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Tra i tanti effetti della pandemia – considerata come solo l’ultimo tassello di quella che Edgar Morin ha definito come «policrisi» al contempo ecologica, economica, politica, sociale – vi è certamente il riemergere dello spazio, nella sua concreta dimensione fisica e materica. Spazio che, con la rivoluzione digitale e l’ampliarsi dell’uso di protesi meccaniche nell’utilizzo di città e territorio, era progressivamente scomparso dal nostro orizzonte e quadri culturali. Da questo punto di vista la cosiddetta Smart City ha rappresentato negli ultimi anni metafora perfetta, asettico dispositivo tecnologico aspaziale incentrato sull’ottimizzazione dello status quo esistente.

L’inaspettato venir meno del funzionamento ordinario delle cose, il repentino impedimento dei movimenti, ci hanno improvvisamente obbligato a un vissuto dello spazio materico prossimo. Abbiamo di colpo preso coscienza, con il corpo ancor prima che con la mente, di quanto città e territori siano diventati gusci semivuoti, in cui vengono a mancare gli elementi e le economie fondamentali per il darsi della vita. Per anni di fronte alla radicale trasformazione delle modalità di funzionamento dello spazio, operata dal neoliberismo, abbiamo prestato attenzione soltanto a un aspetto, che ha preso le forme delle discorsività sul consumo di suolo. Senza renderci conto che le dinamiche di concentrazione e specializzazione ad esempio della sanità e del commercio, di estensione a dismisura del costruito all’intero territorio, del ritrarsi anche spaziale del welfare – tutti fenomeni guidati esclusivamente da razionalità economiche interne, indifferenti ai territori, e dall’estrazione di valori simbolici ed economici dai luoghi – determinavano il venir meno di condizioni di urbanità e massa critica in termini di funzioni e condizioni di cittadinanza. Altro che la “città dei 15 minuti”. Una progressiva rarefazione e svuotamento di usi estesa all’intero territorio, che genera abbandono e sottoutilizzo dei patrimoni costruiti – con relativo degrado e perdita di valore – anche in spazi ritenuti finora sicuri e stabili, come quelli dei ceti medi.

In termini più radicali, utilizzando il lessico di Saskia Sassen, si potrebbe dire che la costruzione di “margini sistemici” a scala planetaria sia andata di pari passo, a livello microfisico, con la creazione di margini interni in cui vengono meno le consuete modalità di produzione del valore (simbolico, economico, immobiliare, ecc.). La distruzione creativa di Schumpeter si è ridotta ad estrazione distruttrice. Non più capaci di generare valori e profitti, questi spazi sono oggetto di un sempre più veloce processo di espulsione a favore di altri e nuovi territori. Non si tratta quindi di un semplice di più rispetto ai consueti fenomeni di esclusione sociale o di impoverimento del tessuto economico, che richiede un conseguente di più in termini di policies: è proprio un cambiamento di stato che fa saltare i meccanismi usuali di funzionamento dello spazio.

Spazialmente e geograficamente, questo determina una radicale mutazione di sguardo: la fragilità non è più solamente confinata fuori, verso le aree periferiche esterne, ma prende corpo sempre più spesso dentro, generando fenomeni di crisi che oltre a creare mille linee di confine interne tendono a riverberarsi sulle aree prossime, determinando nuove e ulteriori disgregazioni.

È in questo quadro, crediamo, che dobbiamo leggere la recente e improvvisa – quanto la pandemia – attenzione di un certo mondo mediatico e culturale, per decenni partigiano estremo della metrofilia, per le aree interne e montane. Progettisti di global city che parlano improvvisamente di paesini. La rivista Millionaire che dedica la copertina a “La rinascita dei borghi”. Persino Berlusconi che afferma, a chiudere il cerchio, che vorrebbe fare il sindaco in un piccolo comune.

Perché improvvisamente tutto questo? Perché in fondo, se ci fermiamo un attimo a rifletterci, le aree interne e montane sono state l’unico luogo del Paese – concettuale forse ancora prima che fisico – investito da un processo di creazione di nuovi valori simbolici e d’uso. A fronte del dissolvimento valoriale dei territori, della crisi economica e sociale, esse sono il solo spazio a cui sono venute a correlarsi immagini e immaginari al positivo.

Chi sono i produttori di questi valori? Non certo i recenti cantori dell’Italia dei borghi. Semmai quella moltitudine di soggetti, che a partire dalla fine degli anni ’70 dello scorso secolo – scrittori come Nuto Revelli e Mario Rigoni Stern, persone e associazioni che riprendevano la trama delle storie locali e delle culture materiali, figure di frontiera come Alexander Langer, antropologi come Vito Teti, fino ad arrivare alle centinaia e centinaia di percorsi di rigenerazione oggi in atto in tante realtà interne del paese a firma di sindaci e innovatori sociali – ha stratificato un’inedita visione dei territori marginalizzati e periferici, tramutandoli da vuoti in spazi dell’opportunità sui quali edificare nuove forme di vita e di sviluppo.

Come tante volte nel corso della storia, si pone l’eterno dilemma. Mantenere la linea, o accettare – per il bene delle aree interne – un allargamento anche mediatico del tema, con la speranza di incidere sui meccanismi di governo e sull’indice delle priorità? La questione in tali termini ci sembra però essere mal posta. Forse il nodo è un altro. In molta della recente moda sui borghi e paesini ci pare di leggere tante visioni oramai logore e fruste, che concernono il marketing territoriale e la patrimonializzazione a fini turistici dei decenni passati; insomma, più Chiantishire e Capalbio che le progettualità di rigenerazione in corso. Questa nuova Italia non ha bisogno del Polo del Gusto di Amatrice, con i ristoranti e i prodotti tipici. Ha invece estrema necessità di rafforzare i percorsi di riattivazione e rigenerazione fondati sull’innovazione sociale a base culturale, sulle nuove economie tecnorurali, dove centrale è quel processo di infrastrutturazione di welfare relativo ai diritti di cittadinanza, articolato lungo quella triade di scuola-formazione, servizi sociosanitari, accessibilità già praticato dalla Strategia Nazionale per le Aree Interne (SNAI). Il tutto all’interno di una nuova visione metromontana e metrorurale del territorio italiano, prefigurante nuove forme di interdipendenza e di mutua cooperazione e riconoscimento tra territori metropolitani e aree interne e montane, che concretamente significa un altro modo di gestire infrastrutture, servizi pubblici e collettivi, risorse, usi dello spazio. Praticando multifunzionalità e policentrismo al posto di concentrazione e specializzazione.

Per tutte queste ragioni le esperienze di rigenerazione in atto, come anche le sperimentazioni della SNAI, vanno protette e supportate, e fatte rientrare nel Piano nazionale di ripresa e resilienza e nella nuova programmazione europea. Non solo perché sono fragili come i territori su cui insistono, ma perché le potenti retoriche e narrazioni del marketing territoriale e della patrimonializzazione turistica – che persa la valenza innovatrice e modernizzante della fase degli anni ’90 si ri-declinano oggi sotto forma di borghi e paesini – sono tutt’oggi ancora fortissime, in quanto profetizzanti una facile e veloce trasformazione dei valori simbolici e d’uso in valori di scambio. Ma abbiamo visto come questa trasformazione il più delle volte non produca a sua volta nuovi valori simbolici e d’uso, limitandosi a un’estrazione colonizzatrice che sfocia nuovamente nello svuotamento e nella desertificazione. Tanti neoterritori turistici italiani – pensiamo al Salento – ne sono la controprova.

Quello che è estremamente prezioso, pur con tutti i loro limiti, nelle esperienze rigenerative delle aree interne, insieme alla capacità di ricostruire e produrre senso e valori, è la prefigurazione di modelli di sviluppo incentrati sulla compenetrazione orizzontale delle trame costruite e naturali, la riconnessione dei luoghi del lavoro e dell’abitare, la compresenza e commistione di ordini spaziali, temporali e culturali diversi, la possibilità di praticare attività e stili di vita molteplici e differenti. Da questo punto di vista le aree interne e montane, in virtù della loro rarefazione che consente di travalicare il troppo pieno di vincoli e di rendite di posizione dell’urbano, hanno una valenza tattica e strategica non confinata ai loro ambiti geografici, perché mostrano – e in questo squisitamente esprimono una nuova forma di cultura – che è ancora possibile la costruzione di economie e società oltre il mero consumo di quanto già esiste.

Nel corpo inerme e senza vita di Agitu Ideo Gudeta, sociologa e contadina, ambientalista e attivista, riconosciamo simbolicamente questa tensione collettiva nel prendersi nuovamente cura di ciò che era stato dimenticato e abbandonato, per trasformarlo in spazio attivo dove inscrivere nuovi valori e significati oltre quelli esistenti. È su questo piano, intorno a questa distinzione tra consumare e (ri)costruire i territori, che oggi si gioca la partita del dibattito culturale e mediatico sulle aree interne e montane. La posta in gioco è altissima. Proprio perché non riguarda solamente le aree interne.

 

Antonio De Rossi, architetto, è docente presso il Politecnico di Torino; nel 2018 ha curato il volume collettivo Riabitare l’Italia.

Laura Mascino, architetto, si occupa di rigenerazione e di welfare, ed è membro dell’associazione Riabitare l’Italia.

ABSTRACT

Among the many effects of the pandemic, there is the re-emergence of space and its concrete, physical dimension. No longer able to generate values and profits, cities and territories are subject to a rapid process of destructive extraction in favor of other and new spaces. The recent and sudden attention to inner and mountain areas has highlighted old-style visions of the past decades, related to territorial marketing and touristic capitalization. But those visions do not produce new symbolic values, limiting themselves to a colonizing extraction that leads to emptying and desertification. On the contrary, inner areas need processes of re-generation based on culture-led social innovation and new tecno-rural economies, in order to transform empty spaces into possibilities to create new systems of life and development. So, the central point – in the current cultural and media debate on inner and mountain areas – should be the distinction between consuming and (re)building territories.

 

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