L’evento che ha determinato il cedimento dell’Arco Borbonico a Napoli “si può a tutti gli effetti definire di entità eccezionale avendo provocato danni ingentissimi a strutture evidentemente ben più solide quali il parapetto di delimitazione del lungomare, realizzato in laterizi e piperno e crollato per diversi metri, e la pavimentazione del Ramaglietto di Castel dell’Ovo costituita da lastroni di pietra vesuviana del peso di diverse centinaia di kg. completamente divelta”. Lo ha sottolineato la sottosegretaria al Mibact, Anna Laura Orrico, rispondendo in Aula della Camera a un’interrogazione di Leu in merito al crollo dell’Arco Borbonico di Napoli. “L’intervento di restauro che si intende avviare nel più breve tempo possibile compatibilmente con le procedure dettate dalle normative di riferimento – ha quindi annunciato - si ritiene del tutto idoneo al ripristino del manufatto”.

La struttura, ha ricordato la Orrico nel suo intervento, “costituisce la parte terminale di un imponente collettore fognario che raccoglieva le acque piovane dalla collina di San Martino e, passando sotto via Toledo, sfociava all’aperto sulla spiaggia davanti il Chiatamone realizzata nel 1844, durante i lavori di sistemazione di Via Chiatamone allorché, presumibilmente per motivi igienici, fu ritenuto opportuno coprire l’unico tratto a cielo aperto del canale. Nel 1872 circa, in concomitanza con i lavori di colmata della spiaggia e la realizzazione di Via Partenope su progetto di Enrico Alvino, il canale fu inglobato dalla nuova pavimentazione stradale, cosicché la struttura preesistente fu smontata e ricostruita più a mare. Il manufatto è costituito da una volta a botte in tufo giallo finita all'estradosso da un piano di calpestio in pietra lavica che si attesta a quota marciapiede di Via Partenope. Tale volta scarica il suo peso su una platea di pietra lavica poggiante direttamente nell’acqua e originariamente era “contenuta” da due arcate contraffortate completamente realizzate con conci di pietra vesuviana. Già in vedute del lungomare di Napoli degli anni ’60 del secolo scorso si evidenzia come della struttura originaria, che prevedeva una sorta di terminazione a cuspide protesa verso il mare con scalette laterali terminanti in due brevi banchine, si conservassero solo la parte alta dell’arcata sporgente dal muro di limite del marciapiede e le due arcate contraffortate”.

 

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