Contributo ricevuto in risposta alla prima “call for papers” di Letture Lente, a cura di Flavia Barca

 

Colgo l’occasione della chiamata di Flavia Barca a condividere riflessioni sulla (mancata) equità di genere nella cultura italiana e lo farò dalla prospettiva del mio ambito di ricerca e insegnamento: la linguistica. Il mio contributo verte sulla complessa relazione tra la natura sociale e biologica del linguaggio e la natura sociale e biologica del genere.

Lo farò partendo proprio dalle tesi di Barca (2020), mostrando come la lingua sia un mezzo fondamentale e imprescindibile per il raggiungimento della parità tra genere. Il mio intento è confutare la presunta irrilevanza e secondarietà della questione della lingua rispetto alle urgenze di un cambiamento di passo nella realizzazione dell’uguaglianza di genere nel nostro paese, e introdurre alla riflessione consapevole sul linguaggio fondata su avanzamenti scientifici e non su luoghi comuni, seppur consolidati.

Il contributo è strutturato in tre sezioni: nella prima mostrerò come la struttura formale della lingua acquisita ed esercitata da ciascuna persona è condivisa dalla comunità di parlanti in modo implicito ed esplicito, veicolando conoscenze e pregiudizi condivisi; nella seconda passerò in rassegna i nove punti di Flavia Barca alla lente delle scienze del linguaggio; nella terza presenterò le mie riflessioni su proposte recenti di linguaggio inclusivo che a mio parere rischiano di mettere a repentaglio i timidi passi avanti della visibilità delle donne nel discorso culturale italiano (Azzalini, in corso di pubblicazione).

1. COMPETENZA LINGUISTICA E IGIENE VERBALE

La capacità di linguaggio è innata alla specie umana. Tutti gli esseri umani acquisiscono le lingue a cui sono esposti dalla nascita e durante il corso della loro vita. L’acquisizione delle lingue è un processo cognitivo che avviene attraverso l’interazione umana e riguarda la dimensione sociale, psicologica, e fisiologica delle singole persone e delle comunità in cui vivono. Il multilinguismo (la competenza di più lingue) è una condizione naturale della specie. Per una introduzione a queste istanze accessibile ma scientificamente fondata, consiglio tra le molte Jackendoff (1998).

Il funzionamento dei meccanismi comportamentali, mentali, e fisiologici sono oggetto di studio di discipline scientifiche come la linguistica (nelle sue diverse specializzazioni), la psicologia, la sociologia, la neurologia, la fisiologia, le scienze cognitive; ma sono anche oggetto di riflessione intuitiva. La mente umana è infatti predisposta a operare inferenze elaborando dati raccolti attraverso l’esperienza sensoriale e pervenendo a conclusioni spesso erronee. Ad esempio, per secoli vedendo il sole spostarsi rispetto all’orizzonte abbiamo creduto che la terra fosse piatta (c’è ancora chi ci crede) e che il sole le girasse attorno, facendone addirittura oggetto di dogma religiosi.

Riflettere sulla normazione della lingua madre è una capacità umana che si esercita in tutte le culture e che la sociolinguista Deborah Cameron definisce verbal hygiene (Cameron 2012). Secondo Cameron, il desiderio di normare la lingua secondo standard di “efficienza, logica, correttezza e civiltà” nasconde questioni sociali, morali e politiche più profonde e non esplicitate, come appunto la propria identificazione nel ruolo sociale, che è particolarmente incerta per le donne soprattutto nei ruoli apicali.

L’igiene verbale si manifesta sotto forma di inferenze pseudo-logiche, false etimologie, motivazioni estetiche e regole pseudo-grammaticali che giustificano comportamenti linguistici consolidati e sanzionano comportamenti linguistici che si discostano da essi. Sostenere che medica o ministra siano neologismi errati o cacofonici è allo stesso livello delle teorie sulla piattezza della terra. Infatti medica e ministra non sono neologismi (sono attestati in latino e nell’italiano delle origini, v. Vocabolario Treccani online alle voci medica2 e ministra); sono perfettamente dentro il sistema linguistico (che declina molti maschili in -o e femminili in -a); hanno la stessa struttura fonologica (la stessa “sonorità”) di monaca e maestra che risultano perfettamente normali e non sono cacofonici.

Perché dunque in Italia donne di cultura preferiscono essere chiamate con un titolo professionale maschile?

Per rispondere a questa domanda, dobbiamo prima considerare la complessa storia sociale della lingua italiana.

L’italiano è una lingua di grande tradizione culturale (ovviamente maschiocentrica) e di recente diffusione nazionale a scapito della grande varietà linguistica dialettale (De Mauro 2016). Identificarsi nella lingua e negli abiti linguistici ritenuti appropriati fa parte del processo di riconoscimento di sé e del proprio posizionamento rispetto al prestigio culturale. In questo posizionamento, le donne sono generalmente più avanti degli uomini in tutte le culture, e questo è confermato per l’Italia dal rapporto ISTAT 2017 sull’uso della lingua italiana. Le donne italiane sono più avanti degli uomini, nell’abbandono dei dialetti e nell’identificarsi nella lingua nazionale.

La conoscenza di certe norme linguistiche come l’uso del congiuntivo o la proibizione della ripresa di un pronome oggetto come “a me mi …” distinguono l’eloquio colto (di prestigio) dall’eloquio non sorvegliato e informale cui viene attribuito minor prestigio sociale e contemporaneamente inferiore valore culturale e sono utilizzate per includere o escludere chi parla dal gruppo delle persone che detengono il prestigio e la visibilità nel discorso culturale.

Non stupisce che ogni arricchimento nel lessico d’uso rispetto a termini utilizzati per definire ruoli di prestigio nelle professioni, nella politica, e nelle istituzioni, crei insicurezza e resistenze. La declinazione al femminile che è parte del sistema nominale (bambina / bambino; impiegata / impiegato; infermiera / infermiere) e concorre all’interpretazione del(la) referente rispetto al genere / sesso diviene, per effetto dell’igiene verbale, una questione politica, identitaria, e normativa in una cultura come quella italiana, in cui la figura maschile è (ancora) dominante, e il genere (grammaticale) maschile concorre a denotare uomini che nelle professioni hanno sempre avuto posizioni dominanti e continuano ad esercitare ruoli apicali.

Il maschile in italiano non è solo il genere “non marcato”, cioè quello che si usa nel riferimento generico a individui umani (formazione dello spettatore, cfr. Piselli 2005) o nel riferimento misto (gli spettatori in sala) ma è anche il genere del prestigio sociale (segretario [di partito] vs. segretaria [d’azienda], cfr. Rodotà 2011). Questo è un dato di fatto: viene costantemente percepito nella nostra esperienza comunicativa quotidiana e perpetuato nell’uso. Ma non è una necessità incontrovertibile.

Per esprimere riferimento generico o misto ci possono essere mezzi non ambigui che permettono al genere femminile oscurato dal maschile inclusivo di emergere nel discorso culturale (uno o una docente deve ...; i docenti e le docenti della mia università).

Inoltre, la connotazione di prestigio non è associata al maschile per necessità linguistica ma solo e unicamente per convenzione sociale: non c’è nessun motivo linguistico per cui un presidente dovrebbe avere maggior prestigio o autorevolezza di una presidente (Giusti 2016).

Ho già avuto modo di presentare, con Monia Azzalini, una panoramica delle questioni formali (nel senso linguistico del termine) che riguardano le nozioni di genere grammaticale e semantico nel numero di Economia della Cultura da cui prendono spunto queste Letture Lente (Azzalini e Giusti 2020). In quella sede abbiamo sostenuto che declinare al femminile i ruoli apicali è fondamentale per far emergere la presenza delle donne in quei ruoli.

La presenza di figure apicali di genere femminile nel discorso culturale condiviso è fondamentale per la creazione di identità paritarie che sono alla base della creazione di una società più equa e costituiscono il fondamento della lotta al discorso d’odio e alla violenza fisica che si abbatte sulle donne come categoria trasversale alle tante categorie target di aggressioni fisiche e verbali (Giusti e Iannàccaro 2020).

In quella sede abbiamo confutato il pretesto più diffuso per non utilizzare termini al femminile come medica, architetta, assessora, ingegnera, che sostiene che questi siano termini “nuovi” che violano la tradizione linguistica italiana. La declinazione femminile è, al contrario, una “regola” costitutiva dell’italiano e di molte lingue europee (tutte le lingue romanze, le lingue slave, e il tedesco) che richiedono di accordare il genere del nome al genere e sesso del riferimento. Ad esempio, la frase Il maestro arriva sempre in ritardo non è veritiera nel caso in cui l’insegnante sia di genere femminile.

La vera innovazione linguistica è accettare come vera e ben formata espressioni come: l’agguerrita e procace avvocato matrimonialista napoletano, fondatrice di ... usata da Cavalli 2014 e riportata tra virgolette da E. Domeniconi 2014 in questa forma: “l’agguerrita e procace avvocato matrimonialista, napoletana, fondatrice di …”. Facciamo una analisi delle due versioni per provare che l’incongruenza di genere crea difficoltà di lettura e di comprensione perché non è propria della lingua italiana.

Nella frase originale, il primo aggettivo agguerrita concorda con il genere della referente, anche l’aggettivo procace pur essendo morfologicamente ambiguo, è semanticamente attribuito a individui di genere femminile. Il nome avvocato però è maschile, anche se nell’uso molto spesso è attribuito a donne. Gli aggettivi postnominali sono entrambi maschili, si presume, anche se non possiamo sostenerlo per matrimonialista che non accorda per genere al singolare (ma accorderebbe al plurale: le avvocate matrimonialiste; gli avvocati matrimonialisti). Sicuramente, il secondo aggettivo dopo il nome, napoletano, è maschile nell’espressione originale e accorda con il genere formale del nome avvocato mentre è femminile nel secondo caso. Infine, dopo una virgola, il nome fondatrice attribuito per predicazione alla stessa referente è femminile. La sequenza creata dall’incongruenza di genere è rappresentata qui sotto:

l’agguerrita e procace avvocato matrimonialista napoletano, fondatrice di ...

F               F        F                 M                  M                  M             F

L’italiano obbliga all’accordo di genere tra nome, articoli e aggettivi. L’espressione di Cavalli viola questa regola fondamentale dividendo l’espressione nominale a metà: la prima parte formata da articolo e aggettivi prenominali accorda con la referente; la seconda parte formata da nome e aggettivi postnominali accorda con il maschile di prestigio attribuito al termine avvocato. A questo nominale diviso viene ulteriormente attribuito il ruolo di agente nella fondazione di un partito, espresso da un nome che è (giustamente) femminile fondatrice. Le parentesi quadre interne indicano i sottogruppi di parole accordati per genere. Le parentesi quadre esterne, in grassetto, segnalano il genere della referente:

[F [F l’agguerrita e procace] [M avvocato matrimonialista napoletano],[F fondatrice di ...] ]

Notiamo ora che nel riportare la notizia Dominiconi cambia il genere su napoletano facendolo precedere da un’ulteriore virgola. Non credo si tratti di una correzione volontaria ma di un tentativo di “aggiustamento” (come si dice in psicolinguistica) di un’espressione formalmente malformata: il nucleo maschile all’interno dell’espressione femminile viene ridotto:

[F [F l’agguerrita e procace] [M avvocato matrimonialista],[F napoletana],[F fondatrice di ...]]

In entrambi i casi, l’espressione è internamente incoerente. Questa è la vera innovazione in atto nella lingua italiana, la possibile violazione delle regole di accordo referente e nome e tra nome, articoli e aggettivi. Per ora crea incongruenze di accordo che rendono la comprensione difficile (Gabriel et al. 2008; Gygax et al 2008), oscurano la presenza delle donne nei ruoli di empowerment e consolidano lo stereotipo della tipicità maschile di questi ruoli (Carreiras et al. 1996). A lungo andare potrebbe diventare regola e scardinare la struttura della lingua (per arrivare a dire cose come *la brava maestro napoletano).

2. LA RILEVANZA DELLA LINGUA PER METTERE IN ATTO LA “STRATEGIA IN NOVE PUNTI”

Passo ora in rassegna i nove punti di Flavia Barca osservandoli alla luce della loro interazione con la lingua.

Il punto 1, Trasparenza dei dati, richiede che i dati ricercati, elaborati, e pubblicati siano espressi in modo trasparente rispetto alla categoria di genere. Visto che gli indicatori, espressi in termini linguistici, condizionano il tipo di dati raccolti, la trasparenza grammaticale (opposta all’ambiguità interpretativa) è il presupposto di una raccolta di informazioni e pubblicazione di dati che rispecchino in modo corretto la popolazione femminile. Questo è particolarmente importante in un momento in cui gli studi sociali e umanistici si orientano verso i megadati, che sono raccolti con algoritmi spesso creati in modo opaco (di cui non si conoscono i dettagli), minando alla radice l’attendibilità delle analisi (de Laat 2018). Se le donne non saranno indicate con i nomi al femminile, gli algoritmi non potranno accorgersi della loro esistenza.

Il punto 2, Riduzione del gap di genere come requisito per richiedere finanziamenti pubblici, il punto 3, Più profili di donne professioniste e maggior trasparenza nelle assunzioni, sono entrambi parte delle Azioni positive previste al punto 4. Se i requisiti introdotti nei bandi, i profili professionali descritti negli annunci di lavoro, e le norme previste dalle azioni positive riusciranno a riferire direttamente alle donne nei ruoli e nelle responsabilità piuttosto che nominare ruoli maschili attribuiti come per concessione a persone di sesso femminile, un maggior numero di donne potranno sentirsi chiamate a concorrere per quelle posizioni (Hodel et al. 2017). Questo non accade nella cultura italiana a differenza di quanto avviene in altre nazioni europee come Francia, Spagna e Germania (cfr. Nardone 2018 per una comparazione tra italiano e tedesco).

Il punto 5, empowerment, termine inglese sinonimo di accesso alla gestione del potere, si interseca con il linguaggio, se ci soffermiamo su come e quanto il maschile come genere di prestigio possa nascondere e conseguentemente ostacolare la presenza delle donne in posizioni di gestione, controllo, decisione politica ed economica.

Il punto 6, fare rete, è rilevante per la manifestazione di solidarietà tra donne. La difficoltà delle donne a fare rete (Chesler 2003) si manifesta anche con la preferenza che molte professioniste, esperte, dirigenti, manifestano nel definirsi con il maschile di prestigio. Definirsi con un maschile (da molte erroneamente definito come “neutro”) spezza la rete di riconoscimento professionale “tra donne” e posiziona la donna come singolo individuo (maschile o di genere indefinito) nel gruppo di uomini riconosciuti per il ruolo.

Il punto 7, Una nuova narrativa, può essere realizzata con parole “nuove” non nel senso di neologismi, o costrutti linguistici estranei all’italiano come si è sviluppato nell’ultimo millennio, ma parole (o meglio declinazioni al femminile) che trovano ostacoli ad essere utilizzate. Una nuova narrativa consiste nel nominare le donne per quello che sono e far emergere nel discorso la loro presenza, che è più consolidata di quanto non appaia nel discorso condiviso. Consiste nell’interpellare esperte oltre che esperti ed evitare i mannels (“only men panels”), le commissioni di soli uomini invitati ad assegnare premi, discettare di cultura, disseminare le conoscenze.

Il punto 8, Migliore bilanciamento nei ruoli familiari, si costruisce proprio partendo dal prestigio dei ruoli che la narrazione culturale costruisce fin dai primi giorni di vita in casa, a scuola, nel gruppo delle/dei pari, oltre che nelle istituzioni. La definizione dei ruoli è espressa con le parole della lingua che, ricordiamo, è acquisita da ogni persona in condizioni normali già prima della nascita (da quando si sviluppa il senso dell’udito). Il linguaggio è il primo veicolo di acculturamento dentro e fuori la famiglia e si perfeziona nei primi quattro anni di vita. Durante l’infanzia, insieme alla lingua, si acquisisce ciò che è riconosciuto come positivo e negativo per il ruolo sociale che la comunità culturale assegna ad una data singola persona.

Il punto 9, Ripensare l’algoritmo, infine, attraverso il linguaggio come mezzo di raccolta dei dati si ricollega indissolubilmente al punto 1, Trasparenza dei dati. Per concludere, solo nominando le donne con nomi che facciano emergere la loro presenza (fattuale e auspicata) nei ruoli apicali possiamo raggiungere gli obiettivi formulati nelle 9 tesi.

3. IL LINGUAGGIO INCLUSIVO NON DEVE ESCLUDERE LE DONNE

In tempi recenti anche in Italia si è cominciato a riflette all’istanza di persone non binarie, cioè che non si riconoscono nella dualità dei generi, che non si sentono rappresentate né dal maschile né dal femminile. La proposta è di superare il binarismo di genere grammaticale per avere un unico genere umano indistinto (è importante non chiamarlo neutro, dato che il neutro nelle lingue indoeuropee è semanticamente associato a referenti inanimati e non è mai usato come genere inclusivo).

Diversamente dalla richiesta di uso regolare e sistematico del femminile che ho sostenuto fino a questo punto, l’eliminazione del binarismo di genere per i nomi animati sarebbe una forte innovazione linguistica, al pari del maschile utilizzato per le donne al fine di denotare il prestigio del ruolo. Il fatto che quest’ultimo sia una pratica invalsa nella cultura italiana mostra che una forte motivazione ideologica di igiene verbale, condivisa da una gran parte di parlanti, può effettivamente portare a mutamenti linguistici. Ma non credo che siano mutamenti a favore della corretta rappresentazione delle donne (binarie e non binarie).

Innanzitutto, va distinto l’uso di mezzi grafici di abbreviazione come l’asterisco in contesti scritti generici (es. car* collegh* per abbreviare quello che possiamo leggere come cari colleghi e care colleghe, o alternativamente come cara collega / caro collega a seconda di chi riceve la comunicazione) dall’uso dell’asterisco o dello schwa, (o scevà, il simbolo fonetico [ə] che rappresenta la vocale indistinta, v. Vocabolario Treccani online), o di una -u, per creare un terzo genere grammaticale indistinto. In altre parole, si propone di dire tuttə o tuttu invece di coordinare tutte e tutti.

L’abbreviazione è tradizionalmente ammessa, fin dalle iscrizioni latine, e permane nel linguaggio burocratico. A mio parere va incoraggiata sia nella creazione di forme abbreviate al femminile (ing.ra per ingegnera come sig.ra sta per signora), sia nella creazione di coordinazioni abbreviate come car* collegh* vista sopra.

Non sempre però riusciamo ad abbreviare con un asterisco. L’italiano ha moltissimi contrasti di genere che non risiedono nella vocale finale: ad es., gli articoli maschili il, i, gli non si differenziano dai femminili la, le per la vocale finale ma per tutta la parola. Se non possiamo abbreviare gli articoli in Le bambine e i bambini sono arrivati tutti, a cosa serve mettere un asterisco su arrivat* tutt*? E come si interpreterebbe (oltre che come si leggerebbe)?

Se leggo I bambini sono arrivati tutti e le bambine sono arrivate tutte, oltre a creare una frase pesante suggerisco che siano arrivati due gruppi mono-generi separati. Se leggo I bambini e le bambine sono arrivati e arrivate tutti e tutte creo una frase semplicemente agrammaticale. Il maschile plurale è innocuo se il genere misto è esplicito, come in questo caso. La presenza di bambine nel gruppo misto di maschi e femmine è chiara. Non dobbiamo aver timore di essere conservative nella lingua e rispettare la dualità di genere nel momento in cui vogliamo esprimerla.

C’è un altro problema nell’inserimento di nuove vocali per creare un genere misto, si tratta di vocali ə e u molto più simili al maschile che al femminile. Questo rafforzerebbe il maschile come genere non marcato inclusivo, oscurando completamente le donne e le persone LGBTQ+ che si riconoscono nel genere femminile.

Vorrei concludere ricordando che i cambiamenti linguistici sono possibili e legittimi, se sono accettati da un’ampia maggioranza di parlanti, proprio per la natura cognitiva e sociale del linguaggio. Durante tutta la nostra vita sociale e anche individuale (pensiamo nelle lingue che ci sono più familiari) siamo esposti all’uso frequente di alcune forme a discapito di altre. Questo dato di fatto può creare nuove strutture grammaticali, come l’incongruenza di genere o un nuovo genere inclusivo.

Oppure può creare un circolo virtuoso nell’attribuire prestigio alle forme femminili che possano adeguatamente rappresentare le donne nei ruoli in cui sono già ampiamente presenti e contribuire ad una narrazione equa e rispettosa delle donne che ancora rimangono sottorappresentate nel discorso culturale italiano.

BIBLIOGRAFIA

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Hodel, Lea; Formanovicz, Magdalena; Sczesny, Sabine; Valdrová, Jana;von Stockhousen, Lisa 2017. “Gender-fair language in job advertisements: A cross-linguistic and cross-cultural analysis. Journal of Cross-Cultural Psychology- DOI: 10.1177/0022022116688085

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Nardone, Chiara 2018. Lingua, genere e lavoro in Italia e in Germania: un'analisi comparativa su annunci di lavoro, sui corpora itWaC e deWaC e sulla stampa, [Dissertation thesis], Alma Mater Studiorum Università di Bologna. Dottorato di ricerca in Traduzione, interpretazione e interculturalità, 30 Ciclo. DOI: 10.6092/unibo/amsdottorato/8470.

FONTI WEB

Cavalli, Giovanna 2014. L’altra dama bionda. Quella sera con Claudio per parlare di politica Il Corriere della Sera 13/05/2014 https://www.corriere.it/cronache/14_maggio_13/altra-dama-bionda-quella-sera-claudio-parlare-politica-bf073f2e-da61-11e3-87dc-12e8f7025c68.shtml

Domeniconi Elio 2014. La tragicommedia di Scaiola. In Genova3000.it 13/05/2014. https://www.genova3000.it/notizie/1698-la-tragicommedia-di-scajola.html

Piselli, Elena 2005. Nuovo teatro e formazione dello spettatore, consultato in rete il 17/01/2021. https://www.teatridivita.it/materiali/formazione.pdf

Rodotà, M. Laura, 2011. Se il segretario CGL è donna. La questione irrisolta del femminile. Il Corriere della Sera. 8/02/2011. https://www.corriere.it/cronache/11_febbraio_08/rodota-segretario-cgil_a029c16c-339d-11e0-ae6d-00144f486ba6.shtml

Vocabolario Treccani online: medica2 https://www.treccani.it/vocabolario/medica2/; ministra https://www.treccani.it/vocabolario/ricerca/ministra/ ; scevà https://www.treccani.it/vocabolario/ricerca/sceva/ consultato il 15 gennaio 2021

 

Giuliana Giusti, professoressa ordinaria in Glottologia e Linguistica, Dipartimento di Studi Linguistici e Culturali Comparati, Università Ca’ Foscari, Venezia

ABSTRACT

What is the contribution of the use of language to gender equity in the Italian society? In this contribution I offer the perspective of the language sciences to reflect on the potentials that a gender-marked language such as Italian may offer for the advancement of gender equity; the qualms and oppositions against gender-fair language; and the new requests for gender-neutral Italian.

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Un percorso di ascolto realizzato in partnership con

Soroptimist International d’Italia Club di Torino, in occasione del 70mo anniversario dalla fondazione, ha delineato una strategia di azione che punta sulla cultura come risorsa per una trasformazione sociale responsabile: una risposta alle sfide dello scenario pandemico che sta generando nuove diseguaglianze e profonde ferite, a livello personale e dei sistemi sociali, compromettendo diritti.

 

Il Soroptimist è una associazione mondiale di donne di elevata qualificazione professionale, provenienti da diverse aree, al fine di favorire il dibattito interno e la circolazione di idee per agire efficacemente a favore di una società più giusta ed equa, attraverso azioni concrete per la promozione dei diritti umani, del potenziale femminile e dell’avanzamento della condizione delle donne, coniugando locale, nazionale e internazionale.

 

www.soroptimist.it/club/torino.it

 

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