E’ una lettura inedita di Gabriele d’Annunzio quella che emerge da 'Studi su Gesù. Appunti, Taccuini, Parabole', a cura di Angelo Piero Cappello, dal 25 febbraio in libreria (Ianieri Edizioni, 168 pagine, 16 euro) che raccoglie le pagine di d’Annunzio sul tema cristologico: frammenti di scritture, parabole, articoli, appunti, taccuini vari, che nei progetti dannunziani avrebbero dovuto comporre una vita di Gesù, mai prima d’ora isolati e messi in fila secondo un criterio di continuità tematica e sviluppo cronologico. Si tratta di una lettura originale che restituisce un d'Annunzio che andrebbe approfondito e scandagliato molto di più di quanto sia stato fatto finora.

“L’idea di mettere in parallelo tutti gli scritti che d'Annunzio ha fatto sul tema cristologico, è quella di una lettura “tematica” che non era mai stata fatta prima - spiega ad AgCult Angelo Piero Cappello, curatore del volume e attuale direttore del Centro per il libro e la lettura del Ministero per i beni e le attività culturali e per il Turismo -. Da questa nuova analisi dei suoi scritti, emerge un d’Annunzio che finalmente sfugge ai soliti paradigmi pregiudiziali e infondati dell’esteta, del seduttore, del “venturiero” (come lui stesso ha voluto far credere contribuendo ad alimentare un'ampia leggenda di sé) o, peggio, del “protofascista”, come lo ha classificato buona parte della critica novecentesca, ma piuttosto un d'Annunzio che a livello intimo, di dialogo con se stesso, è alla ricerca di una verità profonda pur sapendo - da ateo qual è - che essa non esiste al di fuori dell’io”. 

Gli scritti di d’Annunzio presi in esame sottolineano come “il senso del divino fosse, per d’Annunzio, paradossalmente del tutto laico: un divino che è intuizione esclusiva e profonda di sé, specie quando tale intuizione nasca dal confronto con la dimensione fragilmente umana del Cristo”. Mettendo in fila tutti questi testi, per Cappello, si scopre che il divino che d'Annunzio individua in sé “sta tutto nell’ascensione dolorosa del Gòlgota privato e personale, fatto di duro lavoro di creazione e trasfigurazione del reale in ‘imaginifico’: e se per Cristo il “verbo” coincideva con la 'parola della salvezza', per d’Annunzio si tratta di puntare alla 'salvezza della parola', ovvero alla possibilità di eternare se stessi attraverso la creazione dell’opera d’arte. Un’etica curiosa, di segno rovesciato rispetto alla morale cristiana, alle soglie della blasfemia…”. 

Questo lavoro, pertanto, “consente una rilettura che in qualche modo aggiunge un profilo nuovo a d’Annunzio perché lo arricchisce di sfumature che fino ad oggi nel dettato corrente non gli venivano attribuite”. Se non si può parlare di un d’Annunzio inedito, perché il materiale su cui Cappello ha lavorato è per lo più già conosciuto, certamente si può parlare di una 'lettura inedita' di un personaggio che appare molto meno “stereotipabile” di quanto si pensi e di quanto lui stesso abbia voluto far credere costruendo nel tempo una mitologia di sé: “una mitologia - aggiunge ancora Cappello -, se vogliamo, del tutto superflua se si considera che il suo più autentico tesoro è invece tutto dentro gli archivi del Vittoriale, tra le sue carte edite e inedite, perché sono le sue opere che evidenziano lo straordinario valore letterario del genio e non le pose in maschera del suo personaggio. Sarebbero bastate quelle invece di costruire intorno a se stesso tutta una leggenda che appare oggettivamente eccessiva”. 

 

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