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Il sistema dei lavoratori e delle lavoratrici dell’arte contemporanea, nella sua pulviscolare costituzione, versa in condizioni di estrema difficoltà. L’emergenza Covid-19 ha scoperchiato il vaso di Pandora, mettendo in luce fragilità strutturali del settore.

Artisti, artiste, curatori, curatrici, operatori e operatrici culturali dai regimi fiscali più diversi vedono le loro già precarie condizioni professionali sull’orlo del collasso: sono collaboratori occasionali, codici ATECO Altre creazioni artistiche e letterarie, lavoratori ombra che progettano e realizzano mostre, pubblicazioni, festival, performance, concerti, convegni, scrivono d’arte, a volte associati in organizzazioni culturali indipendenti, costellazioni fragili in diaspora. Un universo puntiforme di intelligenze, generatore di forme e di forze, di soggetti finora poco avvezzi all’aggregazione sindacale, prestatori di lavoro intellettuale quasi mai riconosciuto, soprattutto in Italia. In questo momento di emergenza, in molti hanno deciso di recuperare il tempo perduto, organizzandosi fra pari, cercando di tracciare proposte per la gestione di questo periodo di crisi economica e sociale.

Lo scorso dicembre, l’associazione culturale Impasse ha offerto una nuova occasione di aggiornamento e dibattito tra i lavoratori dell'arte con il convegno Who’s Art For? #2 Nuovi modelli organizzativi contro il precariato culturale. Il convegno è parte della programmazione di R-set / Tools for cultural workers, il progetto di Impasse dedicato all’approfondimento e al pubblico confronto sulle condizioni materiali del lavoro culturale.

L'iniziativa, sostenuta dalla Direzione generale Educazione, Ricerca e Istituti Culturali – Servizio II “Istituti culturali” del MiBACT e dalla Fondazione Santagata per l'Economia della Cultura, si è tenuta online in forma di webinar, con l'obiettivo di scattare un'istantanea dei movimenti e degli studi che hanno contribuito a sviluppare una nuova consapevolezza sul tema, sollevatasi a partire dall'effetto dirompente dell'emergenza pandemica in corso sull'economia delle organizzazioni artistiche e culturali.

Il confronto è scaturito a partire da Who’s Art For? Art Workers against exploitation, la pubblicazione realizzata nel 2019 grazie al sostegno di Rete al Femminile, Fondazione CRT +Risorse e degli oltre cento sostenitori uniti dalla campagna di crowdfunding su Eppela. Il volume, edito da postmediabooks, presentato in collaborazione con il Dipartimento Educazione del Castello di Rivoli, ha promosso attraverso la call for papers e i contributi selezionati la partecipazione democratica e l'inclusione di categorie vulnerabili all’interno dei processi e dei progetti artistici, con particolare attenzione alle forme di sostentamento, conciliazione e visibilità per le artiste all'interno della scena artistica internazionale, passando per la psicologia dello sfruttamento e per il femminismo applicato alla gestione delle organizzazioni.

La nuova tappa, prendendo le mosse dalla precedente, ha analizzato il tema del precariato artistico e culturale nell'ambito dell'attuale contesto geopolitico, valorizzando l'innovazione di alcuni modelli gestionali e organizzativi rispetto alla cornice sociale, economica e legislativa in cui si inseriscono.

Ora che la precarietà permea qualunque aspetto della vita collettiva, quali modelli alternativi l'arte e più in generale la cultura hanno da offrire? In che modo possono farsi portatrici di un approccio solidale e collaborativo, che parta dal proprio ecosistema per influenzare altri ambiti della società civile?

Gli interventi hanno proposto approfondimenti da punti di vista e approcci complementari. Partendo da un'analisi di contesto e dall'indagine sulle premesse antropologiche e politiche del fenomeno del precariato, il tema è stato poi calato nel racconto di pratiche di innovazione culturale e attivismo, per ricollocarsi in una cornice di più ampio respiro europeo.

In particolare Paola Borrione, Presidente e Head of Research della Fondazione Santagata per l'Economia della Cultura, presentando i primi risultati dell'indagine sulle carriere artistiche emergenti e la produzione culturale indipendente in Italia, realizzata in collaborazione GAI (Giovani Artisti Italiani), ha evidenziato quanto il contesto culturale sia sempre più caratterizzato da elevati livelli di flessibilità e precarizzazione occupazionale. L’occupazione a lungo termine nel campo delle arti e della produzione culturale è stata sostituita da sistemi di lavoro a progetto e di breve termine, così che gran parte del rischio di impresa è stato trasferito direttamente sulla forza lavoro. A livello internazionale non mancano gli studi sul tema, che si sono principalmente focalizzati sul contesto americano o anglosassone. Nel caso italiano, tranne alcuni studi limitati a determinati contesti o iniziative maggiormente operative, manca ancora una comprensione sistematica e approfondita delle caratteristiche del fenomeno su scala nazionale. L’indagine, che verrà presentata ufficialmente entro febbraio 2021, mira a dare un primo contributo di analisi, con l’obiettivo di studiare a livello nazionale le scene artistiche emergenti e la produzione culturale indipendente attraverso tre principali dimensioni analitiche: i percorsi di formazione artistica, le trasformazioni nelle carriere delle professioni artistiche e culturali, i centri culturali indipendenti come nuovi modelli organizzativi e di produzione culturale e artistica. Una delle suggestioni consegnate al tavolo, ad esempio, è la ridefinizione dei termini di questa “indipendenza”, iniziando a considerare maggiormente le occasioni offerte dal mercato culturale e le possibilità di contaminazione con altre pratiche.

Un quadro sintetico sulla situazione occupazionale in ambito culturale in Europa è stato offerto da Valentina Montalto, policy analyst del Joint Research Centre (JRC) della Commissione europea.

L’impossibilità di ospitare pubblico in presenza ha minato la sostenibilità economica di gran parte delle organizzazioni che operano nei settori creativi e culturali. Sebbene i dati non siano ancora disponibili, è possibile tracciare una panoramica della possibile portata della pandemia sull’occupazione culturale a livello europeo in base all’evidenza pre-Covid. I dati Eurostat 2019 confermano infatti che la quota di lavoratori autonomi tra i lavoratori della cultura rimane stabile al 32%, ossia più del doppio della quota di autonomi presente nell’occupazione totale (14%). Si tratta di lavoratori che non godono delle garanzie e tutele tipiche del lavoro dipendente come la cassa integrazione o l’indennità di disoccupazione. Uno dei pochi effetti benefici di questa pandemia potrebbe risultare in un’accelerazione allo sviluppo delle normative e nel ripensamento delle agevolazioni fiscali per categorie che restituiscono sovente il proprio impegno a vantaggio dello sviluppo delle comunità.

A proposito del lavoro artistico e del suo riconoscimento, Vincenzo Estremo, Ph.D. e docente di Curatela e Fenomenologia presso la NABA (Nuova Accademia di Belle Arti) di Milano, ha tracciato un parallelo tra le campagne identitarie lanciate dalla scena artistica oltreoceano e i temi del lavoro in Italia. Se in occasione della Whitney Biennial del 2019 si era dibattuto sul riconoscimento e l’inclusione delle espressioni di minoranze di genere, etniche, religiose, in Italia si è ancora in lotta per il riconoscimento stesso della professione di artista e del lavoro artistico. Un riconoscimento che sempre più spesso passa per l’e-reputation, ovvero la reputazione online, e che si basa su principi escludenti e determinati dal successo personale. Qualcosa che riprendendo logiche del lavoro digitale o di altre categorie lavorative tradizionalmente più deboli, si innesta tra le pieghe della disintermediazione professionale del settore. La reputazione diviene così uno strumento di referenza, svolgendo funzioni di governo e contribuendo a sua volta a condizionare atteggiamenti di autogoverno e autosfruttamento. La propria immagine si fa corpo sociale a disposizione di ogni tipo di ranking, uno strumento economico senza adeguata consapevolezza su chi detiene tali meccanismi di potere.

Un certo tipo di “conflitti normativi” con le istituzioni, ma di tutt’altra natura, caratterizzano quelli che Marilù Manta, project manager di cheFare, ha indicato come i nuovi centri culturali, veri e propri “hotspot”, spazi di confronto ibridi che abilitano nuove forme e pratiche culturali e si relazionano con il territorio di riferimento sperimentando, in alcuni casi, nuove forme di collaborazione e innovazione. Negli ultimi dodici anni il settore della cultura ha subito notevoli trasformazioni e assistito all'emersione di nuovi tentativi di far fronte alla crisi economica, nelle città, come nelle periferie e nelle aree interne sviluppando modelli di gestione alternativi. Dopo aver lanciato un anno fa la prima Call to Action per mappare e tracciare questi centri in tutta Italia, con il festival laGuida, cheFare ha prodotto un primo tentativo di vestire di nuove sfumature il significato della parola partecipazione, individuata come primo trait d’union di tutte le progettualità prese in esame. Ne consegue un nuovo modello in cui la pratica artistica si accompagna per lo più ad una prevalente vocazione civica, volta anche all’offerta di servizi destinati alla collettività (cucine, sartorie e forni sociali, assistenza alle fragilità, fablab, orti urbani, ecc.), in una commistione tra profit e non profit che dà luogo ad interessanti sperimentazioni di funding mix.

In questo contesto, un’attenzione particolare è stata dedicata all’analisi dell’Obiettivo 8 dell’Agenda 2030, Lavoro dignitoso e crescita economica, dedicato a incentivare una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, un’occupazione piena e produttiva e un lavoro dignitoso per tutte e tutti. II decent work, tradotto in italiano più frequentemente come lavoro dignitoso, secondo la definizione dell’ILO - International Labour Organization “riassume le aspirazioni delle persone nella loro vita lavorativa”, dando rilevanza alle forti connessioni tra lavoro e spazio sociale, relazionale, psicologico e simbolico. Daniela Rosas e Gloria Ferrero, life designers e fondatrici del progetto IF Life Design, sottolineano come tutte e tutti dovrebbero avere l’opportunità di esprimersi e trovare, attraverso il lavoro, uno spazio di riconoscimento, di scopo e di realizzazione, anche in ambito artistico e culturale. L’Agenda 2030 si configura quale prezioso strumento per ragionare sistematicamente e progettare una carriera artistica innovativa e sostenibile, a partire dai principi fondanti del lavoro dignitoso: dignità, uguaglianza, reddito equo e condizioni di lavoro sicure.

Elena Magini, storica dell’arte e curatrice, ha proposto un excursus sull'operato e la mission del Forum dell'arte contemporanea italiana, organizzazione informale nata a Prato nel 2015, dando conto delle conclusioni raggiunte dall’edizione 2020 del Forum "Chiamata alle arti”. Attraverso i lavori di sei tavoli tematici, nel corso dell’ultima edizione online sono state individuate diverse linee di azione, a breve e a medio termine: dalle modifiche già operate in seno all'Italian Council (nella direzione di un allargamento delle sue funzioni, dell’espansione del concetto di opera e di pratica, del sostegno allo sviluppo formativo) alle suggestioni per la definizione di un New Deal culturale. Il Forum ha promosso nelle sue edizioni una visione dell’arte come strumento di cambiamento di paradigmi culturali e sociali, attraverso un processo di coinvolgimento collettivo e a partire da un ripensamento dello stesso sistema dell’arte in Italia, riflettendo quest’anno anche sull’eventualità di superare le natura informale dell’organizzazione per consolidare le possibilità di incidere sulla scrittura delle politiche artistiche e culturali del nostro paese.

L’analisi di contesti di aggregazione, riflessione e pratica condivisa è proseguita con il contributo di Paolo Mele, direttore di Ramdom, un’associazione di produzione culturale e artistica con sede a Gagliano del Capo, in provincia di Lecce, fondata nel 2011. Le sue riflessioni si concentrano sulla rilevazione dell’urgenza, per le organizzazioni artistiche indipendenti, di avviare un dialogo produttivo e duraturo, attivando forme di collaborazioni meno estemporanee. Solo attraverso la costruzione di reti stabili è possibile resistere alle dinamiche di gentrificazione del settore dell’arte e sviluppare progettualità territoriali in grado di sopravvivere all’onda d’urto dei soggetti più strutturati e storicizzati, in un paese in cui non esistono programmi di supporto strutturali per artisti e per organizzazioni artistiche. Dall’estrema periferia a sud est dell’Italia, l’invito che Ramdom rivolge alle organizzazioni artistiche, avendo fondato sull’estremo la sua ragion d’essere e una parte della sua progettualità, è quello di osare, di non aver paura di essere estreme.

I lavori si concludono con l’analisi delle attività e degli obiettivi di un’organizzazione di recente costituzione, l’associazione AWI - Art Workers Italia, rappresentata da Lucrezia Calabrò Visconti (curatrice) ed Elena Mazzi (artista). AWI - Art Workers Italia è un’organizzazione autonoma e apartitica nata con l’obiettivo di dare voce alle lavoratrici e ai lavoratori che operano nell'ambito dell’arte contemporanea in Italia. Formatasi nel marzo 2020 in risposta alla crisi dovuta alla pandemia di Covid-19, AWI è oggi un’associazione che collabora con esperte ed esperti del settore legale, fiscale e amministrativo, enti di ricerca e università, policy-makers e istituzioni dell’arte e della cultura per elaborare strumenti di tipo contrattuale, giuridico, fiscale, etico e politico a tutela degli art workers. L’intervento ha inteso sollevare il dibattito sulle strategie da mettere in campo per ottenere pieno riconoscimento delle professioni dell’arte contemporanea, la regolamentazione dei rapporti di lavoro, la redistribuzione delle risorse e la riforma delle logiche dell’intero settore.

L’impegno dell’associazione Impasse, in collaborazione con la Fondazione Santagata per l’Economia della Cultura, è quello di lavorare per la messa a frutto delle sinergie emerse fra le organizzazioni coinvolte in occasione del ciclo di incontri Who’s Art For? e per il consolidamento di un appuntamento annuale di riflessione e analisi dei movimenti e degli studi che contribuiscono a sviluppare consapevolezza e azioni sul tema. A partire dalla pubblicazione, prevista per la prossima primavera, di un e-book che raccolga le riflessioni emerse in occasione del webinar Who’s Art For? #2 Nuovi modelli organizzativi contro il precariato culturale, in collaborazione con AgCult.
 

Nicoletta Daldanise (Napoli 1980, vive e lavora a Torino) è curatrice d'arte con una particolare attenzione per le pratiche sociali. La sua indagine si rivolge ai contesti urbani e alla ricerca d'identità da parte delle comunità temporanee o in trasformazione, attraverso progetti collaborativi, ricerche partecipate e scrittura. www.nicolettadaldanise.com

Irene Pittatore (Torino, 1979) è artista e giornalista pubblicista. La sua ricerca, di natura fotografica, performativa e relazionale, indaga le complesse relazioni tra arte, genere, economia e sfera pubblica. Sviluppa progetti artistici dalla forte natura partecipativa per università, musei, imprese, servizi socio-sanitari, riviste e pubblicazioni in un percorso che intende l’arte come agente di emancipazione, cura e individuazione. www.irenepittatore.it   
 

Impasse è un’associazione culturale che dal 2015 opera per includere nuovi attori nei processi e nei contesti di produzione dell’arte contemporanea, coinvolgendo enti formativi, organizzazioni impegnate nell’inclusione sociale e studiosi di campi disciplinari diversi (scienze politiche e sociali, studi di genere, economia, studi urbani). Opera per la tutela del lavoro artistico e culturale (R-set. Tools for cultural workers) e per la promozione della sua dimensione pubblica e sociale. È parte della piattaforma The Independent, il progetto di ricerca del MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo (Roma), dedicato al pensiero e alla pratica indipendenti. www.associazioneimpasse.org / www.r-set.it
 

Fondazione Santagata per l’Economia della Cultura è stata costituita nel 2018 su impulso del Centro Studi Silvia Santagata-EBLA. La Fondazione raccoglie le esperienze e le competenze del Centro Studi e si propone di proseguire l’attività di studio iniziata da Walter Santagata, pioniere internazionale nel campo dell’Economia della Cultura. Le aree di lavoro della Fondazione, attiva su progetti di ricerca, valutazione e trasferimento delle conoscenze, riguardano i modelli per la gestione del patrimonio culturale, con particolare riferimento allo sviluppo economico dei territori e ai programmi UNESCO, e la produzione di cultura e innovazione culturale. www.fondazionesantagata.it

ABSTRACT

The system of contemporary art workers, with its fragmented nature, is in conditions of extreme difficulty. The Covid-19 emergency has opened the Pandora's box, highlighting the structural fragility of the sector. Last December, the Impasse cultural association offered a new opportunity to discuss about these issues during the conference “Who's Art For? # 2. New organizational models against job insecurity in the cultural sectors”. The conference is part of the program R-set / Tools for cultural workers, the Impasse project dedicated to public discussion on the material conditions of cultural workers.

 

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