Contributo ricevuto in risposta alla prima “call for papers” di Letture Lente, a cura di Flavia Barca

 

“Quando è facile contarsi perché si è in pochi, ciascuno conta di più”.

È la montagna spopolata il contesto in cui si muovono gli autori dell’agile, prezioso e-book “Montagna: femminile plurale. Storie di donne che sono arrivate in alto”, pubblicato dall’editore Zandegù: 1,99 euro ottimamente investiti nell’allargamento (e innalzamento) degli orizzonti mentali.

Irene Borgna, antropologa, e Giacomo Pettenati, geografo, viaggiano su e giù per le valli cuneesi e raccolgono storie di donne che hanno scelto di vivere e lavorare in montagna. Rifugiste, allevatrici, artigiane, artiste del feltro, sportive, coltivatrici, cuoche, “lupologhe”: sono profili di donne “in salita” che hanno compiuto la scelta di lasciare la vita di città per costruirsi un futuro sopra i mille metri, in un ambiente naturale e umano per molti versi ostile.

Sono creature coraggiose, che hanno sciolto le catene di ruoli pre-imposti per legarsi ad altre catene, quelle montuose: si sono unite a comunità piccole, faticose da tenere insieme ma che, con la giusta cura, sanno ripagare con una generosità umana autentica.

Provate a cercare su Google Immagini le parole “donne/montagna” o “mountain/women”: l’iconografia che viene restituita, di un appiattimento sconfortante, rivela per lo più atletiche scalatrici, sorridentissime mountain bikers e qualche anziana signora andina.

Ecco perché leggere queste pagine, ascoltare il racconto di queste storie è molto utile: per vedere restituito un panorama variegato, stimolante e istruttivo di liberazioni femminili, per costruirsi immaginari nuovi e per approfondire le ragioni di scelte davvero alternative.

Stiamo vivendo, lo sappiamo, una stagione molto difficile; in occasione delle chiusure che si rendono necessarie per limitare il contagio della pandemia, non è inutile soffermarsi a ragionare sui concetti di distanza e di prossimità.

Le storie raccontate da Irene e Giacomo partono quasi tutte dal bisogno che queste donne hanno avuto, a un certo punto del proprio percorso di vita, di reinventarsi distanziandosi dal consueto: dopo una separazione, una malattia, una difficoltà a sentirsi a proprio agio in certi panni e in certi ambienti; dopo un blocco della creatività, incapace di sprigionarsi stretta nella pressione di affollati quartieri cittadini.

Ecco, non potrebbe essere utile per tutti, oggi, rileggerle come un esercizio di apertura mentale? Non ci troviamo a questo punto tutti nella situazione di non poter continuare a vivere e a pensare “come prima”?

“How dare you?” è la domanda che Greta Thunberg ha rivolto ai leader delle Nazioni Unite, indignata per il procrastinarsi di decisioni urgenti per la protezione del clima: non è lo stesso interrogativo che dovrebbe porsi, con il medesimo disappunto, ogni donna che nega a se stessa la liberazione del proprio potenziale? Il coraggio di un’inversione di rotta? Di uno spostamento di fuoco?

Perché, credo, sta proprio qui, nello spostarsi, la vera liberazione di se stesse, inevitabilmente destinata a riverberarsi nella comunità in cui si vive.

Le donne, da sempre, portano sulle proprie spalle il peso atavico di scelte non proprie ma, nello stesso tempo, soprattutto in territori più fragili e marginali, sono i loro spostamenti a provocare il mutamento delle geografie umane e culturali. Nuto Revelli ce lo ha trasmesso nelle interviste raccolte nei suoi libri “Il mondo dei vinti” e, ancor di più, l’“Anello forte”, che oggi riecheggiano nel piccolo Museo dei Racconti della Borgata alpina di Paraloup: erano, per esempio, i cambiamenti sociali provocati dalle giovani donne di montagna che hanno preferito sposare gli operai piuttosto che i montanari, o dalle “calabrotte” che si maritavano ai contadini celibi rimasti nelle borgate, generando flussi migratori da Sud a Nord.

È così anche oggi, in un periodo in cui la ricerca di uno stile di vita più sostenibile e autentico muove forze centrifughe: in provincia di Cuneo, ad esempio, oltre il 60% delle nuove attività imprenditoriali sopra i 600 metri sono avviate da donne.

E allora, perché non ci spostiamo? Facciamola qualche ora di viaggio per andare a conoscere quelle donne ad alto tasso di indipendenza. Mettiamo al bando paure e difficoltà più o meno reali (spesso pigrizia mentale) perché, per fortuna, non occorre attrezzarsi di ramponi né andare fino alle Ande.

Racconta Patricia, artista del vetro di Chiusa Pesio: “È un lavoro faticoso ma meraviglioso, ha possibilità creative infinite. I primi mesi, forse i primi anni, mi svegliavo la notte con il male alle braccia e alle mani. Ma ci ho messo fatica e determinazione, perché ero disperata: se non lo fossi stata, non avrei avuto tutta questa tenacia”. E conclude. “Non è tanto una questione di essere nuovi abitanti, quanto di abitare in modo nuovo, più consapevole”.

E allora andiamo a cercare insieme questa nuova consapevolezza dell'abitare, per un domani che è già oggi.

 

Beatrice Verri. Già traduttrice editoriale, è direttrice della Fondazione Nuto Revelli, per la quale coordina i progetti culturali della Borgata Paraloup, con particolare riguardo al Museo dei Racconti e al Laboratorio Anello forte per la memoria femminile. È vice presidente della Fondazione di Comunità Chierese.

ABSTRACT

The ebook "Mountains: feminine, plural" written by anthropologist Irene Borgna and geographer Giacomo Pettenati is an exploration in the heart of the Alps in search of women who have chosen to return to live and work in the mountains. An open window on the lives of eight women (farmers, breeders, artisans) who have bravely reversed the course of their lives founding an ecosystem where to unleash their potential and generate innovation. Those testimonies are today a useful inspiration to imagine the urgent change we have to boost and to reflect on how much the so-called "internal" areas can be the fulcrum of a brand new way of living our land.

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Un percorso di ascolto realizzato in partnership con

Soroptimist International d’Italia Club di Torino, in occasione del 70mo anniversario dalla fondazione, ha delineato una strategia di azione che punta sulla cultura come risorsa per una trasformazione sociale responsabile: una risposta alle sfide dello scenario pandemico che sta generando nuove diseguaglianze e profonde ferite, a livello personale e dei sistemi sociali, compromettendo diritti.

Il Soroptimist è una associazione mondiale di donne di elevata qualificazione professionale, provenienti da diverse aree, al fine di favorire il dibattito interno e la circolazione di idee per agire efficacemente a favore di una società più giusta ed equa, attraverso azioni concrete per la promozione dei diritti umani, del potenziale femminile e dell’avanzamento della condizione delle donne, coniugando locale, nazionale e internazionale.

www.soroptimist.it/club/torino.it

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