© Photo by Filippo Romano. Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, 2016 December, Milan

Un anno fa, nel suo messaggio augurale lei ci parlava di partecipazione civica, del fenomeno della discesa in piazza dei giovani, del capitalismo che si stava ripensando in un’ottica di sostenibilità. Come rilegge, con la lens pandemica, il suo messaggio nella bottiglia? Cosa ha significato e come ha navigato nella tempesta perfetta con la grande nave della Fondazione Feltrinelli?

Rispondo con due suggestioni, una che si rifà a un nostro recente passato e una che guarda al futuro. Abbiamo riflettuto poco tempo fa sull’anniversario del G8 di Genova, con un appuntamento pubblico a cui abbiamo dato il titolo “La generazione che perse la voce”. Nel 2001 un certo ecologismo, una certa sinistra e una certa dinamica di partecipazione hanno perso la capacità di farsi sentire, di essere parte politica nel paese. La sinistra non ha mai recuperato quella voce. Tutta, non solo quella di governo. È come se da allora avesse navigato a vista senza avere ambizione, guerreggiando internamente. Rispetto le criticità interne e il bordeggiare, usando un termine velico, ma penso che il mandato della politica sia disegnare scenari cioè modelli di società e di futuro. Quello che è accaduto quest’anno sta consumando una nuova epoca nella quale le piazze, i movimenti, i giovani che nel 2019 avevano ritrovato la voce ora rischiano di nuovo di perderla. Se accade, è a rischio il nostro modello di democrazia. I giovani a tutte le latitudini in Europa, in Asia, in America Latina, in America del Nord hanno innescato una valanga buona di bisogno di partecipazione, di comunità e di politica. Il 2020 ci ha rintanato nelle nostre stanze, ha atrofizzato le nostre energie, ha digitalizzato le nostre ambizioni e di fatto la nostra vita. A tutto ciò dobbiamo replicare con un nuovo bisogno di futuro.

 

Quali strade e risposte avete individuato come Fondazione Feltrinelli?

Abbiamo ammesso la fragilità delle persone, delle organizzazioni, dei sistemi indagandola con due cicli di riflessioni di cui vado molto fiero. Il primo assume “l’orgoglio di essere fragili”, con una serie di appuntamenti che danno all’umano la dimensione della sua finitezza, come risorsa e lo aiutano a ripartire da questa base. Il secondo ciclo di incontri è stato dedicato alle “grammatiche del lavoro”, triangolando ricerca, mondo imprenditoriale e cittadinanza per capire dove sta andando il lavoro, le opportunità della trasformazione digitale per il capitale umano. Penso che occorra in questo momento storico assumere la nostra dimensione di fragilità, lavorare per sviluppare le comunità, fare i conti intelligentemente con il digitale e le nuove opportunità di lavoro generate da questa trasformazione. Con un obiettivo: pensare a chi non ce la fa, a chi non ha gli strumenti per avere un lavoro dignitoso e quindi il conseguente grande tema dell’aggiornamento delle competenze. È un tema, io credo, che deve stimolare nel profondo la politica.

 

Anche le istituzioni culturali hanno un ruolo politico, a prescindere dai generi e dai linguaggi di cui si occupano e occorre siano biologicamente attive nel contribuire a disegnare futuri desiderabili, che non accadono ma si progettano.

L’intellettuale non può pensare che tutto sia uguale a com’è stato. L’intellettuale deve creare il nuovo, avere anche l’ardire di andare oltre, di rischiare, di costruire immaginari e di stimolare la società a non sedersi e accontentarsi, un po’ architetto visionario e un po’ sognatore capace di riscrivere la storia con la potenza delle idee. E se non costruisce intelligenza collettiva, progetto che mette al centro coesione e visione, allora che cosa deve fare la cultura?

 

Fondazione Feltrinelli è per me un grande cantiere di immaginazione sociale che chiama esperti internazionali di scienze umane, di scienze sociali a un dialogo con gli imprenditori, gli economisti, promuove la produzione di una cultura politecnica direbbe Calabrò, di ibridazione necessaria per abitare la complessità.

Fondazione Feltrinelli mette a disposizione reputazione e network per un’idea di cultura che coinvolge i grandi nomi sulla base di un’esperienza inedita. Fuori dal contesto accademico, l’idea è di promuovere l’incontro, di fare ricerca sul campo scompaginando le carte prevedibili e cercando le forme necessarie. Un esempio: abbiamo chiesto a Richard Sennett di dialogare con 18 ragazzi della periferia di Milano perché la sua enorme esperienza di scrittore e intellettuale, solitamente ascoltato negli ambienti delle Nazioni Unite, fosse messa in circolo con le giovani generazioni per costruire immaginari là dove serve per davvero. Una scintilla che sarà feconda. Non siamo più nel Novecento quando un’élite di intellettuali sceglieva ciò che dovevi sapere. Penso che il mondo della cultura oggi possa garantirsi un futuro se il sapere trova le modalità e gli strumenti per diventare diffuso, poroso, dialogico, inclusivo e territorializzato. Non centralizzato. Ci siamo legati a un’economia degli eventi e invece dobbiamo puntare ad un’economia del rapporto tra produttori e fruitori di cultura, in cui è il contatto diretto, generativo di nuove urgenze, a determinare dinamismo, nuove idee, nuove soluzioni.

 

Ragioniamo per settori, per comparti. Ma le grandi sfide della contemporaneità sono trasversali, ci chiamano a una sostenibilità di senso, dalla quale può discendere una sostenibilità economica. Vent’anni fa invocavamo l’economia della conoscenza, ma quanti disastri abbiamo provocato con un’innovazione non responsabile? 

Il nostro adorato Presidente Onorario, il filosofo Salvatore Veca, afferma che nel momento in cui si incontrano affermazioni diffuse occorre aggiungere al termine un punto di domanda. A qualunque statement e certezza va inserita una dinamica di dubbio. Ciò non significa mettere in dubbio quella certezza, ma generare torsione negli elementi che l’hanno generata, aggiornando continuamente il senso dell’elaborazione. Oggi vedo due ordini di problemi. Ci sono troppi pochi punti di domanda e grande bisogno di certezza immantinente. Veca la chiama l’ombra del presente: il tentativo di dare risposte che valgono nell’oggi. A mio avviso le grandi domande e i grandi temi devono valere nel tempo presente ma avere una traiettoria evolutiva: devono partire dalla loro storia, dalle origini e dai perché di ciò che stiamo vivendo, per poter dare soluzioni aggiornate alle dinamiche di cambiamento e alla costruzione di società che stanno al passo con le nuove ambizioni, i nuovi traguardi, i nuovi diritti. Fondazione Feltrinelli prova a lavorare proprio così: riconosce alcune tematiche, ciò che fa problema per citare ancora Veca, ne indaga le radici storiche e mette in relazione le parti sociali che si devono intestare la ricerca delle soluzioni dialogando, confrontandosi, promuovendo nuove ambizioni reciproche. Così affrontiamo ad esempio il tema dei nuovi diritti dei lavoratori, degli impatti del digitale sulle società, delle trasformazioni degli ambienti urbani nei quali viviamo, e il tema dei temi, la democrazia.

 

Valutandone l’impatto sui cittadini.

È determinante per il nostro modo di fare ricerca. Non conta solo il fenomeno, ma l’impatto sui cittadini. Ritengo che la cultura non debba limitarsi ad analizzare il fenomeno, esaltando l’autore o l’interprete di talento, ma deve chiedersi come quel processo di trasformazione sta “scendendo a terra”, sta cambiando la vita delle persone. A noi interessa partire, ad esempio, dai dati sull’impatto della trasformazione digitale sul mondo del lavoro per chiederci come deve fare un cittadino, diciottenne o cinquantenne, per poter sopravvivere. Cosa deve studiare, come si colloca nel futuro dei territori che abita, con che tipo di fragilità deve fare i conti.

 

Occorre un grande lavoro sulla classe dirigente.

Occorre senz’altro promuovere un nuovo rapporto di fiducia tra cittadini e classe dirigente e anche questo secondo me parte dall’aggiornamento delle competenze. Anche i rappresentanti della cosa pubblica, la classe politica, per compiere virtuosamente il proprio ruolo, non deve accontentarsi di reiterare schemi già visti e conosciuti, con al centro consenso e conflitto, ma cominciare a guardare alla propria responsabilità in una maniera più matura, coinvolgendo, aggregando, includendo. E anche ammettendo i propri limiti, conquistando dinamiche di leadership più contemporanee.

 

Cosa c’è nel 2021 della Fondazione Feltrinelli?

L’ambizione del prossimo anno è di avere nel nostro bagaglio un processo di europeizzazione della Fondazione, di Milano e dell’Italia. Cercheremo di capire e di difendere i principi alla base della democrazia in ambito europeo, quello che Veca chiama “la lotta per la tutela dei principi della civiltà europea”, in quanto sono a rischio la dimensione di libertà d’opinione, di stampa, di movimento, di partecipazione cioè le fondamenta del nostro essere la patria della civiltà. Andremo in quattro città europee - Barcellona, Parigi, Berlino e Amsterdam - sulla base di sodalizi con le relative università e fondazioni e costruiremo un’agenda europea su quattro grandi tematiche: diritti, diversità, nuove povertà e nuove economie. In ogni Paese, senza dare nulla per scontato, ci chiederemo quale possa essere il ruolo dell’Italia nel futuro dell’Europa. Porteremo con noi le nostre urgenze, i nostri partner ma saremo in ascolto, e cercheremo di arrivare a comprendere cosa è e soprattutto cosa deve diventare l’Europa che vogliamo abitare: più giusta, più orgogliosa del suo passato, più determinata a giocare un ruolo maturo per i suoi cittadini nel futuro.

 

La Fondazione respira con un polmone europeo, internazionale ma con l’altro sempre molto locale, Milano, l'Italia. Feltrinelli, con Feltrinelli Education, ha appena varato un programma di educazione permanente diffusa per la classe media, dirigente, per mettere in discussione i  saperi, integrarli, stimolare la propria curiosità di sé nel mondo, la propria postura sociale. Ma non possiamo ignorare le diseguaglianze che sono peggiorate. Nell’ultima indagine ISTAT dei  consumi culturali il 77% delle persone in Sicilia –e non solo- non conosce un museo, non legge un libro e non fruisce di null’altro strumento culturale. Una povertà educativa che non riguarda solo la Sicilia, è connessa alla mancanza della conoscenza del mondo, alla povertà esperienziale dalla quale discende la povertà economica perché non si riesce a immaginare un orizzonte diverso dalla quotidianità.

Anche Milano ha questo problema, ancora più evidente oggi, all’ingresso in una campagna elettorale i cui esiti non sono scontati. Un programma che si dice riformista deve guardare a una dinamica autentica di inclusione. Occorre dire a chiare lettere che vivere in una condizione di povertà educativa, economica, sociale e relazionale è una questione non solo inaccettabile ma di dignità della persona e occorre puntare su cultura e conoscenza come veri fattori di emancipazione perché questi fattori di emarginazione vengano debellati con la soluzione delle soluzioni, il lavoro.

 

Con quale frase si congeda?

Dal 2020 secondo me ci portiamo dietro l’idea, semplice ma rivoluzionaria, che il nostro vero interesse non è legato al nostro privato orticello ma alla costruzione di benessere condiviso, al fatto che stare bene da soli non ci basta più, che il pianeta si salva se cominciamo a consumare meno e meglio e a rendere più lieto il futuro non solo della nostra famiglia ma anche del nostro quartiere. Le solitudini del Covid secondo me hanno lasciato una traccia non tanto di depressione e di pessimismo quanto di riscatto e di rifiuto al presentismo edonista e narcisistico nel quale molti di noi sono nati. Il mio augurio è che tutto ciò non venga solo elaborato dalla ricerca come nuova coesione sociale o dalla politica come nuovo green new deal, ma dai cittadini come nuova dimensione, ambiziosa e non nostalgica, di felicità.

 

Massimiliano Tarantino, Direttore della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli. Laureato in Giurisprudenza, lavora da oltre vent’anni come communication manager o responsabile delle attività di comunicazione istituzionale per realtà pubbliche o private.

ABSTRACT

Feltrinelli Foundation is a great hub of social imagination that calls international experts in humanities and social sciences to a dialogue with entrepreneurs, economists, young people and civil society in order to promote the production of a hybrid culture, which is necessary to understand the complexity of our times. In this conversation with Massimiliano Tarantino, Director at Feltrinelli Foundation, we explore the strategic approach of this leading cultural institution that aims to work on four main issues – human rights, diversity, new poverties and new economies – within a European framework for the very next year.

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