E’ in uscita nei prossimi giorni, per i tipi di Castelvecchi, il volume di Antonio Bisaccia intitolato “Burocrazzismo e Arte. Cronaca di un’equiparazione cosmetica nell’Alta Formazione Artistica, Musicale e coreutica”. Accademie di Belle Arti, Conservatori di Musica, Istituti Superiori per le Industrie Artistiche, Accademia Nazionale di Danza e Accademia Nazionale d’Arte Drammatica hanno subìto nell’ultimo quarto di secolo una tragica battuta d’arresto del progetto di riforma più che ventennale. Qual è il motivo? Non è chiaro, ma se s’interrogano i politici di turno o i membri dei governi passati e presenti non si troverà nessuno che non sia d’accordo con l’idea di risolvere l’ormai storica disparità di trattamento nei confronti dell’AFAM. Senza, poi, agire di conseguenza. Si è arrivati oltre la soglia della sopportazione, tanto da far pensare all’uso deliberato di una forma particolarmente insidiosa di pregiudizio nei confronti dell’Alta Formazione Artistica, Musicale e Coreutica. E questo mentre nel resto del mondo, da tempo, le istituzioni AFAM sono assorbite all’interno delle strutture universitarie e godono di equiparabile dignità e rispetto. 

Da dove ricominciare? Bisognerebbe approntare un grande piano Marshall per realizzare un triage rifondativo delle istituzioni AFAM: triage che consenta di scegliere o, meglio, classificare gli interventi normativi da adottare, con un cronoprogramma delle priorità da assegnare a queste storiche istituzioni, consegnandole a una reale autonomia adesso solo nominale. Sono necessarie azioni legislative serie, innovative, profonde. Le norme esistenti, affastellatesi negli anni, sono state pensate male e scritte peggio. Bisogna rimodellare il sistema da cima a fondo. Recentemente, il Ministro Manfredi – con una visione più che condivisibile – ha individuato una strada da percorrere: la legge delega. Questa prospettiva consentirebbe, se costruita con criteri chiari, di produrre un reale riordino del sistema. Nel frattempo, però, è necessaria una serie immediata di provvedimenti ministeriali con carattere d’urgenza. Lo impone la ripresa delle attività didattiche nel periodo dei nuovi confinamenti della seconda ondata di quest’anno accademico con tutti i problemi che sono cresciuti a dismisura, anche perché il Covid-19 è stato (ed è) il pettine che ha portato in evidenza – e aumentato la consistenza – dei problemi già preesistenti.

Antonio Bisaccia presenta un’impeccabile analisi del passato – burocratico e non solo – e suggerisce una credibile proposta per donare un futuro diverso alle istituzioni AFAM in Italia. Proposta di uno snodo teorico che indica negli artisti-ricercatori la strada per alimentare, modificare e – perfino – sovvertire l’asset strategico del Made in Italy che, al momento, è imprigionato nello scrigno di una suggestione storicizzata. Sarà necessaria una Nudge Unit – con bravi “architetti delle scelte” –  per creare strategie comportamentali gentili capaci di indurre la politica a fondare l’idea di istruzione soprattutto come una robusta logica della crescita economica: un investimento, dunque, non un costo sterile. E, nell’arte e nella formazione artistica, si tratta di un investimento ineludibile che riguarda la costruzione di quella identità culturale che ormai sembra ridotta a essere solo la chiave concettuale di un’azione politico-amministrativa di tipo esclusivamente enunciativo.

Antonio Bisaccia, Burocrazzismo e Arte. Cronaca di un’equiparazione cosmetica dell’Alta Formazione Artistica, Muioscale e Coreutica, Castelvecchi Editore, Roma, pp. 130, Euro 16,50.

 

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