© Jody Servon e Lydia Orange, Fredric Snitzer, Miami, FL, 2017. Courtesy le artiste, Micol Hebron e Gallery Tally

Contributo ricevuto in risposta alla prima “call for papers” di Letture Lente, a cura di Flavia Barca

La correzione delle disuguaglianze di genere rientra tra i temi da inserire nel dibattito sui diritti umani fondamentali. In un quadro di giustizia sociale, riequilibrare la bilancia di genere è un esercizio basilare che andrebbe attuato all’interno di tutte le moderne costituzioni democratiche, per mettere in pratica i principi di uguaglianza che le contraddistinguono, oltre che - come ricorda la call for papers lanciata da Flavia Barca a cui questo articolo risponde - generare un processo in grado di favorire lo sviluppo di un'economia sostenibile e innovativa. Perché, per usare le parole di Naomi Beckwith, Curatrice del Museum of Contemporary Art di Chicago, “quando una società non ha equità di genere, nessuna delle sue strutture può dirsi egualitaria” [1].

In questo scenario, le istituzioni artistiche e culturali, a cui riconosciamo la capacità di generare immaginari collettivi attraverso la promozione di valori etici e civici, hanno una responsabilità particolare nel farsi promotrici di interventi e misure che possano favorire l'equità di genere e la corretta rappresentazione delle donne. Sono i luoghi in cui – a partire proprio da un'analisi della situazione legata al contesto specifico dell'arte e della produzione culturale – suscitare e approfondire la discussione, raggiungendo audience più ampie. Un compito che molti musei hanno abbracciato, come mostra – ultimo in ordine di tempo – il recente panel “Art Gap. Museums and the gender equality global trend”, organizzato dal Museo Marino Marini di Firenze.

*

Un contributo significativo nel generare maggiore consapevolezza rispetto alla reale dimensione dell’esclusione femminile nel campo delle arti visive, è venuto certamente dalla crescente disponibilità di dati. Al fianco di studi di matrice accademica o promossi da fondazioni che hanno una mission specifica come la francese AWARE o la britannica Freelands, è interessante rilevare che anche report sponsorizzati da importanti attori commerciali come il Global Art Market Report pubblicato da UBS e Art Basel, hanno incluso il tema della disparità di genere all’interno della loro analisi, confermando che la sensibilità per questo argomento ha raggiunto, oltre a soggetti istituzionali come i musei, anche galleristi, case d'asta e collezionisti. Ne emerge una visione condivisa secondo cui è oggi necessario promuovere azioni che contribuiscano a riscrivere la storia dell’arte – almeno a partire dal Novecento – per valorizzare le esperienze dimenticate o marginalizzate dal canone dominante e rendere maggiormente inclusivo il campo, anche a vantaggio delle nuove generazioni.

*

In questo scenario, diversi musei hanno deciso innanzitutto di attuare campagne di acquisizione interamente dedicate ad artiste donne, per correggere la narrazione fornita dalle loro collezioni permanenti. È il caso della Pennsylvania Academy of the Fine Arts o del Baltimore Museum of Art, che – la prima dal 2013 e il secondo nel 2018 – hanno avviato campagne di deaccessioning di opere di artisti uomini e bianchi per generare risorse con cui diversificare le proprie collezioni facendo posto alle artiste donne [2].

In Italia, dove l'alienazione di opere dalle collezioni pubbliche non è consentita e i budget per le nuove acquisizioni sono spesso limitatissimi, i musei puntano innanzitutto a creare percorsi tematici e mostre personali di ricerca, come nel caso del Museo del Novecento di Milano che, negli ultimi tre anni, ha dedicato focus alle artiste italiane del XX secolo, da Margherita Sarfatti e Giosetta Fioroni a Adriana Bisi Fabbri e Carla Accardi, oltre che alle significative, quanto finora poco valorizzate, ricerche intermediali di Marinella Pirelli, Amalia del Ponte, Renata Boero.

Per quanto riguarda una maggiore inclusione delle nuove generazioni, la questione appare assai più complessa. Certamente la presenza di artiste storicizzate e mid career nelle collezioni e nelle programmazioni temporanee dei musei può contribuire a generare maggior interesse e sostegno alle giovani artiste, ma leggendo i report emerge un dato che sembra difficile da correggere esclusivamente attraverso le politiche delle “quote rosa” delle istituzioni culturali: la dispersione delle giovani artiste già nelle prime fasi della carriera professionale.

Numeri alla mano, sorprende la disparità tra la popolazione femminile nei contesti formativi e in quelli espositivi. Con una ricorrenza omogenea in diversi Paesi, le donne passano dal rappresentare il 65% del corpo studentesco nelle discipline di arte e design, al 35% degli artisti viventi rappresentati dalle gallerie commerciali [3]. La situazione della Gran Bretagna appare molto simile a quella italiana dove, a fronte del 67% di studentesse iscritte alle accademie di Belle Arti, la percentuale femminile cala al 27% quando si considera il numero delle artiste rappresentate da gallerie d’arte contemporanea [4], mentre in Francia a partire da un dato del 65% si piomba al 31% valutando l’attività espositiva dei centri d’arte sostenuti dal governo [5].

*

Come fa notare Lisa Dennison, Chairman di Sotheby’s North and South America, “la domanda è: c'è un persistente bias contro le donne artiste e professioniste o le donne non hanno avuto il tempo e il supporto necessario a coltivare le loro carriere a fronte delle sfide sociali, incluso il dedicarsi alla famiglia e l'opporsi al sessismo” [6]? Pur considerando contesti ritenuti progressisti, come l’arte e la cultura, diversi studi sottolineano che la diseguaglianza persistente è l’effetto “più che di una discriminazione diretta e sistematica, […] di un cumulo di processi sociali che creano diverse traiettorie a seconda del genere” [7].

Una situazione che si delinea chiaramente quando dai numeri si passa a valutare le affermazioni delle artiste sollecitate a riflettere sui reali motivi di esclusione dal sistema che, soprattutto nelle prime fasi, è caratterizzato da una precarietà finanziaria per i/le giovani artisti/e e da percorsi di carriera mai chiaramente definiti e sempre passibili di revisioni e brusche interruzioni.

Numerose sono le testimonianze – spesso anonime – che svelano quanto la sfera privata e familiare possa diventare un ostacolo ingombrante sulla via della realizzazione professionale. Così una gravidanza diventa “motivo di grande angoscia” per timore di perdere la possibilità di una mostra personale, gli inviti alle residenze dopo la maternità diventano meno frequenti “perché siamo dispendiose e impegnative”, e in generale se ci si prende cura della famiglia si viene percepite distanti da “quell’immaginario bohemien dell’artista totalmente perso e immerso nella sua ricerca e nel suo creare” [8]. E così, nel campo dell’arte come in quello di molte altre professioni, viene messo in atto un processo di auto-selezione da parte delle donne stesse, che si sentono chiamate a scegliere tra la gestione del difficile equilibrio tra vita personale e carriera artistica e un percorso professionale più stabile economicamente che consenta loro di costruire una vita privata senza continui compromessi [9].

*

Contrastare processi sociali così radicati richiede azioni in grado di produrre un cambio di prospettiva, e deve coinvolgere in modo trasversale la collettività, anche attraverso iniziative individuali. Il dissenso del/la singolo/a può diventare elemento di pressione e contribuire a forzare lo schema che rende invisibili e assenti le donne, a partire per esempio dagli eventi pubblici e dai tavoli di lavoro.

Un esempio recente in questo senso è fornito dalle accese reazioni al programma del Festival della Bellezza di Verona [10], che prevedeva la partecipazione di soli relatori uomini: raccolte online sotto l'hashtag #tuttimaschi, parallelamente all’anglosassone #boycottManels (per indicare i panel di soli men), hanno richiamato una grande attenzione grazie ai social. Nella stessa prospettiva, Saara Särmä, ricercatrice finlandese, ha creato un blog su Tumblr chiamato Congrats, you have an all male panel!, in cui vengono pubblicate le foto inviate dalla rete di incontri e convegni internazionali con solo uomini.

Gli organizzatori ancora si scherniscono e si appellano a frequenti ritrosie delle esperte – e anche se fosse questo il caso sarebbe opportuno interrogarsi sull’origine degli atteggiamenti spesso meno autoaffermativi delle donne. Se ci fosse del vero in questa motivazione, allora le si solleciti, si scommetta sul loro valore! Ma il potere non è solo nelle mani degli organizzatori. Rifiutare di presenziare ad un evento in cui non si dia spazio a partecipanti di entrambi i generi può creare un effetto mediatico con capacità di propagarsi oltre il confine disciplinare di un convegno o di un tavolo di lavoro tra esperti. Scegliere di non essere complici di “una sostanziale rimozione di genere”, come ha affermato il Ministro per il Sud, Giuseppe Provenzano [11], declinando l’invito a presenziare a un incontro pubblico lo scorso giugno, può aiutare a contrastare automatismi reiterati di esclusione, poco importa se consapevole o meno.

Senza rimettere dunque alle politiche sulla parità di genere e all’attività dei soggetti istituzionali la responsabilità di segnare il percorso verso un'equa rappresentazione delle donne anche nel contesto artistico e culturale, il comportamento individuale possiede tutta la forza per sollecitare nel concreto l'inclusività e correggere un’inerzia diffusa, ottenendo visibilità e impatto, grazie alla rete e a una più ampia e reattiva sensibilità sui temi di genere. E sollecitando ancora di più il sistema verso una correzione strutturale del disequilibrio.

NOTE

[1] We Asked 20 Women ‘Is the Art World Biased?’ Here’s What They Said, Artnet News, 16 settembre 2014. https://news.artnet.com/art-world/we-asked-20-women-is-the-art-world-biased-heres-what-they-said-81162

[2] Si veda a riguardo: J. Halperin, C. Burns, Case Studies: How Four Museums Are Taking Dramatic Measures to Admit More Women Artists Into the Art Historical Canon, Artnet News, 19 settembre 2019. https://news.artnet.com/womens-place-in-the-art-world/case-studies-how-four-museums-are-taking-radical-measures-to-admit-more-women-artists-into-the-art-historical-canon-1654717

J. Halperin, The Baltimore Museum Sold Art to Acquire Work by Underrepresented Artists. Here’s What It Bought—and Why It’s Only the Beginning, Artnet News, 26 giugno 2018. https://news.artnet.com/art-world/baltimore-deaccessioning-proceeds-1309481

B. Boucher, Facing Pushback From the Left and Right, the Baltimore Museum’s Director Defends His Decision to Buy Only Women’s Art in 2020, Artnet News, 12 dicembre 2019. https://news.artnet.com/art-world/baltimore-museum-women-art-1730058

[3] K. McMillan (a cura di), Representation of Female Artists in Britain during 2019. Report, Freelands Foundation, Londra 2020. https://freelandsfoundation.imgix.net/documents/Representation-of-female-artists-2019-Clickable.pdf

[4] C. Iaquinta, S. Simoncelli (a cura di), Donne Artiste in Italia. Presenza e Rappresentazione, NABA Nuova Accademia di Belle Arti, Milano 2018, di cui una sintesi

http://www.ilgiornaledellefondazioni.com/content/il-19-dellarte-artiste-italia-tra-mercato-e-museo

[5] Cfr. S. Belfond, De l’école à la galerie, pourquoi les jeunes artistes s’évaporent-elles?, Manifesto XXI, 15 dicembre 2018. https://manifesto-21.com/de-lecole-a-la-galerie-pourquoi-les-jeunes-artistes-sevaporent-elles/

[6] We Asked 20 Women ‘Is the Art World Biased?’ Here’s What They Said, cit.

[7] S. Belfond, De l’école à la galerie, pourquoi les jeunes artistes s’évaporent-elles?, cit.

[8] C. Iaquinta, S. Simoncelli (a cura di), Donne Artiste in Italia. Presenza e Rappresentazione, cit.

[9] S. Belfond, De l’école à la galerie, pourquoi les jeunes artistes s’évaporent-elles?, cit.

[10] A. Mariani, Festival #tuttimaschi? No, grazie. Ecco perché, Avvenire, 10 settembre 2020 https://www.avvenire.it/attualita/pagine/festival-bellezza-verona-tutti-uomini

[11] M. Rubino, Provenzano: “Non partecipo al convegno senza donne. È una rimozione di genere”, La Repubblica, 8 giugno 2020 https://www.repubblica.it/politica/2020/06/08/news/provenzano_convegno_senza_donne-258699688/

 

Silvia Simoncelli è storica dell’arte e curatrice. Attualmente è Head of Education di NABA Nuova Accademia di Belle Arti a Roma. In precedenza è stata course leader del Master in Contemporary Art Markets NABA e docente all'Università Leuphana di Lüneburg (D), all'Accademia di Belle Arti di Brera e ha lavorato come research assistant per il Master in Curating presso Zürcher Hochschule der Kunste. Ha partecipato e organizzato conferenze a Londra (ICA), Zurigo (Museo Migros), Berlino (Technische Universität), Milano (NABA, Università Milano-Bicocca). Dal 2015 è nel board del Forum per l'arte contemporanea italiana ed è membro di TIAMSA (The International Art Market Studies Association). Ha pubblicato saggi in volume e cataloghi d'artista e collabora con testate nazionali tra cui Arteconomy, 24 Il Sole 24 Ore e Exibart.

Cristina Masturzo è storica e critica d'arte. È docente al Master in Contemporary Art Markets di NABA Nuova Accademia di Belle Arti a Milano. Collabora con il Dipartimento di Arti Visive di NABA e con FM Centro per l’Arte Contemporanea, Milano. Per Artribune Magazine è caporedattrice dell'area di mercato dell'arte. Segue come freelance progetti di ricerca sul sistema dell’arte e progetti editoriali indipendenti. Nel 2020 è stata tra i coordinatori del Forum dell'arte contemporanea italiana.

ABSTRACT

The gender balance is among the fundamental civil rights and an objective to be pursued within the democratic constitutions. Recent reports and data sets highlight, on the contrary, discriminations that persist against female professionals, in the art field as in many others sector of our society. In such an unfair framework, cultural and artistic institutions have a special responsibility for an equal representation of women, through new and diverse acquisition and exhibition policies for female artists, as well as a clear commitment to fight overlooked bias against motherhood and family care. But the individual behaviour has to be also an essential and strategic resource for a more equal and fair gender representation, a driving force of positive actions and changes.

 

----------------------------

Un percorso di ascolto realizzato in partnership con

Soroptimist International d’Italia Club di Torino, in occasione del 70mo anniversario dalla fondazione, ha delineato una strategia di azione che punta sulla cultura come risorsa per una trasformazione sociale responsabile: una risposta alle sfide dello scenario pandemico che sta generando nuove diseguaglianze e profonde ferite, a livello personale e dei sistemi sociali, compromettendo diritti.

Il Soroptimist è una associazione mondiale di donne di elevata qualificazione professionale, provenienti da diverse aree, al fine di favorire il dibattito interno e la circolazione di idee per agire efficacemente a favore di una società più giusta ed equa, attraverso azioni concrete per la promozione dei diritti umani, del potenziale femminile e dell’avanzamento della condizione delle donne, coniugando locale, nazionale e internazionale.

www.soroptimist.it/club/torino.it

Leggi anche:

 

Articoli correlati