Nella notte il Consiglio dei ministri ha approvato Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Quasi 209 miliardi di euro per 6 missioni, 16 componenti e 47 linee di intervento, a cui sono state aggiunte ulteriori risorse per un totale 310 miliardi.

La nuova versione lascia intravedere un nuovo approccio alla cultura? Sembra continui a prevalere l’attenzione al patrimonio, essenzialmente in un’ottica di conservazione e valorizzazione turistica.

C’è però almeno un (timido) tentativo di investimento strategico, oltre l’emergenza, con un vago riferimento a temi chiave come sviluppo sostenibile, inclusione sociale, giovani, industrie culturali e creative e aree interne.

Leggiamo: “Si dovrà investire nella bellezza del Paese, anche per consolidare la capacità di attrazione di flussi turistici e l’enorme potenzialità del patrimonio storico, culturale e naturale. Nella nuova versione del Piano, il significativo aumento di risorse relative alla cultura e al turismo non corrisponde solo all’esigenza di sostenere gli ambiti più colpiti dagli effetti del Covid-19, al fine di recuperare il potenziale di crescita. […] L’investimento strategico in tutta la catena del valore della cultura e del turismo, è essenziale per diffondere lo sviluppo sostenibile a livello territoriale, per realizzare l’inclusione sociale dei giovani attraverso le industrie culturali e creative e l’attività sportiva e per accompagnare il risanamento delle aree urbane e la ripresa delle aree interne”.

Continuando la lettura del testo, due temi “nuovi”, inoltre, sembrano siano entrati in agenda: turismo lento (tramite muove infrastrutture e forme di valorizzazione dei territori poco conosciuti) e digitalizzazione di “archivi, biblioteche, musei e luoghi della cultura in generale, per consentire a cittadini e operatori nuove esperienze di fruizione per migliorare l’offerta di servizi”.

Va bene così? Direi che il vero lavoro inizia adesso, soprattutto per tutte quelle organizzazioni culturali che rischiano inevitabilmente di scomparire se la prospettiva principale è quella della ripresa dei flussi turistici (lento o veloce che sia), anche considerando che la ripresa ci sarà, al netto di altri stravolgimenti, soltanto entro il 2023, stando alle stime attuali. La stessa digitalizzazione sembra riprendere solo in minima parte le riflessioni di questi anni, che puntano a un rinnovamento di infrastrutture ma sopratutto di competenze in un’ottica sì di fruizione ma anche di creazione di nuove economie nel rispetto della diversità culturale (vedasi a tal proposito riflessioni su ItsArt, la “Netflix italiana della cultura”, di Flavia Barca e Claudio Calveri).

Le organizzazioni culturali possono essere molto di più di attrattori turistici, come mostrano gli oltre 140 articoli pubblicati su Letture Lente di in questo primo anno di vita. Cultura come cura per corpo, mente e anima; cultura come costruzione di senso (anche civico), nonché di immaginari e narrative per l’equità e nuovi paradigmi di sviluppo; e infine cultura come motore di nuove economie digitali e territoriali, senza dimenticare le specifiche declinazioni di questi temi a livello urbano ed extra-urbano (aree interne). Cultura come driver di cambiamento in diversi ambiti, dunque, ma anche come abilitatore di trasformazione in quanto “palestra di allenamento” per le nostre abilità cognitive, valori e comportamenti, da cui l’imprescindibile legame della cultura con scuola, ricerca e lifelong learning. Insomma cultura per capire e navigare un mondo complesso e interdipendente.

Se il PNRR non è riuscito a far propria questa visione di cultura che abbraccia, in maniera trasversale, gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030, tante sono le opportunità che le organizzazioni culturali possono cogliere all’interno delle tre macro-aree prioritarie del Piano: Digitale, Green e Inclusione Sociale.

A una condizioni però, ossia che venga in parallelo risolto il nodo della fragilità strutturale del lavoro culturale, come ben ci mostra l’impatto della pandemia che abbiamo commentato con Annalisa Cicerchia su lavoce.info. Non si tratta di snaturarlo, essendo la fragilità appunto strutturale, quanto di renderlo sostenibile. Come? Cambiandone anzitutto l’immagine (non (solo) passione, o passatempo, o intrattenimento, ma lavoro e professionalità) e in secondo luogo compensandone vitalità e flessibilità - che alimentano gran parte del lavoro delle stesse organizzazioni culturali - con maggiori tutele. Il PNRR potrebbe prendere posizione su questo tema, per altro attualmente in discussione in Parlamento.

Per le organizzazioni culturali, le piste di lavoro sono quelle proposte da Paola Dubini, a cui non cambieremmo una virgola:

  • lavorare sulla propria identità e specificità (di settore, di marchio, di storia), declinandola in modo esplicito rispetto alle direzioni dei flussi di risorse e ai temi in agenda;
  • chercher l’argent fra le pieghe di tanta ricchezza, capendo da dove arrivano e chi le intermedia; leggere i bandi sarà una competenza da affinare;
  • pensare in logica “industriale” (se si produce) o “moltiplicativa” (se si diffonde). Le risorse del PNRR sono tante e vanno impegnate e in buona parte spese entro il 2023; sarà difficile dare attenzione a progetti troppo piccoli.

A livello europeo, più di un’organizzazione culturale si sta già posizionando sui nuovi bandi Horizon 2020 su Green Deal e cambiamento climatico per generare nuovi mindset e comportamenti. È un dato importante, e sarà ancora più importante vedere se i progetti di natura trasversale saranno stati in grado di proporre metodologie di azione all’altezza della sfida, ottenendo le risorse necessarie alla loro implementazione e innestando cambiamenti su larga scala nella società e nello stesso mondo culturale.

 

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