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La pandemia da SARS-CoV-2 ha, finora, contagiato cento milioni di persone e ne ha uccise più di due milioni, ha messo in quarantena metà della popolazione mondiale e rivoluzionato i nostri comportamenti, ma ha anche svelato lillusione che nell’Antropocene noi esseri umani siamo una specie dominante solo perché estrattiva e predatoria nei confronti della natura, desiderosi di emanciparci dalle dinamiche ecosistemiche. Ci ha, quindi, rivelati come specie imperfetta e arrogante nel nascondere la fragilità dentro i nostri sistemi urbani ecologicamente insostenibili e generatori di diseguaglianze. In questo tempo confuso, si sono moltiplicate le visioni e le proposte per la città post-pandemica, con la speranza che siamo già in un dopo” (ma le cronache sanitarie di questi giorni dimostrano il contrario). Io invece sono convinto – confortato da autorevoli studi – che siamo in una drammatica condizione sindemica”, perché la Covid-19 è una malattia di sistema che colpisce maggiormente le persone svantaggiate, con redditi bassi e socialmente escluse oppure affette da malattie croniche, spesso prodotte dall’inquinamento, dovute, in gran parte, ad habitat urbani che richiedono nuove politiche pubbliche su ambiente, salute, istruzione, abitare e non solo risposte epidemiologiche.

Da urbanista e “futuredesigner”, che da anni lavora sulle metamorfosi urbane, sono convinto che serva una riflessione competente e sistemica per imparare dalla crisi, per rivoluzionare i nostri comportamenti una volta superata la pandemia, e per evitare – o mitigare – la prossima crisi. Non significa abbandonare le grandi città, come propongono alcuni, né associare al distanziamento fisico necessario per ridurre il contagio il distanziamento urbano, producendo, come conseguenza, una dispersione urbanistica che aggraverebbe l’impronta ecologica.

AUMENTARE LA PROSSIMITÀ

Ritengo, invece, che dobbiamo aggiornare al tempo post-pandemico quelle che definisco “città aumentate”, sistemi urbani capaci di amplificare la vita comunitaria senza divorare risorse: città più senzienti per capire prima e meglio i problemi, più creative per trovare risposte nuove, più intelligenti per ridurre i costi, più resilienti per adattarsi ai cambiamenti, più produttive per tornare a generare benessere, più collaborative per coinvolgere tutti e più circolari per ridurre gli sprechi ed eliminare gli scarti. Città a prova di crisi. Voglio proporre qui un modello di “città della prossimità aumentata”, ad intensità differenziata, policentriche e resilienti, con un più adeguato metabolismo circolare di tutte le funzioni, con una maggiore vicinanza delle persone ai luoghi della produzione e ai servizi, con una nuova domesticità/urbanità dello spazio pubblico. Dobbiamo usare la creatività del progetto, imparando dalla natura che si evolve per innovazioni, per adattamenti creativi e per inedite cooptazioni. Nel concreto, dobbiamo progettare la rigenerazione delle nostre città perché siano antifragili, capaci di usare le crisi per innovare, luoghi mutaforma capaci di adattarsi alle diverse esigenze delle città anti-sindemiche. Non più il tradizionale elenco di funzioni separate (figlio dell’urbanistica del Movimento Moderno, della città-macchina), ma, imparando dall’intelligenza e dalla creatività della natura, un fertile bricolage di luoghi che siano insieme case, scuole, uffici, piazze, parchi, teatri, librerie, musei, luoghi di cura, interpretando ruoli differenziati.

CITTÀ POLICENTRICHE

La sfida per le città aumentate sarà quella di recuperare il loro naturale policentrismo, la diversità dei loro quartieri che, smettendo di essere fragili periferie, tornino ad essere luoghi di vite e non solo di abitazioni, colmando il divario educativo, lavorativo, culturale, digitale, dotandosi di micro-presìdi di salute pubblica e di comunità energetiche autosufficienti. Una città che connetta il luogo delle reti brevi della vita quotidiana con quello delle reti delle medie distanze a piedi o in bicicletta e con le reti lunghe, lavorative, culturali o di studio. Immagino città fondate su una nuova prossemica che riduca la forsennata mobilità centripeta, garantendo la risposta a molti bisogni – non tutti per non creare ghetti – entro un raggio di 15 minuti a piedi (lo stavano già facendo prima della pandemia Parigi e Barcellona, oggi imitate da moltissime altre come Milano e Copenaghen). Città dello spazio domestico/urbano aumentato attraverso dispositivi temporanei e spazi intermedi che possano consentire una vita di relazioni in sicurezza: allargare i marciapiedi e prevedere pedonalizzazioni per ampliare gli spazi per l’educazione, il gioco e lattività fisica, realizzare interventi di urbanistica tattica per il ripensamento dello spazio pubblico e per nuove modalità di fruizione della cultura e del tempo libero. Dobbiamo reinventare teatri, cinema, musei e scuole, distribuendoli nella città e nello spazio pubblico e riutilizzare gli edifici e le infrastrutture dismessi per accogliere le nuove funzioni condivise con l’intera città imposte dello smart working e le funzioni distanziate necessarie per la segmentazione cautelativa. Dobbiamo tornare ad una alleanza con la natura non come cosmesi, ma come vera e propria rinnovata ecologia urbana per una città come habitat multi-specie.

La città della prossimità aumentata è composta di spazi di vita amplificati da una sorta di fascia osmotica che arricchisca gli spazi dell’abitare attraverso un vero e proprio progetto di città policentrica, tornando a dotare i quartieri di luoghi della cura e della cultura, di orti e playground, di attività produttive e commerciali e di spazi per una vita relazionale più sicura perché distribuita e non assembrata. Non propongo, certo, una città composta di tribù recintate, ma un arcipelago fluido di prossimità differenziate, connesso da una rete porosa di parchi, giardini, canali, vie pedonali, ciclovie, strade per auto elettriche a guida assistita, vere e proprie arterie di una mobilità sostenibile alternativa alla riduzione di capienza dei mezzi pubblici e alla esplosione di un inaccettabile ritorno allautomobile, che connettano in sicurezza – e in bellezza – i quartieri attraversando parchi e giardini, riutilizzando ferrovie in disuso, persino usando cortili e vicoli, i tetti e il sottosuolo. Una prossimità amplificata, in sicurezza, che coinvolga tutto lo spazio urbano nell’abitare, definendo una fascia pneumatica di funzioni (che si estenda e si restringa a seconda delle necessità epidemiche, e non solo) che consenta di usufruire di attività che non siano solo individuali ma anche collettive, entro un limite di sicurezza e autosufficienza.

Non è la pandemia che ci impone di ripensare le città e reimmaginare l’urbanistica, essa è solo un acceleratore. Sono l’insostenibilità, la fragilità e l’ingiustizia del nostro modello di sviluppo predatorio che, da tempo, ci richiamavano alla responsabilità di progettare per rigenerare e non per consumare. Non è più il tempo di manutenzioni e piccoli adattamenti, ma è venuta lora del salto dalla città rigida del Novecento alla città fluida del XXI secolo, dalla città predatoria dell’Antropocene alla città generativa del Neoantropocene: la città della prossimità aumentata, della salute pubblica come progetto dello spazio e non solo come presidio o controllo. Anche noi umani urbanizzati dobbiamo fare un benigno “salto di specie”, diventando più intelligenti perché più responsabili e collaborativi nei confronti del nostro abitare la Terra.

Riferimenti bibliografici

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Maurizio Carta è professore ordinario di urbanistica presso il Dipartimento di Architettura dellUniversità di Palermo. Dirige lAugmented City Lab dedicato alle città del futuro prossimo. Nel 2015 la Biennale Internazionale di Architettura di Buenos Aires gli ha conferito un premio per i suoi studi sulla rigenerazione urbana. Nel 2019 è stato Italian Design Ambassador. È autore di più di 300 pubblicazioni scientifiche, lultimo libro è Futuro. Politiche per un diverso presente (Rubbettino, 2019).

Abstract

The main challenge for the augmented cities of the different present is to recover their natural polycentrism, the diversity of their neighborhoods which, by ceasing to be fragile suburbs, return to being places of life and not just homes, bridging the educational, working, cultural and digital divides by equipping itself with micro-presidia of public health and self-sufficient energy communities. I imagine crisis-proof cities founded on a new proxemic that reduces frenzied centripetal mobility, guaranteeing the answer to many needs within a radius of 15 minutes on foot. Thus, I propose a “city of augmented proximity”, composed by domestic/urban spaces increased through temporary devices and intermediate spaces that can allow a life of relationships in safety: design pedestrianisation to expand spaces for education and physical activity, carry out tactical urban planning interventions for rethinking of public space and for new ways of enjoying culture and free time. Let’s reinvent theatres, cinemas, museums and schools distributing them in the city enriching the public space and let’s reuse abandoned buildings to place the new shared functions imposed by smart working and the differentiated functions imposed by precautionary segmentation. It’s the time, now.

 

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