È dal fallimento, dalla frantumazione e dall’impreparazione dei partiti, espressione del particolarismo che caratterizza da tempo la società italiana, che sta per nascere un governo di unità nazionale, tecnico, presieduto da Mario Draghi, considera Sergio Fabbrini dalle colonne del Sole 24 Ore. Un governo del Capo dello Stato che trova nelle sue parole la propria legittimazione e i propri obiettivi. Con un richiamo alla responsabilità, Mattarella ha ben chiarito il suo pensiero: un governo tecnico sottratto “a qualsiasi formula politica”, che affronti la tripla emergenza sanitaria, economica e sociale con questioni urgenti e indifferibili per l’Europa, come il logorio burocratico e la riforma della giustizia. Ma in realtà, dalle dichiarazioni dei politici usciti dalle consultazioni, la negoziazione delle poltrone vale più dei programmi.

Draghi è una scelta rassicurante, ma avrà un difficile compito. Gestire gli appetiti e temi divisivi. Dovrà avviare Next Generation Eu, sulla quale non ci può essere dissenso. Questa è la chance per il Paese di coniugare una importante politica di investimenti e di innovazione, di ogni sistema, coniugata al contrasto e all’abbattimento delle diseguaglianze.

Di certo non dirà di sì a scelte che avvelenano il futuro del Paese per timore di perdere potere…Dovrà far parlare gli atti di governo senza perdere tempo con la formula “lavorare per il capitale umano degli italiani”. Su questo la Cultura ha molto da dare. Con Ferruccio de Bortoli “ci piacerebbe fosse il preambolo programmatico del nuovo governo. Non solo per la doverosa attenzione ai giovani, alle donne, al loro lavoro e alla loro formazione, ma in generale per l’emergenza educativa. A tutte le età”. Per innalzare i livelli di apprendimento che sono tra i più bassi del mondo occidentale, con divari troppo ampi all’interno del Paese tra Nord e Sud, tra scuole della stessa area. Con una quota di popolazione con titolo terziario del 19,60%, contro il 33,2 della media europea. Con l’occupazione femminile in età da lavoro ferma al 46%, venti punti in meno di quella maschile e più bassa di qualsiasi paese europeo, un distacco con la media europea aumentato negli ultimi dieci anni. Le donne pagano il prezzo più elevato della crisi. E la sottoccupazione femminile è una voragine che costa all’Europa 260 mld l’anno, ossia mezzo Next Generation Eu.

Whatever it takes. Abbiamo sentito solo una volta, nel 2012, la sua famosa frase, che oggi risuona di attualità. E ci contiamo, nell’attenzione alla popolazione più fragile.

Il contributo di #letturelente alla prova senza appello del ridisegno delle politiche, parte proprio dall’alimentare consapevolezza. Da sei mesi ci siamo calate nel dibattito sulle diseguaglianze di genere aggravate dai diritti che lo scoglio pandemico minaccia. La Commissione Europea ha pubblicato le nuove linee guida per la stesura dei piani nazionali di Recovery e nei prossimi mesi aprirà il dialogo con i diversi paesi. La grande e ambiziosa novità è che ogni programma dovrà misurarsi, con piani di valutazioni definiti ex ante, con la parità di genere, tema da affrontare in ogni capitolo di investimento.

Il percorso di questi sei mesi sul tema della gender equality è sintetizzato nell’intervento di Flavia Barca - che da questo numero ha accettato di condividere come direttore ospite la conduzione delle pagine. La quantità e qualità dei contributi arrivati alla call lanciata ad agosto – che in questo numero vede la partecipazione di Fosca Nomis, Giuliani Giusti, Valeria Ferrero, Eva Frapiccini, e Barbara Berruti e Matteo D’Ambrosio del Polo del '900 – ci ha permesso di arricchire il ragionamento costruito in apertura. In particolare, la mappa degli interventi che era stata individuata a monte del percorso si è rafforzata, evidenziando con chiarezza un decalogo di obiettivi strategici indispensabili intorno ai quali costruire misure e politiche per contrastare le diseguaglianze di genere.

Da marzo si aprirà una seconda fase del progetto. Da una parte andremo ad approfondire alcune tematiche, di forte interesse e rilevanza, che necessitano ulteriori ragionamenti, tra le quali la sfida agli stereotipi di genere posta dall’Intelligenza artificiale e dai nuovi sistemi di codifica. Dall’altra apriremo un dibattito sulle misure, sugli interventi di policy collegati al decalogo che abbiamo proposto, nella consapevolezza che sia assolutamente necessario ed urgente, in questo momento storico, premere per accelerare il cambiamento, quindi trasformare le evidenze in obiettivi e gli obiettivi in misure e interventi volti a cambiare il sistema.

Se il Gender Equality Index, promosso da European Women on Boards mostra, oggi, un risultato per l’Italia positivo rispetto alla media europea, questo è anche dovuto alla battaglia condotta per incrementare la quota di donne all’interno dei CDA delle imprese quotate. È il momento di agire e di lanciare mille piccole e grandi battaglie così. Molte sono già in essere, come ci raccontano i contributi arrivati alla call. Ed il quadro internazionale e nazionale è in fermento: ci limiteremo a citare, tra tutti, l’importante contributo della rete “Half of it, donne per la salvezza” al disegno di alcune misure strategiche per la promozione della parità di genere, anche nella direzione di rendere il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ancora più trasparente e incisivo nel suo obiettivo di abbattere le diseguaglianze per rilanciare il Paese. Il Piano è la grande occasione di innestare un cambiamento di rotta mediante interventi concreti generatori di effetti a cascata. In particolare riteniamo che l’innesco prodotto dall’integrazione tra politiche culturali e politiche di genere possa davvero aprire un orizzonte completamente nuovo.

Questa riflessione si innesca in un numero segnato dalla tensione tra l’io e lo spazio circostante. L’urgenza, accelerata dalla pandemia, di costruire un nuovo umanesimo in cui l’essere umano torni al centro delle scelte e della policy (e della polis) con una individualità nuova, perché più equilibrata e curata e più in sintonia con la collettività e l’ambiente circostante. Come ci indicano Cesare Biasini Selvaggi e Valentino Catricalà nell’intervista di Federico Bomba sul recente volume “Arte e tecnologia del Terzo millennio”, si tratta di una “nuova idea di cambiamento dell’uomo legato più a un processo naturale, a una riconciliazione con tematiche ambientali ed ecologiche”.

La crisi ambientale, come risulta evidente nel potente contributo di Antonio De Rossi e Laura Mascino si riflette nella crisi del modello con cui gli spazi – le città, i territori –  sono stati disegnati: “le dinamiche di concentrazione e specializzazione ad esempio della sanità e del commercio, di estensione a dismisura del costruito all’intero territorio, del ritrarsi anche spaziale del welfare – tutti fenomeni guidati esclusivamente da razionalità economiche interne, indifferenti ai territori, e dall’estrazione di valori simbolici ed economici dai luoghi” hanno determinato “il venir meno di condizioni di urbanità e massa critica in termini di funzioni e condizioni di cittadinanza”. Non è quindi un caso che “le aree interne e montane sono state l’unico luogo del Paese – concettuale forse ancora prima che fisico – investito da un processo di creazione di nuovi valori simbolici e d’uso”.

Maurizio Carta ci ricorda che “non è la pandemia che ci impone di ripensare le città e reimmaginare l’urbanistica, essa è solo un acceleratore. Sono l’insostenibilità, la fragilità e l’ingiustizia del nostro modello di sviluppo predatorio che, da tempo, ci richiamavano alla responsabilità di progettare per rigenerare e non per consumare”. E questo emerge chiaramente dai progetti raccontati nel libro “Laboratori attivi di democrazia, tra pedagogia e architettura. Teorie e pratiche”, a cura di Beate Weyland e Terence Leone, recensito da Giancarlo Sciascia, in cui la cultura si evidenzia in tutta la sua potenza di agente trasformativo dei luoghi e delle persone.

In questa tensione, tra individuo e comunità, e ricerca di un nuovo equilibrio, la tecnologia ha - e sempre più avrà - un ruolo strategico. Biasini Selvaggi e Catricalà ci rammentano “come gli artisti che hanno usato la tecnologia abbiano, da una parte, più indirettamente sempre dato indizi, prefigurato futuri poi accaduti e stimolato lo stesso sistema economico dell’innovazione; dall’altra, più direttamente, inventato vere e proprie macchine visive che sono state in seguito immesse sul mercato, o promotrici di tecnologie future”. In questo senso il digitale e, più in generale, la tecnologia, sono un nuovo linguaggio in grado di esprimere creatività ed attivismo. Risulta evidente nel contributo degli artisti Oriana Persico e Salvatore Iaconesi che saranno ospiti nei prossimi numeri: intrecciando innovazione tecnologica e design sociale e speculativo, il cui scopo “non è tanto rendere una tecnologia più bella, colorata e attraente, facile da usare, efficiente o funzionale, quanto indagare la relazione che intercorre fra noi e la tecnologia in questione”, ci mostrano come il punto di arrivo sia la costruzione di un nuovo immaginario sociale. Perché il mestiere del designer e del progettista deve “saper avere a che fare con l’immaginazione sociale del futuro, aiutando comunità, aziende, istituzioni e persone a navigare tempi complessi e in continua trasformazione”.

La costruzione di questo futuro, come già anticipato e come emerge chiaramente dagli interventi al numero di febbraio di Letture Lente, ha come elementi propulsori la cura e la prossimità, cardini del ridisegno di un welfare generativo in cui la qualità dello spazio circostante si rispecchia nelle nuove opportunità per migliorare la vita delle persone, per rispondere ai loro bisogni e delle loro comunità. Ce la raccontano bene il caso di Casa Paganini a Genova, che sperimenta e progetta nel centro Dibris- dell’Università di Genova, percorsi di cura per sostenere le fragilità, lavorando sulla terza missione universitaria. Ricerca che si trasferisce. Interdisciplinarietà tra scienze sociali, umane, innovazione digitale e arte, in collaborazione con la sanità, per processi di riabilitazione che si focalizzino sulle potenzialità di ogni individuo. E ancora Anita Donna Bianco, quando rileva l’importanza delle “pratiche progettuali dell’umanizzazione, che spostano l’attenzione dall’approccio bio-medicale a quello bio-psicosociale per prendersi cura della persona su vari livelli, attraverso soluzioni innovative che mitighino la condizione di disadattamento che la malattia comporta”. Donna Bianco ripercorre l’esperienza di Spazi Neonati, percorso per “l’umanizzazione” degli spazi di relazione della terapia intensiva neonatale dell’Ospedale Sant’Anna di Torino, per offrirci una chiave interpretativa che vede la qualità dello spazio come parte fondamentale del processo di cura, in una visione, anche qui, profondamente ecosistemica del rapporto tra essere umano e ambiente, risorsa della quale abbiamo accresciuto la consapevolezza in periodo pandemico.

Il secondo elemento, fortemente connesso al primo, è la “prossimità non solo come vicinanza fisica, ma anche e soprattutto come legame di senso” ci segnala Simona Bodo. E l’intervista di Vittoria Azzarita a Ludovico Solima sul MANN ce lo conferma, laddove lo studioso identifica il radicamento territoriale come una delle grandi sfide per la vocazione dei musei nella contemporaneità. Il senso, il nuovo senso che cerchiamo di attribuire al futuro, si gioca sul legame, sulla relazione tra l’essere umano e l’altro da sé, tra individui e comunità, e tra comunità, senza dimenticare “la necessità di uno ‘sguardo lungo’ per capire se e come ovviare a una situazione di incertezza lavorativa strutturale ma migliorabile”, come ci ricordano Annalisa Cicerchia e Valentina Montalto. De Rossi e Mascino invitano a promuovere “nuove forme di interdipendenza e di mutua cooperazione e riconoscimento tra territori metropolitani e aree interne e montane, che concretamente significa un altro modo di gestire infrastrutture, servizi pubblici e collettivi, risorse, usi dello spazio. Praticando multifunzionalità e policentrismo al posto di concentrazione e specializzazione”.

I due orizzonti coincidono in questo doppio sguardo che emerge molto chiaramente dal numero, alto e nel contempo molto stretto e terreno, di coesione sociale in cui i bisogni del singolo si sposano con i bisogni della collettività. E coincidono in una visione fortemente trasformativa della cultura che è alla base del New European Bauhaus, il piano a supporto del Green Deal che, come ci racconta nel suo contributo Serena Pastorino “chiama a raccolta architetti, designer, artisti, scienziati per lavorare insieme alla creazione di un nuovo immaginario collettivo, e condiviso, capace di cambiare i termini dello sviluppo, in cui il benessere sia economico, sociale, ambientale”.

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