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Molti nuovi musei stanno aprendo. O stavano aprendo, prima della pandemia. E poi mostre, progetti, relazioni sospese: fotogrammi della vita dell’istituzione-museo in bilico nell’atto di farsi, senza certezza del futuro. Ma intanto si lavora, si riflette, si definisce la propria identità: come in mezzo alla pandemia le maternità degli ospedali sono affollate, così anche i musei continuano a mettere al mondo possibilità e visioni e, a giudicare dal recente volume The Future of the Museum. 28 Dialogues, lo fanno con meravigliosa generosità e freschezza.

Per questo le interviste realizzate nei mesi del lockdown da András Szántó, consulente museale di origine ungherese di stanza a New York, sono una lettura preziosa, che varrebbe la pena tradurre tempestivamente: perché fotografano con grande vastità di gittata (sia geografica che tematica) un mondo che coglie l’occasione di fermarsi a riflettere su sé stesso e di comunicare le proprie ambizioni, con una chiarezza (e un’affabilità) che forse in altri tempi non sarebbe scontata.

Ci sono due comuni denominatori, dietro a queste interviste: la pandemia da Covid-19 e da razzismo, per dirlo con le parole di Sandra Jackson-Dumont, direttrice e CEO del Lucas Museum di Los Angeles. Questo sfondo unificante costituisce un terreno di riflessione che avvicina i lembi di istituzioni fra loro lontanissime nell’identità e nella localizzazione, rendendo la lettura del volume un’esperienza di risonanza esponenziale, poiché ogni voce aggiunge un elemento alla precedente e ne amplifica l’eco.

Le interviste danno contro di una distribuzione di pesi su scala internazionale con orbite larghe e baricentri moltiplicati fra Africa (la Fondation Zinsou in Benin, il MACAAL di Marrakesh, il Palais de Lomé in Togo, il MOCAA di Cape Town) e America Latina (il Museo Moderno di Buenos Aires, il MASP di São Paulo, il MAMM di Medellín), e poi i vecchi e nuovi musei in Cina, Giappone, Hong-Kong, Singapore, Australia. Da queste istituzioni sembrano arrivare le suggestioni più interessanti, le visioni più originali e contemporanee.

Alcuni temi-chiave sono trasversali e ricorrenti: la pertinenza della definizione di museo suggerita da ICOM nel 2019, il ruolo del digitale e le sue potenzialità creative in tempi di pandemia, il concetto di giustizia sociale nella stagione del Black Lives Matter, il dis-apprendimento (unlearning) rispetto alle certezze costitutive del museo occidentale e coloniale, la questione della sostenibilità ambientale (lo standard del museo occidentale non va d’accordo con i climi tropicali: bisogna cercare altri modelli, come la tettoia di Cotonou in Benin….) e più in generale tutto ciò che attiene all’etica. Molto spazio è lasciato all’impatto sociale: importante, fra gli altri, il lavoro di Thomas Campbell al Fine Arts Museum di San Francisco rispetto alla complessificazione e alla stratificazione delle narrazioni, dalla scrittura delle didascalie alla definizione del public program, oppure la Friday couscous series promossa da Meriem Berrada al MACAAL di Marrakesh per il pubblico delle famiglie, e più in generale la riflessione sulla rappresentanza all’interno dello staff rispetto al genere e alla provenienza, nonché quella sui modelli di leadership. Alcune interviste danno conto di una serie di azioni concrete di supporto durante il lockdown: per esempio i pasti confezionati dal ristorante del Garage di Mosca, oppure l’erogazione di borse di studio per artisti a fondo perduto da parte dell’AGSA di Adelaide. E d’altra parte Obrist cita Sandberg che durante la seconda guerra mondiale aveva accolto allo Stedelijk Museum di Amsterdam i resistenti: bisogna rileggere la storia dei musei per riscoprire germi di attivismo.

Se alcuni termini-ombrello rischiano di suonare come buzzwords, le pagine più stimolanti sono quelle in cui le “buone idee” in circolo nel sistema venoso internazionale vengono declinate nella prassi; quelle in cui si dà conto della creatività individuale o di un dato contesto, dell’attenzione verso le risorse locali e della capacità di valorizzarle, dell’attitudine alla risoluzione dei problemi che va dalla dimensione evenemenziale a quella teoretica, dalla capacità di tenere insieme il livello della “macchina” con quello della visione strategica. Da questo punto di vista, il libro si legge come un viaggio appassionante (e anche consolatorio) nella creatività umana; un Ventimila leghe sotto i mari della fiducia nel potere della cultura e dell’invenzione di nuovi modi per esprimerlo. Un’esperienza di libertà.

Qualche esempio (ma ce ne sarebbero decine): il tema dell’apicoltura come pratica e come metafora al Palais de Lomé, il bootcamp per operatori culturali del continente africano promosso dal MACAAL di Marrakesh, i programmi per gli ex-militari del MAMM di Medellìn, la realtà aumentata come boîte en valise di Acute Art, la proiezione delle opere del museo di Tel Aviv sulle facciate degli edifici durante il lockdown, e moltissimi altri che fanno saltare sulla sedia mentre si scorrono le pagine (fatto raro, mi sembra).

Alcuni nodi tematici ricorrono da un’intervista all’altra, segnando strade di ricerca e di azione condivise: l’acquisizione e conservazione del digitale (un tema sollevato, fra gli altri, dal M+ Museum di Hong Kong), il superamento della tradizionale organizzazione in dipartimenti, spesso scaturito dall’urgenza della pandemia ma considerato un modello da preservare (il Museo Moderno di Buenos Aires, il Metropolitan Museum di New York), l’organizzazione delle mostre e delle attività per ambiti tematici di cadenza annuale e dunque lo “slow museum” (il MASP di São Paulo, i musei statali di Dresda, la Serpentine Gallery di Londra, Garage a Mosca), il museo come luogo di residenze e di produzione artistica (il MOCAA di Cape Town), l’intersezione “naturale” con le arti performative (i griots al Palais de Lomé, le canzoni ispirate alle mostre e trasmesse alla radio nazionale alla Fondation Zinsou), la promozione dell’incontro intergenerazionale (la Children’s Biennale degli SKM di Dresda in collaborazione con la National Gallery di Singapore); la ricerca di un’identità specifica, non locale, vista anche la competizione per il tempo libero dei visitatori nell’era del digitale (High Line, Peabody Essex Museum di Salem).

E poi, ancora, l’accento sulla rappresentazione di un presente complesso e la possibilità di incidere sul sociale: ecco dunque il racconto del presente (in forma di period room al Metropolitan Museum), la militanza per l’ambiente (la Serpentine Gallery, il Singapore Art Museum), la volontà di moltiplicare la propria agency (di nuovo la sede della Serpentine nel quartiere di Barking and Dagenham a Londra, i musei di Dresda in dialogo con istituzioni ghanesi, il lavoro sul territorio del Singapore Art Museum).

Tre interviste mi hanno colpito particolarmente. Anton Belov, direttore del Garage di Mosca, fra le mille intuizioni brillanti porta avanti una riflessione sullo spazio del museo: ciò che si estende fra un edificio e l’altro conta quanto le architetture stesse, poiché la piccola scala è la condizione per poter avere una vera esperienza di vita. Non un tempio né un forum, ma un monastero: un luogo di ricerca e studio, ma anche di riparo e cura, come espresso attraverso i sussidi erogati agli scrittori e agli artisti durante la pandemia. E un campus, disponibile a un moderno grand tour. L’istituzione diventa così agente e interlocutore, nelle parole di Belov una “controparte”, un “esperto dotato di un enorme database”: il bambino che la visita può immaginare una mostra realizzata a partire da alcuni oggetti delle collezioni, che verrà curata in collaborazione con gli esperti del museo e poi mostrata agli amici e ai familiari.

Sandra Jackson-Dumont, direttrice del Lucas Museum of Narrative Art di Los Angeles (già Chairman of Education del Met), colloca il tema dell’educazione in una prospettiva molto chiara: è da questo ambito che, fin dagli anni ’70, sono giunte alcune fra le intuizioni più dirompenti per l’istituzione museale; si tratta dunque di smentire il pregiudizio sulla dimensione ancillare dell’educazione e di riportarla al centro della programmazione.

Hans Olrich Obrist, direttore della Serpentine Gallery, parla di “umiltà” declinandola come la possibilità che i musei diventino piattaforme per nuove alleanze che in altri ambiti non potrebbero stringersi: è il caso delle Marathons, i “festival della conoscenza” promossi dalla Serpentine, e più in generale della concezione di sé come di un arcipelago, per citare Glissant, e non come un continente; dunque un organismo non gerarchico, in cui le idee e le culture fluiscono, autodeterminandosi.

Nessun museo italiano è stato coinvolto (ma due curatrici italiane, entrambe donne: Cecilia Alemani, Chief Curator della High Line di New York, e Tania Coen-Uzzielli, direttrice del Tel Aviv Museum of Art): non ci stupiamo, piuttosto studiamo e facciamo studiare questi modelli; frequentiamo questa apertura alare, senza complessi né provincialismi. Come ha detto Sandra Jackson-Dumont in una delle interviste più intense del volume, “i musei sono importanti per la società perché lì si possono sperimentare il mondano e il trascendente in stretta prossimità”. È un tempo opportuno per occuparsi di musei.

 

Anna Chiara Cimoli è una storica dell’arte e museologa. Si occupa di progetti di co-curatela e di partecipazione ai processi culturali. E' ricercatrice in Storia dell'Arte Contemporanea all'Università degli Studi di Bergamo.

ABSTRACT

The future of museums, in dramatic times like the ones we are living in, is an open field; imagining it, one year after the first lockdown, might seem like an exercise in style. The voices of the 28 museum directors interviewed by the author, however, perform an exercise of great concreteness, as is the case with those who manage cultural institutions, taking care of their consistency with a complex system of values, today more than ever under scrutiny. Issues such as sustainability, environmental impact, social justice, participation etc. run from page to page, from Singapore to Brazil, from the UK to China, from Benin to Hong Kong. A varied yet harmonious mosaic emerges. It traces pragmatic work paths, often supported by a strong visionary nature. Definitely a book to recommend for this season, envisioning the future ones.

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