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Le imprese pubbliche sono un asset centrale del nostro Paese, producono circa la metà dell’intero fatturato del totale di quelle quotate in borsa, sono presenti nei settori tecnologicamente più all’avanguardia e contano quasi mezzo milione di dipendenti. Si tratta di soggetti in grado di contribuire ad accrescere in maniera sostanziale la competitività del Paese, perché possono imprimere un’accelerazione al cambiamento tecnologico, realizzando quelle innovazioni che il capitale privato, più attento ai profitti di breve termine, non ha interesse a perseguire. Secondo il Forum Diseguaglianze e Diversità queste imprese possono rappresentare uno strumento formidabile per il perseguimento degli interessi generali, in una fase che richiede un intervento deciso per contrastare le crescenti disuguaglianze economiche, territoriali e sociali, per gestire le sfide del cambiamento climatico ed affrontare la difficile eredità della pandemia. Questo, però, può avvenire solo a patto di saper utilizzare questo patrimonio assegnando loro nuove missioni strategiche verso obiettivi di medio-lungo termine.

Alcuni fattori, non strettamente economici, sembrano giocare un ruolo nella crescita delle diseguaglianze. La diffusione della digitalizzazione acuisce, e non riduce, le asimmetrie di accesso alle informazioni, lo smarrimento del senso di comunità, il senso di marginalità, la solitudine e l’insicurezza e la paura che sembrano avvolgere interi settori della società. Si pone quindi urgente la necessità di ripensare e rilanciare il ruolo che proprio sui questi temi è assegnato al servizio pubblico radiotelevisivo, perché possa rivedere la sua missione in vista di queste nuove sfide.

Una riflessione che è al centro del volume “Coesione Sociale. La sfida del servizio pubblico radiotelevisivo e multimediale”, uscito a cura dell’Ufficio Studi Rai per RAI libri alla fine dell’anno scorso. Il testo, curato da Flavia Barca, è frutto del lavoro congiunto di un tavolo tecnico al quale hanno preso parte Antonia Carparelli, economista delle Rappresentanza in Italia della Commissione Europea, l’ISTAT, e il Center for Conflict and Partecipation Studies del Dipartimento di Scienze politiche dell’Università LUISS “Guido Carli”.

Il volume contiene una proposta strutturata che individua nella coesione sociale, nei termini in cui si è andata configurando questa espressione nell’agenda politica europea e italiana, la missione strategica per il servizio radiotelevisivo e multimediale che persegue il bene comune.

COME CAMBIA LA CONCEZIONE DI SERVIZIO PUBBLICO RADIOTELEVISIVO IN ITALIA

Nel corso della storia della RAI dal dopoguerra ad oggi la concezione di servizio pubblico si è evoluta col cambiare del Paese, del quadro normativo e delle innovazioni tecnologiche.

Le tappe della trasformazione da una concezione di servizio pubblico radiotelevisivo passata dall’“informare, educare, intrattenere”, il distillato della missione definito dalla BBC, ricordato nella prefazione del volume da Fabrizio Salini, a quello di presidio di Coesione sociale, viene tratteggiata nel volume dal direttore dell’Ufficio studi della Rai, Andrea Montanari.

Ci è utile a questo proposito il pensiero di Angelo Guglielmi, direttore di Raitre tra il 1987 e il 1994. “La Rai di Ettore Bernabei era una Rai educativa, e allora l’intento era anche pregevole. Come si diceva: bisognava far scendere gli italiani dagli alberi. Nel 1955, quando fu inaugurato il servizio pubblico televisivo, l’Italia contava infatti un 55 per cento di analfabeti. Molte persone hanno appreso dai documentari l’esistenza dei deserti o dei grattacieli; guardando la tv hanno capito chi fossero Stendhal o Dostoevskij. E Shakespeare, grazie al teatro in tv del venerdì. Certo, quella tv usava un linguaggio magari sporco e brutto, ma permetteva agli italiani di intendersi da nord a sud.” Poi con la fine del monopolio pubblico, fu proprio la nuova Raitre a promuovere una nuova concezione di servizio pubblico, nella quale il concetto di educazione prese via via i connotati di quella capability, che proprio all’inizio degli anni ottanta, Amartya Sen proponeva come chiave per aumentare la capacità delle persone di prendere le decisioni giuste, in direzione di un maggiore benessere individuale e collettivo. Un passaggio importante, secondo Guglielmi fu la trasmissione in diretta della chiusura del maxiprocesso alla mafia. “La tv fino ad allora aveva spesso cercato di nascondere una realtà che non conveniva mostrare. A noi venne in mente di fare una tv che mettesse in primo piano e a confronto la realtà del paese. Mi tornò in mente una frase di Pierpaolo Pasolini, che io peraltro non amavo molto: sono stanco di parlare della realtà con le parole, voglio parlarne con la realtà. Quella frase mi rincuorò. Non c’era nulla se non la realtà del paese. La mettemmo lì, in diretta, e decidemmo di indagarla in tutti i suoi aspetti, anche i più trucidi” [1].

Racconta Stefano Munafò, uno degli animatori di quella stagione di Raitre “Volevamo una Rai più aperta al pluralismo della società italiana. E una programmazione televisiva capace di intrecciare gli ovvii obiettivi di popolarità con la ricerca di germi e di significati culturali. In seguito avremmo imparato che la cultura non consiste solo nei contenuti, ma nello stile dei linguaggi. Intanto, all’interno della Associazione dei Programmisti, si parlava di tutto. E c’era anche chi proponeva, sulla scia delle polemiche esterne sull’industria culturale, di battersi contemporaneamente contro la televisione dell’élite e contro la televisione di massa. Alla ricerca di una sintesi dei tratti positivi dell’una e dell’altra” [2].

Oggi, in un quadro profondamente cambiato dall’emergere di un nuovo ecosistema multimediale, caratterizzato dalla crescita esponenziale della tv on demand - che, se da un lato permette una maggiore possibilità di scelta, dall’altro destruttura palinsesti, linee editoriali, e isola la fruizione con l’effetto, come detto, di accrescere l’isolamento dei singoli -, si pone il tema di dotarsi di nuovi strumenti per adempiere alla missione educativa e informativa che, nel corso degli anni, è rimasta alla base della condivisa necessità dell’esistenza di un servizio pubblico anche in ambito radiotelevisivo.

La coesione sociale, incardinata nelle politiche europee a partire dal trattato di Maastricht dal 1992, nata per fare da contrappeso all’erosione delle comunità dovuta agli effetti destrutturanti e destabilizzanti dell’apertura dei mercati, si è via via emancipata da questa sua iniziale impostazione “compensativa”, fino a diventare elemento costitutivo del progetto di cittadinanza europeo.

La coesione, come ben delinea il volume, offre una ricca strumentazione utile per la riduzione delle diseguaglianze, e nello specifico per dare nuova linfa al concetto di servizio pubblico in ambito radiotelevisivo e multimediale, permettendo di cambiare nella continuità, per porre rimedio all’ansietà e incertezza che provoca negli individui, soprattutto i più deboli, permettendogli di sentirsi connessi e parte di una comunità.

LE ESPERIENZE INTERNAZIONALI

Eppure appare evidente che la strada da percorrere per arrivare a questo obiettivo è ancora parzialmente da delineare. Molti sono i temi che rimangono aperti, e una gran parte dello studio è dedicata all’analisi di come gli altri servizi pubblici radiotelevisivi e transmediali europei incorporino, nelle loro mission, l’obiettivo della coesione sociale, e si attrezzino per affrontare le sfide che questo approccio pone. È forse la parte più ricca del testo, resa leggibile da quadri riassuntivi per ciascuno dei paesi presi in considerazione, la Francia, i Paesi Bassi, il Regno Unito, la Germania, la Spagna, oltre che le esperienze transnazionali come il canale Arte e l’esperienza di altri paesi extraeuropei.

Il volume ci offre un caleidoscopio delle soluzioni adottate, a secondo dei contesti nazionali, per rispondere ai problemi che si pongono sul come raggiungere i segmenti più lontani della popolazione e le diverse componenti della società, in che forme promuovere la tutela e l’inclusione, su quali strategie sono messe in campo per rafforzare le competenze dei cittadini.

Due sono le questioni che rimangono dirimenti per vincere questa sfida.

La prima riguarda il come promuovere il protagonismo dei cittadini, sul come renderli più informati e consapevoli di fronte ai mutamenti in atto. Per restituire la complessità di una società in continuo mutamento, bisogna che i servizi pubblici investano in conoscenza, e lì dove non esistono, si dotino di strutture dedicate a raccogliere e finalizzare le informazioni a questo obiettivo. Solo in questa maniera i servizi pubblici potranno passare da essere un semplice luogo di erogazione di servizi in direzione di beneficiari passivi, ad un laboratorio di cittadinanza, nel quale il singolo viene coinvolto e responsabilizzato nella costruzione della dimensione comunitaria auspicata dalle politiche di coesione.

La seconda sfida è come il servizio pubblico radiotelevisivo possa contribuire a costruire quello che è forse il gradiente essenziale della coesione sociale, la fiducia, perché, come si legge nello studio “da essa dipende il senso di appartenenza e la volontà di restarne parte. Si tratta anzitutto della fiducia nel buon funzionamento della comunità nel suo insieme, nelle sue istituzioni, nei suoi valori fondanti, nella capacità di far valere criteri di giustizia, e di evolvere secondo principi di giustizia”.

IL RUOLO CENTRALE DELLA MISURAZIONE DEGLI EFFETTI

Uno dei perni sul quale sono costruite le politiche europee, e che è stato all’origine di un profondo mutamento nel fare amministrazione nel nostro Paese a partire dagli anni ‘90 del secolo scorso è quello della misurazione, del monitoraggio e della valutazione delle scelte di policy. La valutazione, in assenza di una riflessione sugli effetti che le scelte hanno non solo sulle performance di efficienza, ma anche sui mutamenti di interesse generale e nella vita del Paese che si vogliono raggiungere, rischia di divenire un’arma a doppio taglio. L’esperienza ha insegnato che la cultura del risultato per il risultato, spesso esemplificata dalla formula costi /benefici, produce distorsioni evidenti nel raggiungimento degli stessi. In ambito radiotelevisivo, ad esempio, guardare solo alle cifre di ascolto come metro di giudizio esclusivo per valutare le scelte produce una omologazione dei contenuti e favorisce i meccanismi che sono secondo molti all’origine della crescita delle diseguaglianze. Nelle politiche di coesione gli obiettivi sono frutto di un dialogo continuo fra bisogni, desideri e politiche, e la missione di un servizio pubblico deve essere in qualche misura condivisa fra fruitore ed erogatore del servizio.

Il volume dedica uno dei suoi capitoli più densi alle principali iniziative di misurazione che ci possono permettere di identificare più correttamente il raggiungimento degli obiettivi di benessere, di sostenibilità, di equità e coesione sociale che si stanno affermando in campo nazionale ed internazionale, come il BES (Benessere equo e sostenibile) e l’Agenda 2030 delle Nazione Unite, che si avviano a diventare punti di riferimento globale per le aziende portatrici di interesse pubblico. A questo proposito, lo studio offre un toolkit articolato e completo di indicatori immediatamente applicabile per la verifica di quanto codificato nel Contratto Nazionale di servizio fra Rai e Stato italiano, che definisce ogni cinque anni, l’orizzonte della coesione sociale nel quale devono convergere aspirazioni, valori e azione concreta alla loro realizzazione, e in adempimento dell’art. 3 della Costituzione italiana, che affida alla Repubblica il compito di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione  di tutti i lavoratori all’organizzazione politica economica e sociale del Paese”.

NOTE E RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

[1] La Rai di chi l'ha fatta e non la guarda più, intervista di Marianna Rizzini ad Angelo Guglielmi per Il Foglio, 29 giugno 2020. https://www.ilfoglio.it/televisione/2020/06/29/news/la-rai-di-chi-lha-fatta-e-non-la-guarda-piu-321552/

[2] Il ''mio'' ricordo di Giovanni Tantillo, di Stefano Munafò, Articolo 21: http://archivio.articolo21.org/1077/editoriale/il-mio-ricordo-di-giovanni-tantillo.html

ABSTRACT

Some non-economic factors seem to play a relevant role in the increase of inequalities. For example, the spread of digitization exacerbates - and does not reduce - the uneven access to information, the loss of the sense of community, loneliness, insecurity and fear that permeate many sectors of society. In this scenario it is crucial to rethink and relaunch the role of the public broadcasting in order to reshape its mission for facing these new challenges. This issue is the focus of the volume “Social Cohesion. The challenge of multimedia and radio-television public service”, edited by Ufficio Studi Rai. The book represents a collective work and provides a concrete proposal that highlights the centrality of social cohesion as the strategic mission of the public service broadcasting towards the common good.

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