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Nelle ultime settimane, ai dati noti relativi alla riduzione di oltre il 50% di fatturato per il settore culturale, si è aggiunto un altro dato inquietante. Solo a dicembre, infatti, sono stati persi 101mila posti di lavoro e, tra questi, 99mila sono donne. Come ci ha ricordato Linda Laura Sabbadini questa crisi è atipica e “ha colpito di più il settore dei servizi, in particolare turismo, ristorazione, alberghi e cultura, dove più presenti sono proprio le donne, e meno l’industria come invece era accaduto nel passato”.
Tutto questo pesa non solo per il presente ma, soprattutto, per il futuro. Il 2021 sarà un anno ancora più difficile per il settore culturale e turistico e forse quello in cui, soprattutto nelle grandi città d’arte, si rischia la dispersione di un capitale umano e di un know-how indispensabile per la crescita e per il futuro di un Paese che mette la cultura al primo posto e, a pagarne le spese sarebbero soprattutto le donne e i giovani, di cui il futuro ha disperato bisogno.
È arrivato il momento per la politica di pensare e di fare investimenti “lenti”: quegli investimenti cioè i cui risultati non si vedono dall’oggi al domani ma nel medio e lungo periodo. Tutelare e puntare sulle risorse di cui questo Paese dispone, a partire dal suo patrimonio culturale e naturale e dalle risorse umane (giovani, scuole e università, operatori, talenti), sarà la direzione da prendere per eliminare molti dei gap di cui oggi soffre: quello educativo, che con la chiusura delle scuole è aumentato a dismisura; quello sociale e di genere e di generazione, che sarà accentuato dalla grave emorragia occupazionale che, come dicevamo, riguarda soprattutto le donne e i giovani; quello territoriale, che ha creato tante differenze tra le diverse aree geografiche rispetto alle potenzialità di sviluppo sostenibile. In un’ottica di investimenti lenti le fratture dovranno essere sanate, non più e non solo con interventi di ristoro immediato e investimenti di breve periodo ma con l’utilizzo di tutte le potenzialità di cui il Paese dispone e con la ri-costruzione di connessioni, intrecci, equilibri e superamento delle dicotomie. 
Un approccio più “cooperativo e femminile” potrebbe essere la base da cui partire. Ed invece sono proprio le cooperative labour intensive, nei settori più femminili, le gestioni culturali ma anche ad esempio la ristorazione collettiva, a soffrire di più in una quasi totale disattenzione.
In questi mesi abbiamo assistito alla frammentazione di tanti diversi sub-settori nelle richieste dei ristori, all’accesa dialettica dei fautori delle riaperture dei luoghi della cultura, anche a singhiozzo come è avvenuto negli scorsi mesi nelle regioni gialle, al contrapporre musei vocati alle comunità locali in antitesi ai musei dei grandi numeri dati dal turismo internazionale, all’esaltazione della cultura in digitale opposta al conservatorismo della cultura live. Sono riemersi anche i contrasti basati su antichi pregiudizi, innanzitutto tra pubblico e privato, ma anche tra le istituzioni periferiche e quelle centrali. E nel frattempo si consumava la più grave frattura: quella tra i lavoratori protetti, da una parte, e dall’altra i tanti professionisti precari e invisibili e i molti dipendenti di cooperative e imprese a rischio di perdita del lavoro con la fine degli ammortizzatori sociali.
Chiusura e apertura dei luoghi della cultura, turisti e residenti, digitale e non, pubblico e privato, dipendenti pubblici e lavoratori del settore privato, istituzioni centrali e enti locali. Dobbiamo iniziare a ragionare non per contrapporre in modo semplicistico e fazioso questi estremi ma per metterli tutti insieme al servizio della collettività e, soprattutto, del futuro. Un ruolo centrale per rendere la cultura non più alimentata da dicotomie e fazioni ma inclusiva, riequilibrata e sostenibile potrebbero averlo proprio le donne e la loro tendenza ad accogliere, a creare connessioni e reti, cucire piuttosto che dividere, riusare piuttosto che cementificare. E questo principio lo dobbiamo tenere a mente in tutte le azioni da fare per non rischiare di tornare a prima della crisi, quando tutto questo esisteva in maniera latente.
Qualche mese fa abbiamo lanciato un Manifesto dal titolo “La Cultura Cura” per sottolineare che i luoghi della cultura sono luoghi sicuri ove si rispettano tutte le regole post-Covid. Lo ha detto anche Carla Juliano dal Teatros del Canal di Madrid: la capitale della Spagna, è stata un’eccezione per le attività culturali e, in un’Europa chiusa a causa del virus, ha deciso di riaprire i teatri. Le ha fatto eco Patrizia Asproni del Museo Marino Marini di Firenze che ha chiesto “continuità” e non aperture e chiusure a singhiozzo che hanno drammatiche ripercussioni sui conti, sui lavoratori e sulle strutture dei servizi. In quel Manifesto, tutto il settore live della cultura chiedeva, oltre ai ristori, agevolazioni fiscali e sgravi contributivi, contributi sui costi fissi di gestione e fondi per la creatività e l’innovazione. Soprattutto chiedeva di essere trattato come filiera culturale e creativa, al fine di non privilegiare solo i soggetti più visibili e, a questo scopo, la necessità del riconoscimento delle Imprese Culturali e Creative diventa indispensabile per una vera ripartenza del settore culturale. Non è forse necessario e urgente lavorare per una cittadinanza sempre più attiva, responsabile e culturalmente avanzata? In questo la cultura può e deve giocare un ruolo centrale e da protagonista.

NON APERTURA O CHIUSURA MA ACCOGLIENZA SOSTENIBILE

Aprire non vuol dire solo “aprire le porte” ma accogliere e riconnettere: da una parte, quindi, essere inclusivi, coinvolgendo nuovi pubblici e nuovi soggetti che co-partecipano alla produzione delle attività culturali e sociali dei musei o degli altri luoghi della cultura e, dall’altra essere connessi con il contesto esterno, diffondere i valori culturali nel territorio e creare reti.
“I musei pubblici e privati – ha ricordato qualche settimana fa il Presidente di Icom International Alberto Garlandini – per sopravvivere dovranno ripensare il loro ruolo nella società e riassestarsi sul nuovo pubblico, quello delle comunità locali”.
In questo periodo, per esempio, alcuni luoghi della cultura sono stati utilizzati per fare i vaccini ma ora c’è bisogno di fare un ulteriore passo in avanti. Un’idea che va in questa direzione potrebbe essere quella lanciata in questi giorni da Alberto Mingardi sul Corriere della Sera di concedere voucher per musei, cinema, teatri, concerti, a tutte le persone che si vaccinano. In questo modo si associa il vaccino al ritorno alla vita di ieri e il vaccino diventa cura per la salute e cura per la mente. Ma soprattutto potremo tornare a far vivere tutti quei luoghi della cultura chiusi da mesi e potremo aiutare l’economia della cultura e le persone che lavorano in questo settore che hanno avuto un duro colpo da questa pandemia. Al contrario sono mesi che molti esperti del settore propongono, inascoltati, che gli spazi culturali possano essere messi a disposizione delle scuole, in sicurezza, come laboratori educativi di prossimità, evitando il congestionamento delle aule e delle aree di ingresso, e collaborando con le imprese culturali che li gestiscono. Centinaia di cooperative culturali specializzate sarebbero non solo disponibili ma anche molto competenti a svolgere questa funzione.
Ancora, occorre ripensare il rapporto con il contesto esterno, urbano o rurale che sia. Non ci sono solo le grandi istituzioni pubbliche e i grandi attrattori culturali statali, su cui per anni si sono concentrati investimenti puntuali di restauro e attenzioni di comunicazione, creando fenomeni di concentrazione che hanno avuto effetti dannosi sulla partecipazione delle comunità locali. Fuori da questa logica sono rimaste non solo le aree minori, meno note e periferiche del Paese, seppure ricche di patrimonio diffuso ed anche di iniziative artistico-culturali indispensabili per le comunità locali, ma anche gli stessi contesti territoriali in prossimità dei luoghi della cultura spesso abbandonati a fenomeni di degrado. Ne è riprova il fatto che oggi, a fronte di fabbisogni mutati e di un interesse crescente da parte del pubblico verso destinazioni alternative più sicure, più prossime, più autentiche e a contatto con la natura, poche risultano essere quelle, soprattutto nelle aree interne e nel Sud Italia, dotate di standard adeguati di accessibilità, accoglienza e fruibilità. Addirittura respingenti appaiono le vie e le piazze attorno ai grandi monumenti oggi deserte, con i segni di abbandono e di degrado, di quello che era stato il proliferare di bagarini, souvenir e pizzette. Per mettere a sistema il patrimonio culturale e uscire dalla logica del ‘troppo da una parte e troppo poco dall’altra’ e dell’”intra moenia” serve una strategia generativa di riconnessioni e impatti di medio lungo periodo. Il capitolo del PNRR su turismo e cultura – già dalle prime versioni- aveva indubbiamente il pregio di rivolgere l’attenzione su borghi, cammini, aree interne e periferie ma sembra ancora prevalere, purtroppo, la logica dell’intervento edilizio, piuttosto che del progetto di sviluppo e rigenerazione. Ma il patrimonio culturale, la cultura, l’anima del Paese non è un ponte o una ferrovia, senza nulla togliere all’importanza di questi ultimi. Va anche gestito con cura e partecipato con piacere e intelligenza, e ne vanno valutati i benefici diffusi e non solo i rendiconti delle spese.
Il PNNR parla di un Piano dei Borghi, e ciò fa ben sperare, ma resta il rischio che senza un ‘progetto di territorio’ si tratti ancora una volta di recuperi singoli, così come fu fatto nei decenni scorsi per i siti culturali. Sarebbe importante invece investire, innanzitutto, nel rammendo dei territori e dei sistemi di luoghi, ridisegnandone gli spazi interni ed esterni in funzione di un loro riuso come spazi di comunità, di educazione, formazione e di rigenerazione, migliorarne gli strumenti di accessibilità fisica e informativa, le relazioni e il coinvolgimento di scuole, ma anche lo sviluppo di filiere che includano imprese innovative e produzioni tradizionali, servizi turistici e terzo settore. La soluzione potrebbe essere quella di progettare nuovi modelli di governance multiscala, partecipate ed inclusive per strategie pluriennali di sviluppo e cura. Un piano che non includa questa visione pluriennale innovativa e gli obiettivi di impatto sostenibile ad essa collegati rischia di limitarsi ad indicatori di spese materiali e ai risultati più immediati, spesso estranei alle comunità. Quello di cui ha bisogno oggi il nostro Paese è un investimento su una infrastruttura culturale diffusa e di prossimità che trovi sostenibilità, invece, proprio su un ruolo ibrido, sociale, educativo e formativo del nostro patrimonio culturale. I luoghi della cultura devono diventare spazi di creatività, di socializzazione ed educazione musicale, artistica ma anche digitale, non solo per i turisti ma anche per le comunità locali.

NON TURISTI CONTRO RESIDENTI MA TURISMO RESPONSABILE

Uno spazio culturale, un museo o un borgo possono e devono essere vissuti sia dai residenti, sia dai viaggiatori e queste due opzioni, come anticipato, devono integrarsi tra loro e non essere una contro l’altra.
Il concetto di turismo sostenibile in questi ultimi anni si è arricchito di un fattore nuovo che riguarda il tema della relazione con le comunità ospitanti. L’esperienza dimostra che lo sviluppo del turismo ha basi più solide se fondato sull’obiettivo di creare valore e benefici sia per i turisti, sia per la comunità locale. La chiave di lettura è quella del turismo responsabile che propone una visione di sviluppo durevole chiedendo che questo sia ideato, realizzato e gestito in modo da non generare iniquità sociale ed economica sui territori con pregiudizi della gente del posto. Queste sono condizioni generali per lo sviluppo, valoriali e identitarie, ma portano con sé risvolti pratici e opportunità per una maggiore competitività dei sistemi turistici.
La relazione diretta tra ospitante e turista, tra comunità locale e viaggiatori, rappresenta un valore aggiunto per il turista che, nel confronto tra culture, usi e costumi diversi, trova soddisfazione ai nuovi bisogni di cosa è oggi un’esperienza culturale vissuta a 360 gradi.

NON DIGITALE SÌ O DIGITALE NO, MA DIGITAL HUMANITIES

Un ulteriore eccesso di enfasi riguarda la digitalizzazione. Non che non sia una necessità per dare una dimensione innovativa al settore culturale, ma solo se accompagnata da un capacity building altrettanto innovativo e da obiettivi che vadano oltre la mera innovazione tecnologica. La tecnologia non può essere sostitutiva e tantomeno fine a sé stessa ma deve essere uno strumento permanente per superare i gap che impediscono una migliore accessibilità e fruizione e una migliore conoscenza del patrimonio culturale.
La tecnologia può e deve attivare l’empowerment dei fruitori e soddisfare una molteplicità di funzioni: da quella educativa a quella creativa, artistica fino alla fruizione a distanza che tanto abbiamo utilizzato in questo periodo di crisi e di chiusure. Allo stesso modo, anziché essere alternativa, può facilitare sia la crescita di un turismo delle comunità residenti, sia sviluppare un’offerta culturale digitale per un turismo internazionale online, complementare a quello in presenza.
Allo stesso tempo la digitalizzazione del patrimonio deve diventare generativa di una filiera produttiva intersettoriale, in ambito culturale, creativo, educativo, di promozione del turismo e apportare valore aggiunto anche all’impresa manifatturiera. 
Ma una reale opportunità per tanti non può essere collocata solo al livello più alto, un ente pubblico e centralizzato, ma dovrà coinvolgere, in forme regolate, le imprese culturali e creative e turistiche italiane, cioè quei soggetti che possono realizzare l’ambizione di rendere cultura e turismo risorse strategiche per il Paese, laddove per tanti anni hanno costituito, proprio grazie ai giganti stranieri del web, una fonte di ricchezza per altri, poco normata e poco controllata.
Se questo sarà l’obiettivo, la via italiana all’applicazione del digitale dovrà pertanto tenere conto proprio della formazione di quelle competenze necessarie, in tutte le sue declinazioni: scolastica, universitaria, permanente e professionale. Per questo i rapporti con le eccellenze, tra cui le università e i centri di ricerca, sono di estrema importanza per costruire un’aggregazione e un’integrazione di competenze che siano in grado di favorire la qualificazione e la specializzazione del capitale umano al servizio dell’amministrazione e del tessuto imprenditoriale.

NON SOLO INVESTIMENTI PUBBLICI MA PARTENARIATI PUBBLICO-PRIVATI

Non solo investimenti pubblici ma partenariati pubblico-privati sono essenziali soprattutto in un settore come quello della cultura e dei beni culturali. Le imprese culturali, in tutte le loro forme, cooperative, imprese sociali, sono parte integrante del modello sostenibile e non contrappositivo che abbiamo descritto finora: non possono essere relegati al ruolo esterno di meri fornitori o a concessionari e ad una dimensione solo economica e di servizio, ma occorre un nuovo patto “cooperativo” perché possano partecipare con il loro know-how di competenze ed esperienza e con una responsabilità condivisa verso l’interesse generale, a tutte le fasi di co-progettazione, riqualificazione, gestione e innovazione della valorizzazione territoriale a base culturale.
La recente modifica dell’art. 151 del Codice degli Appalti pubblici apre la strada a forme di partenariato pubblico-privato semplificato che servono da stimolo alla valorizzazione di lunga durata di un patrimonio poco conosciuto e non sempre accessibile per restituire ai territori e alle comunità beni inutilizzati che spesso si trovano nelle aree interne e marginali del paese.
L’iniziativa lanciata da Alleanza delle Cooperative Turismo, Cultura e Comunicazione “Viviamo Cultura” è una prima grande sfida in questa direzione ed il numero di cooperative partecipanti alla call da ogni parte d’Italia, in accordo con gli Enti titolari dei beni, è un segnale di grande resilienza, cioè di una reazione attiva alla grave crisi che le ha colpite. Da qui si potrebbe ripartire per un nuovo modelli di governance partecipata sostenibile che mutua dalla pratica cooperativa (riconosciuta fin dal 2016 dall’Unesco nella lista del Patrimonio Culturale Immateriale) non solo la capacità di una comunità di mettersi insieme per valorizzare i beni comuni, ma anche la capacità di fare rete tra attori diversi, per creare partenariati e filiere.
La proposta del superamento degli opposti e della loro convivenza, che abbiamo sin qui analizzato nei diversi ambiti, dovremmo traslarla anche nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza evitando di separare gli ambiti di intervento per ottenere anche una maggiore valutazione dell’impatto di ogni intervento.
Il PNRR può e deve essere l’occasione per compiere i primi passi di quella che potrebbe essere una vera e propria “transizione culturale” nel nostro Paese e realizzare, con l’aiuto delle imprese culturali e creative, nuove opportunità per i giovani, per l’equità di genere, per l’inclusione sociale, per il risanamento delle aree urbane e la ripresa delle aree interne. Ogni missione del Piano, oltre a digitalizzazione e competitività, dovrebbe avere una quota di investimenti dedicata alle imprese culturali e creative: la sfida green italiana, per esempio, non corrisponde anche alla proposta di valori culturali che devono rianimare le nostre aree rurali, filiere agricole, mestieri tradizionali e i nostri ambienti naturali? Alle infrastrutture non deve anche corrispondere una diffusa infrastruttura culturale? L’equità di genere e l’inclusione sociale non derivano anche dal superamento di gap educativi e culturali? E così potremmo continuare all’infinito per tutte le linee e gli obiettivi del Piano.

Occorre accompagnare alle linee guida del PNRR una visione della cultura come ci ha già chiesto e ci sta chiedendo l’Europa, dove si sta avviando la nuova programmazione nella quale la cultura giocherà un ruolo centrale: è prossimo il lancio della Knowledge and Innovation community dedicata alle Industrie culturali e creative, che pone queste ultime al centro delle strategie economiche europee dei prossimi anni dopo essersi concentrati su clima, digitale, salute. Questa è la riprova di come il settore culturale viene riconosciuto come leva di sviluppo essenziale. Infine, come ci ha ricordato in un articolo uscito sul Sole24Ore Pier Luigi Sacco, sta per partire il progetto bandiera Ue della Nuova Bauhaus Europea, che chiamerà a raccolta le competenze culturali e creative per disegnare una strategia innovativa per la transizione verde sostenibile del nostro continente: le tematiche e le competenze culturali verranno impiegate nella costruzione della spina dorsale delle economie e delle società europee di domani.

Dobbiamo “solo” evitare che queste grandi opportunità, unite agli investimenti del PNRR e al programma di Europa Creativa, possano trasformarsi in una profonda delusione e non centrino gli obiettivi, ovviamente rispetto al nostro settore. Il rischio è che abbiano una valenza troppo legata alle tecnologie e alla quantità di impatti diretti in termini meramente di ripresa e crescita economica e perdano il senso della cultural vibrancy: un indicatore che dovrebbe unire alla spesa fisica, o all’apertura dei luoghi culturali, non solo il numero di visitatori ma anche la pluralità di esperienze, le imprese culturali attivate, la filiera di valore moltiplicato e la partecipazione e la creatività generata. Un indicatore culturale, capace di produrre impatto sociale, ma non solo sociale.
Inoltre, questi mesi di lotta per la sopravvivenza hanno visto singoli settori reclamare sussidi e riaperture per sé stessi, talvolta con scarsa considerazione dell’interesse generale, degli oneri per tutti i soggetti che a vario titolo operano nella filiera e di una più equa distribuzione dei ristori.
Un approccio generativo, inclusivo e cooperativo si rende urgente per liberare il potenziale trasformativo che viene attribuito alla cultura.
Chi, se non le donne, per la loro stessa natura e per le loro caratteristiche, potrà condurre questa rivoluzione in cui bisogna cooperare anziché competere, unire anziché separare, armonizzare anziché frammentare, rattoppare anziché cementificare, portando la cultura e le imprese culturali e creative a permeare ogni aspetto della nostra vita per pensare, progettare e vivere un futuro che sia davvero diverso da quello vissuto e immaginato fino ad oggi? Questa è la sfida che ci fornisce un periodo di crisi come quello che stiamo vivendo e che non possiamo permetterci né di delegare, né di perdere.


Giovanna Barni – Presidente di CoopCulture e CulTurMedia Legacoop

ABSTRACT

What our country needs is an investment in a widespread cultural infrastructure based on the social, educational and formative role of our cultural heritage. We should overcome dichotomies – such as tourists and residents, digital and physical, public and private, public employees and private sector workers, central institutions and local authorities – and embrace an innovative strategy in order to create connections and networks. For example, cultural organisations and places must become spaces of creativity, socialization and knowledge not only for tourists but also for local communities. We need a generative, inclusive and cooperative approach in order to unlock the transformative power of culture.

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