© Paola Lucente and Dyana Gravina

Contributo ricevuto in risposta alla prima “call for papers” di Letture Lente, a cura di Flavia Barca

 

Se c’è una cosa che la pandemia ha reso impossibile ignorare è il fatto che siamo tutti in qualche modo connessi in questa rete globale e fragile. Durante la prima ondata della pandemia, e poi con la seconda, siamo stati forzati a mettere in discussione non soltanto il valore di vita sociale, ma soprattutto il senso dell’attuale modello produttivo in relazione alla cura dei nostri cari. Davanti al propagarsi di un virus che non si curava delle differenze di lingua o bandiera, sono emerse le differenze nel mettere in campo misure di sostegno tra le varie nazioni: dove il welfare era già strutturato sono state inserite integrazioni e maggiori coperture; dove non lo era, sono nati bonus temporanei e prime forme di sussidio.

Non stiamo parlando solo dello stato di emergenza delle fasce deboli, ma dell’evidente divario delle condizioni lavorative delle donne, che spesso sono automaticamente destinate alla cura di anziani e minori. Secondo i dati di Oxfam, se le “invisibili mani delle donne” fossero state compensate con la paga minima salariale avrebbero prodotto 10 trilioni di dollari nel 2018. Questo valore è molto più alto della somma dei fatturati dei 500 gruppi commerciali più ricchi del mondo secondo la “Fortune Global List”, dove troviamo anche Apple, Amazon e Walmart (si veda, a questo proposito, Wezerek, G., & Ghodsee, K. R. (2020, March 5), “Women’s Unpaid Labor is Worth $10,900,000,000,000”, The New York Times).

Tale lavoro non appare come prodotto interno in alcun Paese, nonostante nessuna economia nazionale sarebbe sostenibile senza di esso - come è stato dolorosamente messo in luce dalla pandemia. Questa sottostima non risparmia nemmeno i settori culturali, dove, come si sa, la contabilizzazione del lavoro non segue il normale conteggio delle ore lavorative, quindi penalizzando le donne che dividono il loro tempo tra il lavoro culturale e la cura dei genitori e/o figli.

Vista la contingenza della pandemia, e nello spirito di mettere in discussione il rapporto tra produzione e cura, questo articolo propone le esperienze di due organizzazioni non-profit che si occupano di creatività legata alla maternità. Negli ultimi venti anni sono nate diverse azioni e organizzazioni finalizzate ad una maggiore inclusività di artiste e operatrici culturali madri, di solito costrette a fermare o lasciare le loro carriere: The International Foundation for Women Artists (US), Parents in Chicago Theatre (PICT), The Sustainable Arts Foundation (US), Creative Collaborative Mothers (India), Mothers in Arts Residency (MA Residency) (Olanda), The Mothership Project (Irlanda) sono alcune delle strutture. Tra queste abbiamo approfondito le attività di Procreate Project e Desperate Artwives, entrambe attive nel Regno Unito. Sono due tra le più riconosciute realtà di supporto al lavoro di curatrici, artiste e critiche in un’ottica di rottura con le strutture produttive classiche. Le due direttrici Paola Lucente e Amy Dignam, dalla loro esperienza in prima persona di solitudine di fronte alla difficile conciliazione tra lavoro culturale e maternità, hanno deciso di offrire delle soluzioni nell’ambito culturale. Paola Lucente, italiana di nascita e inglese per scelta, ha iniziato a collaborare con Dyana Gravina nella direzione di Procreate Project nel 2018, dopo aver lavorato come gallery manager a New York e Londra, e per lo Spazio Murat in Puglia. Durante il primo anno di vita di suo figlio, ha trovato in Procreate Project un’organizzazione che tenesse “conto delle diverse necessità e realtà delle donne, soprattutto durante un periodo così importante della vita sia privata che professionale”. Nel suo intervento Lucente ci ricorda che secondo uno studio dell’Unicef del 2019 sulle azioni dei Paesi europei per agevolare il reintegro delle madri al lavoro, il Regno Unito si pone al penultimo posto della classifica visto che “il costo dei servizi per bambini in età prescolare è tra i più costosi al mondo.” A questo si aggiungono, per le madri artiste, diversi ostacoli del sistema dell’arte: “l’obbligo di presenza, assenza di servizi per l’infanzia, alloggi inadatti ad ospitare i bambini che seguono i genitori in viaggio, mancata copertura di costi supplementari, e il divieto esplicito di avere figli al seguito”.

Attraverso i Mother House Studios, Procreate Project offre alle artiste uno spazio di lavoro sicuro per i bambini, attrezzato con giochi e l’assistenza di educatori per i più piccoli, permettendo alle loro madri di dedicarsi al lavoro in studio. Lo stesso Sadiq Khan, sindaco di Londra nel 2018 ha contribuito con 22,500 £ al sostegno degli Studios, definendo l’iniziativa “una delle più innovative a Londra, le cui potenzialità possono ispirare un’inversione di rotta in vari settori”. Dalla risposta a bisogni concreti all’attivazione del dibattito culturale tramite il seminario annuale The Oxytocin Mothering the World, passando per la visibilità delle opere di artiste con il Mother Art Prize, la non-profit è riuscita ad accendere l’attenzione del pubblico su temi che spesso sono ignorati e sottovalutati.

Se questa esperienza, che rivela la notevole capacità imprenditoriale delle due organizzatrici italiane, suggerisce diverse “best practices” che possono essere adottate da fondazioni artistiche di tutto il mondo, il lavoro di Desperate Artwives ci permette di focalizzare la diversità della prospettiva materna. Sia le iniziative in spazio pubblico, organizzate con la comunità formatasi intorno al progetto, sia la serie di podcast che dà voce a prospettive femministe provenienti da tutto il mondo, sono il mezzo per spostare il baricentro della produzione artistica verso ambiti più inclusivi e decolonizzati. L’artista Amy Dignam sostiene che nonostante l’arte realizzata da artiste madri venga spesso catalogata come ‘sentimentale’, essa sia in realtà “potente e significativa, risuoni nei valori, e come l’esperienza di vita torni nel lavoro artistico”. Secondo la Dignam persiste “la visione patriarcale contrastata dalle prime femministe negli anni ‘60 e ‘70, in cui la donna incinta e quindi anche la maternità vadano nascoste, o almeno mediate per lo sguardo maschile”. Le opere promosse da Desperate Artwives cercano di decostruire questo immaginario, promuovendo opere di artiste che lavorano sul corpo e sul punto di vista femminile.

La serie di podcast WomanUp! prodotta dall’Arts Council, con il sostegno della Womens Art Library arricchisce il dibattito culturale degli studi di genere della prospettiva di artiste internazionali che lavorano anche sul conflitto razziale e politico. In tal senso il lavoro di DAW crea un terreno di confronto su problemi di più ampio respiro, dove la presa di posizione femminista e materna vuole offrire un punto di vista alternativo al potere dominante sociale di matrice maschile e patriarcale.

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Parte I. Conversazione con Paola Lucente di Procreate Project

Come è nata l'iniziativa di Procreate Project? Quali sono le azioni di supporto che offrite?

Procreate Project nasce nel 2013 da un’idea di Dyana Gravina la nostra fondatrice e direttrice creativa, italiana e pugliese; anche l’ispirazione nasce dalla sua personale esperienza di gravidanza, vissuta come un momento di forte ispirazione contrariamente agli stereotipi sociali, e la realtà sconcertante della mancanza di supporto e rappresentazione che spinge un alto numero di donne a non continuare una carriera nei settori creativi. La visione prevedeva di creare un nuovo modello di organizzazione per le arti che potesse cambiare il modo in cui si produce, consuma e supporta l’arte, tenendo conto delle diverse necessità e realtà delle donne, soprattutto durante un periodo così importante della vita sia privata che professionale.

Nel 2018, dopo essere diventata mamma e aver lasciato il mio lavoro di gallery manager presso un’istituzione londinese, ho iniziato ad immaginare un centro d’arte che coinvolgesse le madri artiste e che potesse ospitarle con spazi per continuare a lavorare e poter portare con loro i propri bambini. Nella mia carriera, nel mondo dell’arte a New York e Londra, ho personalmente conosciuto molte artiste che, una volta diventate mamme, hanno dovuto mettere in pausa la loro carriera o addirittura abbandonarla per prendersi cura dei propri figli. Iniziando a fare la mia ricerca sul territorio per capire se ci fossero spazi simili, ho scoperto dell’esistenza di Procreate Project e del progetto Mother House Studios. Il terzo progetto pilota si era concluso poche settimane prima ed aveva coinvolto una sessantina di artiste in totale. Ho così conosciuto la mia compagna di viaggio, Dyana, una forza della natura, che mi ha immediatamente coinvolto con la sua passione in questo progetto e da allora siamo inseparabili.

Attraverso le nostre piattaforme e progetti ci battiamo per la parità di genere e rappresentazione per chi si identifica come donna e lavora nel mondo delle arti e le industrie creative e puntiamo ad attrarre l’attenzione di un vasto pubblico su temi che spesso sono ignorati e sottovalutati legati alla maternità, al parto e più in generale a temi sul genere e sessualità.

Attualmente Procreate Project offre modelli innovativi e piattaforme tra le quali:

- Mother Art Prize, l’unico premio internazionale dedicato agli artisti che si identificano come donne o non-binari che sono genitori. Il premio è già alla sua terza edizione e vanta una prestigiosa giuria che si arricchisce di anno in anno di donne eccezionali che dirigono o lavorano per istituzioni d’arte internazionali e che contribuiscono ad accrescere la risonanza del progetto con il loro impegno e senza alcun compenso. Quest’anno tra le altre erano presenti Frances Morris, la direttrice della Tate Modern di Londra ed Eva Langret, la direttrice della fiera d’arte Frieze London. Questa edizione ha attratto 626 partecipanti da 45 Paesi nel mondo, e come ogni anno sono state selezionate 20 finaliste per la mostra collettiva finale. Siamo riuscite ad offrire 3 premi in totale: il primo premio per la vincitrice dell’edizione 2020, Helen Benigson ( artista londinese) prevede una personale allo Showroom di Londra, che si terrà nell’estate 2021 e £500; il premio online, assegnato a Violet Costello (artista canadese) prevede una personale online supportato dalla galleria Richard Saltoun, avvenuta nel mese di Ottobre, oltre a 2 sessioni di mentoring offerte da una delle nostre ambasciatrici e advisors; il premio per un’artista internazionale, assegnato ad Eileen Reynolds (artista americana), per una residenza di 4 settimane per artista e famiglia e un buono di £500 da spendere in materiali sponsorizzato da Colart. Purtroppo, per via della pandemia causata dal Covid-19 e i ripetuti lockdown nel Regno Unito e USA, abbiamo dovuto rimandare la data della residenza, ma contiamo di organizzarla entro l’estate 2021. La mostra collettiva si è tenuta ad ottobre presso Cromwell Place, un nuovo concetto di centro per le arti aperto al pubblico, supportato da un sistema di membership per gli addetti ai lavori nel mondo dell’arte che possono affittare spazi espositivi e di lavoro, oltre che usufruire di servizi di assistenza tecnica e magazzino. Abbiamo avuto un pubblico di oltre 3000 persone in sole quattro settimane, e l'opportunità di conoscere e presentare il nostro lavoro a direttori di musei ed organizzazioni internazionali di altissimo livello e stiamo già immaginando la prossima edizione del premio.

- Oxytocin Mothering the World è una conferenza interdisciplinare per le pratiche artistiche, teorie femministe intersezionali e servizi per la maternità. È alla sua seconda edizione.

- Mother Art Studios, sono studi per artiste con servizi per l’infanzia integrati, dove i bambini hanno libero accesso allo spazio di lavoro. Ci sono tre spazi aperti, due a Londra e uno a Stroud, sulla costa inglese occidentale.

- Online shop e Discover: due nuove piattaforme online in costante evoluzione, dedicate alla scoperta di nuove artiste.

- Un archivio di Zine in costante sviluppo che al momento presenta il lavoro e le storie di 130 artiste internazionali.

- Attività permanenti tipo pubblicazioni online e stampate, mostre e laboratori, commissioni per la produzione di nuove opere d’arte.

 

A distanza di anni, il vostro lavoro ha avuto riconoscimenti sul territorio?

Dopo sette anni di duro lavoro possiamo affermare con gratitudine e fierezza che Procreate Project incarna quella visione iniziale ed è cresciuto fino a diventare un’organizzazione artistica pioniera nel suo campo, grazie al suo impatto socioculturale e di innovazione nel settore, costituendo un punto di riferimento per tantissime artiste ad altre organizzazioni a livello internazionale. Abbiamo attivato collaborazioni a breve e lungo termine con istituzioni e organizzazioni internazionali, e abbiamo ottenuto fondi privati e pubblici per produrre i nostri programmi, tra cui: Arts Council England, Cromwell Place, The Mayor Of London, The Showroom, Whitechapel Gallery, AWITA, Zabludowicz Collection, The Royal College of Art, Goldsmith e King’s College London.

Nel 2018 il progetto Mother Art Studios ha ottenuto un finanziamento di £50,000, raccolti attraverso una campagna di crowdfunding, alla quale hanno partecipato il sindaco di Londra con £22,500, l’amministrazione di Lewisham (quartiere londinese che ospita il progetto) con £5,000 e la Esmée Fairbairn con £3000, oltre ad altri 200 generosissimi sostenitori. Durante la manifestazione finale dell’assegnazione dei premi, il sindaco Sadiq Khan ha descritto i Mother House Studios come “una delle iniziative civiche più innovative a Londra, che possiede le potenzialità per ispirare un’inversione di rotta in vari settori”, e ha aggiunto che “il suo impatto sarebbe molto più efficace se si potesse espandere in tutta Londra!” Tra i nostri piani c’è la volontà di rendere il modello replicabile anche fuori i confini inglesi e magari anche in Italia.

Nel 2019 la seconda edizione di Oxytocin Mothering the World, in collaborazione con la Birth Rites Collection e King's College, ha ricevuto il supporto finanziario dell’Arts Council inglese. Quest’anno in pieno lockdown abbiamo avuto la fortuna di ricevere gli Emergency Response Funds messi a disposizione dall’Arts Council inglese, che ci hanno permesso di potenziare l’offerta del nostro online shop, creare la nuova piattaforma online Discovery per la vendita di pezzi unici e offrire dieci commissioni per la produzione di nuovi lavori. La selezione ha coinvolto più di un centinaio di artiste e si è conclusa assegnando a ciascuna delle dieci selezionate £1000 come premio di produzione. I lavori appena conclusi rappresentano una varietà di pratiche artistiche e forme ibride e verranno presentati nelle prossime settimane, esplorando tematiche quali sessualità e intimità durante il lockdown, le politiche legate alla rappresentazione del corpo e il suo invecchiamento, il trauma legato al parto durante il periodo della pandemia, razza e colonialismo, fertilità e riproduzione ecc...

 

Secondo te, perché la società non riesce a trovare un equilibrio equo tra tempo del lavoro e cura? E, in particolare, perché il mondo dell'arte è così restìo ad includere delle policies per artisti-genitori nella scrittura di residenze e bandi

La battaglia per avere delle relazioni di lavoro eque in tutti i settori lavorativi è ancora attiva, ma piccoli passi sono stati fatti negli ultimi anni. I genitori sono in grado di bilanciare meglio il lavoro e gli altri impegni in Paesi che hanno delle politiche a sostegno delle famiglie, quali Svezia, Norvegia ed Estonia, per nominarne alcuni, secondo uno studio dell’Unicef del 2019. Queste includono il congedo parentale retribuito, il sostegno per l’allattamento al seno, l’assistenza all’infanzia e l’educazione prescolare a prezzi accessibili e di alta qualità. Pensiamo però che in molti Paesi ancora non esistano le strutture e le agevolazioni necessarie per supportare genitori nella reintegrazione al lavoro prendendo in considerazione responsabilità genitoriali, come per esempio in Inghilterra, che si pone al penultimo posto della classifica nella ricerca citata, e dove il costo dei servizi per bambini in età prescolare è tra i più costosi al mondo. Si pensi a Paesi come gli Stati Uniti d’America dove non esistono congedi di maternità, paternità o parentali obbligatori su scala nazionale.

Per quanto riguarda il mondo dell’arte, esiste un mito per il quale un’artista debba scegliere se essere un’artista di successo o una mamma, ma non può essere entrambe. Proprio a causa di questo stigma, c'è una generale concezione che occuparsi dei propri figli non sia compatibile con la produzione artistica, che spesso può richiedere orari estenuanti e un lavoro continuo senza interruzioni. La realtà è che non c’è un reale sostegno da parte delle istituzioni e manca una coscienza e un interesse da parte della società, delle istituzioni e degli organismi competenti ad affrontare il problema in modo sistematico. Mancano la comprensione e il sostegno per gli artisti che hanno figli.

Per permettere anche agli artisti che hanno bambini di esercitare il loro mestiere senza incontrare ulteriori difficoltà, è necessario cambiare il nostro modo di pensare. O meglio: pensare in prospettiva. E cioè immaginare soluzioni affinché la produzione artistica tenga conto dei bambini e delle situazioni familiari degli artisti e questo richiede tempo, sforzo, attenzione e cura. Programmi di sostegno, residenze, eventi pubblici, mostre, attività di formazione spesso non tengono conto della situazione familiare degli artisti: obbligo di presenza, assenza di servizi per l’infanzia, alloggi inadatti ad ospitare i bambini che seguono i genitori in viaggio, mancata copertura di costi supplementari, e il divieto esplicito di avere figli al seguito possono diventare ostacoli insormontabili. Non esistono sostegni specifici e mirati da parte di fondazioni, residenze per artisti o musei e a tutto questo si aggiunge la quasi totale mancanza di un adeguato spazio dato al dibattito su tutti questi temi. Le istituzioni dell’arte dovrebbero iniziare a mettere in pratica quelle idee di impegno sociale che hanno sempre veicolato.

Procreate Project evidenzia queste mancanze ed offre nuovi modelli per creare un cambio sostenibile su diversi fronti. L’organizzazione gestisce una residenza annuale per una delle vincitrici del Mother Art Prize e per due anni consecutivi siamo stati supportati da un'organizzazione londinese, Create London, attenta da sempre alle esigenze degli artisti e delle comunità con cui lavora. Le nostre artiste sono state ospitate presso The White House a Dagenham per un periodo di massimo un mese, assieme alla loro famiglia. Il palazzo ospita al pianterreno uno spazio dedicato al programma per il pubblico con un fitto calendario di laboratori ed eventi per famiglie della zona e una cucina e al primo piano un appartamento con studio annesso, per permettere a più persone di soggiornare. Quest’anno siamo anche riusciti a garantire un buono di £500 da spendere per materiali artistici, utilizzati dall’artista per produrre un progetto artistico precedentemente concordato. Una residenza che accolga anche la famiglia dell’artista necessita di più supporto finanziario, assistenza per la gestione dei bambini e un ambiente personalizzato che tenga conto delle peculiarità delle necessità familiari. Nel tempo stiamo mettendo insieme una serie di “best practices”, che vorremmo condividere con tutte le istituzioni, immaginando un sistema solidale e collaborativo, nella speranza di contribuire al cambio di pensiero necessario per prestare attenzione alle necessità delle famiglie.

 

Quale risorsa pensi sia sottovalutata e possa venire da artisti-genitori verso la produzione artistica contemporanea?

Diventare genitori cambia la prospettiva che si ha su molte cose, io ho dovuto “aggiornare il mio sistema operativo!” Crescere un bambino, come fare arte, è un processo. Allo stesso modo in cui si crea un’opera d’arte, lo sviluppo di un bambino si basa su un processo simile di scoperta e apprendimento, assieme al farsi strada tra i cambiamenti biologici, intellettuali ed emotivi. Diventare mamma mi ha personalmente aiutata a diventare più creativa con la mia pratica curatoriale – ho dovuto imparare ad essere estremamente efficiente con il mio tempo, dare priorità a ciò che è importante e modificare le mie abitudini e ritmi quotidiani e multitasking. Ricordo di aver sentito l’impulso a tornare ad occuparmi di arte, che per me che sono una curatrice è la mia passione, quando il mio bambino aveva sei mesi. Un anno prima avevo curato la proposta per la programmazione artistica di un nuovo spazio per l’arte contemporanea a Bari, Spazio Murat, e vivendo a Londra ho lavorato e volato per l’organizzazione di una mostra e l’inaugurazione fino all’ottavo mese. Non riuscivo a farne a meno. Poi mi sono fermata per dedicarmi alla nascita di Dante, mio figlio, e devo dire che i primi mesi sono stati difficilissimi. Ero sola e ho dovuto faticare molto per riuscire ad allattarlo ed ero sempre esausta. Poi però, appena Dante ha compiuto sei mesi, ho ricominciato a lavorare da casa, e ho sentito il desiderio di creare qualcosa di completamente nuovo, spinta da una forza che mi ha fatto pensare a nuovi modi di creare. Ho iniziato a lavorare con Dyana per la preparazione della seconda edizione del Mother Art Prize e continuato a curare eventi e mostre per Spazio Murat a Bari, volando ogni tre mesi con il mio bambino sempre presente, contando sul supporto della mia famiglia in Italia. Ricordo che lo portavo sempre con me nel marsupio per riunioni, vernissages e per installare mostre. La passione per l’arte mi ha dato la forza per continuare ancora più tenacemente a lavorare, senza rinunciare a prendermi cura di mio figlio. La creatività richiede la costruzione di connessioni insolite e Jung ha detto che “essa non è altro che la capacità di trovare soluzioni”, poiché è un processo evolutivo derivato, importantissimo per la sopravvivenza. “Le persone che raggiungono alti livelli di creatività spesso possiedono resistenza, coraggio e determinazione”, diceva Jung. Le persone creative corrono rischi, sono audaci e abili a trovare modalità nuove e insolite per portare a termine il lavoro. Il cervello di una madre sviluppa flessibilità cognitiva, emotiva e comportamentale, e questo aiuta a adattarsi a nuovi contesti. Dopo tutto, flessibilità e pensare “out of the box” non sono ciò di cui è fatta la creatività?

 

Quale aspetto pensi sia più difficile da abbattere in Italia e in Inghilterra, rispetto alle artiste donne? Che cosa cambieresti o suggeriresti, e a chi?

Se potessi cancellerei lo stigma per il quale un’artista non può avere successo se ha anche figli. Tutte le donne hanno il diritto di scegliere se avere figli o non averne affatto. E allo stesso modo degli artisti, le donne che scelgono di averne non dovrebbero sentire di dover sacrificare la propria carriera per prendersene cura. Personalmente, non ho mai sentito un artista uomo porsi il problema se avere o no un figlio, anche se conosco molti artisti padri che si prendono cura dei propri figli, mentre la compagna torna a lavorare full time. Nessuno presume che la paternità possa cambiare il loro lavoro, perché si presume che la vita privata di un uomo non interferisca con quella professionale. Avere bambini non è per tutti, ma i preconcetti che derivano da un sessismo vecchia scuola non aiutano nessuno e il doppio standard è stato decisamente prominente durante il corso della storia dell’arte, ma la questione di quanto progresso si sia fatto fino ad oggi è ancora discutibile. Il pregiudizio esiste, ma il mio consiglio è di non lasciarsi troppo condizionare, perché ci sono state altre madri artiste in passato che sono riuscite a portare avanti la carriera pur prendendosi cura dei propri figli, e migliaia ce ne sono in ogni parte del mondo che riescono a lavorare in condizioni difficili. Conosco un altissimo numero di artiste, galleriste, curatrici, direttrici di grandi istituzioni e donne impegnate nel proprio lavoro e che sono quotidianamente fonte di ispirazione per me, e molte di loro sono le nostre ambasciatrici e preziose collaboratrici. Insieme possiamo abbattere i pregiudizi e lo si può solo fare se diamo un esempio positivo per la rappresentazione e implementazione di nuovi “equilibri”.

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Parte II. Conversazione con Amy Dignam di Desperate Artwives

La seconda organizzazione DAW - Desperate Artwives é nata nel 2011 da un’idea dell’artista Amy Dignam. DAW è una piattaforma molto attiva nel dare voce e spazio di espressione ad attiviste ed artiste che lavorano nel decostruire il concetto di cura, genitorialità, questioni di genere e la loro rappresentazione nelle arti visive. Attraverso le serie di podcasts con attiviste e artiste nel mondo (WomanUp!), eventi espositivi, iniziative e conferenze, DAW è riuscita a creare una comunità per approfondire non solo le condizioni, il linguaggio dell’arte realizzata da artiste madri, ma anche una differente concezione di agire nel mondo. Amy Dignam ci ha parlato del progetto.

 

Come è nata l'iniziativa di Desperate Artwives? Quali sono le azioni di supporto che offrite?

Era l’inizio del 2011. Stavo cercando di ottenere qualche tipo di finanziamento per artisti, avevo due bambini piccoli e stavo aspettando il terzo. Mi sentivo così sola nel contesto artistico. Tutti i bandi sembravano destinati ad artisti diversi da me. Artisti senza figli, che avevano uno studio, senza problemi di soldi, o di tempo. Non avevo nessuna di queste caratteristiche, avevo solo bambini, dedizione e passione. Un pomeriggio passeggiando a South Bank mi sono resa conto di una cosa importante. Sicuramente c’erano molte altre donne come me là fuori, altre artiste che erano anche madri e che avevano bisogno di aiuto, incoraggiamento, di confrontarsi ed esprimersi. Avevo bisogno di trovarle, ma come fare? Solo alcuni mesi prima mia madre era morta di cancro e dopo un lungo periodo di dolore e lutto mi sentivo un po’ persa. Ma immediatamente l’idea di sviluppare un progetto che potesse mettere insieme donne e persone nella mia situazione mi ha dato uno scopo e speranza, e ho sentito che dovevo tutto a mia madre, perché sentivo che i suoi insegnamenti, le sue parole e il suo amore stavano finalmente prendendo forma. Mi ha insegnato ad avere forza e determinazione e a seguire ciò in cui credo. Molto presto ho aperto un account Twitter e ho iniziato a raggiungere e ricevere risposte da tante che mi dichiaravano il loro bisogno di uno spazio. Così cominciarono sia la comunità, che il progetto.

 

A distanza di anni, il vostro lavoro ha avuto riconoscimenti sul territorio?

Non sono sicura di cosa si intenda per “riconoscimento”, comunque abbiamo lavorato a stretto contatto e siamo stati supportati da varie istituzioni tra cui la Womens Art Library, il Museum of Motherhood, M/other voices e Maternal Journal per nominarne alcune. Siamo anche stati aiutati da diversi artisti come Bobby Baker e le Guerilla Girls. Sicuramente essere citati e raccomandati da importanti organizzazioni o artisti porta credibilità e fondamento al progetto, così come ha portato maggiore visibilità.

 

Secondo te, perché la società non riesce a trovare un equilibrio equo tra tempo del lavoro e cura? E in particolare, perché il mondo dell'arte è così restìo ad includere delle policies per artisti-genitori nella scrittura di residenze e bandi?

Un taboo continua a circondare l’arte sulla maternità che spesso viene considerata troppo “sentimentale” per essere interessante, per la sua natura soggettiva. La visione patriarcale contrastata delle prime femministe negli anni ‘60 e ‘70, in cui la donna incinta e quindi anche la maternità vadano nascoste, o almeno mediate per lo sguardo maschile, persiste anche oggi. Le madri artiste sono una minoranza all’interno del mondo dell’arte a tutti i livelli, e le opportunità per loro sono poche, scarsissime. La credenza comune che tu non possa essere un’artista di successo e una buona madre allo stesso tempo è spesso perpetuata dalle stesse donne. Ma la nostra soggettiva “sentimentale” esperienza di madri è potente e significativa, e risuona nei valori. Essa fa parte della nostra esperienza di vita, e torna nel lavoro che facciamo. Queste esperienze hanno bisogno di essere rappresentate e riconosciute sia nel mondo dell’arte che in tutti gli altri settori.

 

Quale risorsa pensi sia sottovalutata e possa venire da artisti-genitori verso la produzione artistica contemporanea?

Non sono sicura di saper rispondere a questa domanda, ma penso che sia abbastanza chiaro che ai genitori che lavorano non venga riconosciuto questo impegno all’interno della struttura della società. Abbiamo bisogno di cambiare la discussione e incoraggiare il mondo dell’arte contemporanea a prendere in considerazione l’esistenza dei bambini. Anche se molti artisti hanno figli, l’essere genitori - e specialmente madri - rimane uno stigma nel contesto artistico. C’è la necessità di introdurre nuove forme di supporto sulla base dei bisogni dei genitori. Servono misure finanziarie, oltre che spazi e assistenza.

 

Quali risultati concreti avete potuto vedere dalle vostre attività?

Posso tranquillamente dire che DAW ha iniziato e costruito una solida comunità di artiste madri. Nel 2011, la comunità era divisa e sparsa. DAW ha messo insieme e contribuito a renderla visibile e forte. Il principale effetto concreto è la connessione, visibilità, costruire comunità.

 

Che cosa cambieresti o suggeriresti e a chi?

I preconcetti inconsci devono essere riprogrammati ed eliminati. Non c’è solo una persona responsabile, ma una questione sociale sulla quale bisogna lavorare. Abbiamo bisogno di eliminare le visioni limitare di quegli uomini e donne che frenano i cambiamenti e le sfide che devono essere affrontati.

 

Quale aspetto pensi sia più difficile da combattere nel Regno Unito riguardo alle artiste madri?

Abbiamo un sistema di grande disparità di genere e quando tu aggiungi l’equazione razza e religione puoi vedere quali buchi ci sono nella nostra società. L’arte è un argomento ignorato e l’arte delle artiste donne è considerata ancora meno. Le statistiche delle ultime decadi confermano che il mondo dell’arte non applica alcuna uguaglianza di genere. Ma questa non è una novità considerando che le donne sono state escluse dalla pratica artistica e dalle professioni fino al 1870. Le donne sono continuamente giudicate e testate; sessismo, invecchiamento, maternità…cose che non sono mai state alla pari con la nostra controparte maschile e compongono un pregiudizio che impatta tutti i settori e gli ambiti.

 

Eva Frapiccini è artista e assegnista di ricerca presso l’Università di Genova. Vive a Torino. Nel 2019 ha conseguito il dottorato practice-led in Fine Art, History of Art & Cultural Studies presso la University of Leeds, Inghilterra. Vincitrice della prima edizione dell’Italian Council (2017), i suoi scritti sono stati pubblicati su Roots & Roots, Who’s Art for? Art works against explotation (Postmedia Books, 2019), Il Giornale dell’Arte, Exibart, Inside Art, Artribune.

Ha svolto collaborazioni di docenza presso Naba - Nuova Accademia di Belle Arti di Milano, IED - Istituto Europeo di Design di Torino, Accademie di Belle Arti di Bologna e Ravenna, UAL - University of the Arts, Londra e tutor presso il Master of Fine Art Imaging di Modena e la School of Fine Art, History of Art & Cultural Studies, University of Leeds, Regno Unito.

Ha esposto al Padiglione Italia, Biennale di Architettura di Venezia (2011), e in vari musei internazionali: tra cui Yorkshire Sculpture Park, Wakefield (2016), BOZAR Palais des Beaux Arts, Bruxelles (2016); La Maison de la Photographie, Parigi (2006); Casino Louxembourg (2006). I suoi lavori sono conservati in prestigiose collezioni permanenti come il Museo d’Arte Contemporanea Castello di Rivoli, la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, il MAXXI Museo Nazionale delle Arti del XXI Secolo.

ABSTRACT

Since the first wave of the pandemic, and then with the second, we have been forced to question not only the value of social life but above all the meaning of the current production model with the care of our loved ones. This article faces the invisible work of women in the cultural sector, the series of obstacles that female artists have to keep on their artistic careers during their early motherhood.  In the last twenty years, various actions and organizations have born to promote the greater inclusion of artists and cultural mother workers, among these Procreate Project and Desperate Artwives, both active in the United Kingdom. The experiences of the two non-profit organizations deal with unconscious bias and practical issues linked to motherhood and surrounding in the creative industry. If Procreate Project reveals the remarkable entrepreneurial ability of its organizers and suggests different "best practices" that can be adopted by artistic foundations all over the world, the activity of Desperate Artwives allows us to focus on the diversity of the maternal perspective. Both the organisations give voice to feminist perspectives from all over the world and are shifting the center of gravity of the artistic production towards a more inclusive and decolonized world.

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Un percorso di ascolto realizzato in partnership con

Soroptimist International d’Italia Club di Torino, in occasione del 70mo anniversario dalla fondazione, ha delineato una strategia di azione che punta sulla cultura come risorsa per una trasformazione sociale responsabile: una risposta alle sfide dello scenario pandemico che sta generando nuove diseguaglianze e profonde ferite, a livello personale e dei sistemi sociali, compromettendo diritti.

Il Soroptimist è una associazione mondiale di donne di elevata qualificazione professionale, provenienti da diverse aree, al fine di favorire il dibattito interno e la circolazione di idee per agire efficacemente a favore di una società più giusta ed equa, attraverso azioni concrete per la promozione dei diritti umani, del potenziale femminile e dell’avanzamento della condizione delle donne, coniugando locale, nazionale e internazionale.

www.soroptimist.it/club/torino.it

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