settori della cultura e dell’istruzione. Molte delle pratiche segnalate in “Blueprint” hanno riguardato il mondo della scuola; l’impressione è che siano indicative di una tendenza più generale che ha visto le istituzioni culturali genuinamente impegnate nell’offrire contenuti e attenzione alle proprie comunità di docenti e studenti, ma che da un punto di vista degli esiti rappresentino punte avanzate di innovazione e sperimentazione nell’ambito di un paesaggio più ampio connotato ancora da limiti di natura progettuale e realizzativa, soprattutto per quanto riguarda l’offerta di prodotti e percorsi digitali nella didattica a distanza e in presenza. La domanda, da parte del settore scolastico, di contenuti, strumenti e competenze a supporto di una didattica sempre più “ibrida” rappresenta un’opportunità che molti attori possono e devo raccogliere e che si può tradurre in nuove linee di offerta da parte delle istituzioni culturali, in valorizzazione di asset tangibili e intangibili (dai patrimoni archivistici alle competenze “verticali” interne), nell’attivazione di partenariati e alleanze con soggetti privati che si muovono nell’ambito dell’Edutech, dell’editoria digitale specializzata, del gaming, dell’informatica, del design, dell’(Hi)storytelling solo per citare alcuni ambiti di cross-over progettuale. Ambiti che possono realmente diventare promettenti in termini di sostenibilità, replicabilità e scalabilità a patto che vengano contestualmente messi in campo interventi di policy e programmi in grado di favorire ambienti di co-progettazione tra settore della cultura, dell’istruzione e dell’innovazione negli ambiti prima indicati e si favorisca lo sviluppo di piattaforme (pubbliche? private?) in grado di addensare masse critiche di contenuti, servizi e mercati potenziali che riescano ad andare oltre il raggio limitato delle singole pur lodevoli iniziative. Di piattaforme, in realtà, si è molto parlato durante il lockdown, anche in relazione alla proposta del Ministro Franceschini di dare corpo a una Netflix della cultura italiana che fosse in grado di aggregare e valorizzazione contenuti digitali di qualità prodotti ex novo oppure frutto della digitalizzazione del nostro enorme patrimonio. La proposta, che ha solleticato un dibattito molto polarizzato su chi dovesse essere il soggetto aggregatore, sulle finalità culturali e sull’entità degli investimenti necessari ha avuto il merito di evidenziare il bisogno di superare la frammentazione e il nanismo dell’offerta attuale, individuando spazi e modelli di aggregazione digitale in grado di proporre contenuti con quantità e qualità tali da avvicinare e coinvolgere pubblici potenzialmente ampi. Provando a sperimentare, laddove possibile, modelli di business che siano in grado di remunerare direttamente o indirettamente il valore incorporato nei contenuti proposti e/o nei servizi di mediazione, divulgazione, organizzazione e arricchimento esperienziali derivanti dal know-how che il settore culturale può fattivamente mettere a disposizione, anche rivendicando condizioni agevolate nell’intricata materia dei diritti d’autore.

PARTIRE DI NUOVO DALLE PRATICHE?

Per concludere, possiamo ritornare alle pratiche, quelle che “Blueprint” ha voluto raccogliere e raccontare. Come spesso accade nei momenti di forte discontinuità e accelerazione bisogna essere consapevoli dei rischi che questo tipo di operazione comporta: fuochi di paglia, risposte tattiche ritagliate su problematiche contingenti e difficilmente replicabili, vicoli ciechi, dissipazione di risorse ideative e progettuali. Ma, contestualmente, in alcune o in diverse di queste esperienze si possono rinvenire gli embrioni di nuove narrazioni possibili, visioni generative, l’avvio di percorsi forieri di ulteriori nuovi percorsi e le risposte a domande che saranno ancora pertinenti nel prossimo futuro e che richiederanno sforzi corali e soluzioni frutto di una pluralità operosa, collaborativa e competente.

La sfida risiederà nel riconoscere le traiettorie più promettenti (distinguendo possibilmente tra valore della soluzione in termini di spendibilità nell’immediato e nel contingente e valore derivante dalla capacità di tradursi in replicabilità di modello e approccio), nel coinvolgere i decisori e policy makers chiedendo loro di scommettere sulle potenzialità di cambiamento e di fertilizzazione di queste traiettorie, di disegnare politiche e programmi che forniscano dei contesti di azione abitati da comunità e attori che abbiano voglia e coraggio di attraversarle agendo il cambiamento e non subendolo.

 

Alessandro Bollo è direttore della Fondazione Polo del ‘900 di Torino e presidente di Kalatà, impresa culturale. Precedentemente è stato co-fondatore e responsabile Ricerca e Consulenza della Fondazione Fitzcarraldo per circa venti anni. È docente in diversi corsi e master a livello nazionale e internazionale occupandosi di economia e di politiche della cultura, di progettazione e management culturale. Dal 2011 ha collaborato alla candidatura di Matera a Capitale Europea della Cultura per il 2019, facendo parte del comitato tecnico e coordinando la redazione del dossier finale di candidatura.

ABSTRACT

The paper presented here is the introduction of the volume “Blueprint, pratiche culturali trasformative e urgenti” edited by Chefare and Polo del '900 in collaboration with Simone Arcagni. Blueprint is a collection of practices and models raised and collected during the pandemic in order to suggest new visions and new intervention models in the various sectors of culture. The paper intends to tackle some issues that have been particularly urged by the pandemic crisis like participation patterns, place making and the crucial role of education and digital in the cultural field.

 

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