àbito s. m. [dal lat. habĭtus -us, der. di habere nel senso di «comportarsi»]

Fino all’età di 9 anni non ho avuto vestiti miei.

Diciamo di proprietà.

Fino a 9 anni i miei vestiti sono sempre stati d’altri.

Usati. Me li portava il mio padrino Giancarlo. Erano i vestiti di sua figlia. Forse.

Copiosi. In quei sacchi | Che Sembrava Sempre Natale

Erano finiti da poco gli anni ‘70 e nelle famiglie operaie si usava così.

Poi, un giorno, mia madre mi portò a comprare il mio primo paio di pantaloni.

Erano di velluto a coste. Rosso Magenta!

Creai per loro un posto speciale nell’armadio e li guardai. A lungo. La prima cosa mia.

Il mio primo pezzo di identità. La mia prima scelta. In tutti i sensi.

Era il 1982.

L’Italia vinceva i mondiali in un torrido 11 luglio.

Faceva molto caldo, ma li indossai

 

Sara Conforti

 

 

Se àbito è comportarsi, ma anche stare e calpestare il terrestre mi domando quale forma di conoscenza questi oggetti possano ancora costituire in un mondo/magazzino traboccante di beni di consumo. Attraverso la mia ricerca artistica mi interrogo su quale forma di relazione affettiva - nel senso esperienziale - si possa ancora stabilire con queste forme cucite divenute allegoria di sé stesse e di una società sinottica ammantata di stracci low cost. Con gioia raccolgo questa preziosa opportunità ringraziando la Rete di Torino Città delle Donne per avermi fatto giungere la notizia della call for papers per Letture Lente come forma di incoraggiamento al fare - in questi difficili tempi pandemici.

Il mondo culturale e il settore artistico e creativo costituiscono preziosi strumenti per sostenere e consolidare possibilità di empowerment e riscatto di genere e per incoraggiare un prezioso impegno multidisciplinare volto alla generazione di dispositivi a favore dell’aggregazione femminile sia in un clima di cittadinanza attiva sia in situazioni di marginalità sociale per rigenerare - in entrambi gli ambiti - autostima, indipendenza economica e libertà.

Il ruolo dell’arte come penna anticipatrice e amplificatrice critica - che stimola un cambiamento - è senz’altro centrale in questo senso di marcia perché può implementare la preziosa relazione d’aiuto svolta da enti e strutture normalmente deputate all’aggregazione, alla pedagogia, alla cura o al sostegno delle donne in situazioni di ricerca, di conflitto o in contesti fragili.

 

Tassonomie vestimentarie

I nostri abiti sono metafore, sintomi o motori di scelte (di identità perdute o ritrovate), testimoni di luoghi (rappresentanti ufficiali di stereotipi) di traumi, di gioie.
La mia pratica di ricerca artistica - la mia poetica - si articola intorno al centro vuoto del sistema moda attraverso un'esplorazione sul multiforme universo semantico vestimentario per avvicinare l'enorme importanza del fenomeno morale vestizione - svestizione che caratterizza una società contemporanea alla ricerca di identità. Perché è nella comprensione del nostro comportamento che sta la vera evoluzione.

Conduco la mia indagine attraverso i workshop del progetto Centosettantaperottanta – Ricicli Emozionali inaugurato negli spazi del Castello di Rivoli Museo d'Arte Contemporanea grazie all’interesse del Dipartimento Educazione, recentemente invitato alla Florence Biennale 2021 - Eternali Feminine - Eternal Change. Titolo che deriva dalla misurazione di una camicia “da uomo”, ma che identifica uno spazio di esplorazione dedicato all’universo femminile dove il valore pubblico e privato della memoria e del vissuto degli oggetti vestimentari incontra la possibilità di svelarsi. Centosettantaperottanta è una prassi tassonomica. Metodologia costante dalla struttura semplice e ripetibile per declinare e moltiplicare i diversi capitoli di una ricerca che scava nei guardaroba per cercare e condividere risposte. I vestiti delle partecipanti diventano così protagonisti di autopsie “affettive” partecipative e fulcro di un viaggio del sé in relazione col gruppo, per la nascita di nuove narrazioni collettive. Indumenti rappresentativi della gioia, del dolore, dell’abuso, del viaggio, dell’“ultimo viaggio”. Indumenti del padre, della madre. Di chi non c’è più e di chi si è appena affacciat* alla vita. Una legione di emozioni.

Un abito/accessorio d’affezione, una foto che ritrae le partecipanti in un momento di gioia, la stesura di una memoria privata che diventa pubblica e condivisa, una vestizione, parole significanti che diventano segnature cucite sugli oggetti portati con sé. Una riflessione diffusa per mettere in connessione ed in ascolto la comunità. Un riportare al cuore le emozioni incastrate nelle trame che diventa traccia condivisa. Ciascuna partecipante al termine del workshop inserisce una indagine nel proprio box d'archivio. Compresi, a posteriori, i ritratti fotografici dei volti e degli abiti. Tutto il processo viene documentato, filmato e custodito negli archivi vestimentari del progetto.


Centosettantaperottanta | Castello di Rivoli Museo d'Arte Contemporanea

13600HZ Concert for Sewing Machines - La ricerca artistica confluisce nella pratica performativa

Diretta conseguenza delle indagini di Centosettantaperottanta è il progetto performativo 13600HZ Concert for sewing machines costruito attorno al suono delle macchine per cucire, ogni volta focalizzato su un tema e una diversa costruzione scenica site specific che va in scena per la prima volta nel 2013 negli spazi del Castello di Rivoli Museo d’arte Contemporanea, sempre grazie all’interesse del suo Dipartimento Educazione. Un lavoro corale condotto in sinergia con istituzioni e associazioni, aziende e cittadinanza [1] in cui le partecipanti vengono ulteriormente coinvolte nell’espressione corporea e drammaturgica dei contenuti delle proprie ricerche attraverso l’atto performativo. L’indagine si fa plastica, le riflessioni si trasformano in suono, gesti e partiture musicali interpretate dalle macchine per cucire per portare in campo gli elementi dell’indagine penetrati nel vissuto delle partecipanti. L’agire e la spettacolarizzazione delle riflessioni diventano gesto politico e di consapevole denuncia rivolta alle distorsioni produttive del fashion system.


13600HZ | Palazzo Ducale, Genova

hòferlabproject e ànticasartoriaerrante. L’importanza del fare rete

Per colmare il gap informativo rispetto agli impatti ambientali, sociali del turbo sistema moda l’ambito di ricerca artistica vede la sua amplificazione attraverso un imballaggio operativo: hòferlabproject che processa la poetica e ne fa progetto culturale e pedagogico maggiormente diffuso per la promozione della sostenibilità della moda e per la connessione tra industria culturale e industria manifatturiera. hòferlabproject è una piattaforma dinamica per costruire progetti partecipativi e formativi volti alla connessione della cultura dell’abito con il sistema sociale, artistico e culturale. Per la realizzazione di processi e programmi volti ad una riedizione critica delle abitudini vestimentarie in collaborazione con enti ed esperti del settore per favorire la circolazione delle informazioni rispetto al vero costo della moda e sulle conseguenze dei processi di delocalizzazione della produzione rispetto alla nostra salute e quella dell’ambiente.

Un lavoro in networking con importanti stakeholder della cultura e della produzione [2] presenti sul territorio regionale e nazionale. Per stimolare la condivisione dell’interesse legato all’abito come portatore di valori, cultura, tradizioni, identità e quello legato ad una modalità di consumo che possa tenere in considerazione il recupero del rispetto per l’ambiente e per le persone. Un’attività culturale concentrata sull’organizzazione di incontri, seminari, convegni e rassegne periodiche alle quali si affianca il volano che lega la pratica artistica di centosettantaperottanta con la diretta azione pedagogica sul territorio: ànticasartoriaerrante laboratori nomadi per una moda sostenibile. Che trasforma l’atto del cucire in azione politica.

ànticasartoriaerrante nasce per offrire gli strumenti e le competenze pratico/tecniche necessarie per ri-approcciare l’abito da un punto di vista progettuale e artistico, e spunti di riflessione per ripensarlo in termini critici per ritrovare, attraverso il saper fare, il valore culturale, sociale, ambientale di ciò che indossiamo. Un approccio diretto, laboratoriale, conviviale fatto di percorsi per l’apprendimento delle nozioni di progettazione e confezione in upcycling grazie alla scomposizione dei propri capi vissuti e caduti in disuso che rientrano in un ciclo di ri-ciclo di progettazione non solo formale. Infatti lo smontaggio e la trasformazione degli indumenti inutilizzati ridotti a tessuto succede alla ricerca artistica preliminare, alle narrazioni condivise e alla prassi partecipativa del progetto centosettantaperottanta.

anticasartoriaerrante si è sviluppato negli anni come un network al femminile composto da donne che svolgono lavori molti diversi fra loro, ma tutte accomunate dal desiderio di contribuire concretamente alla creazione di una cultura della moda etica partecipata perché attivamente presenti alle attività formative e laboratoriali che il progetto propone direttamente e ciclicamente in collaborazione con soggetti territoriali che si occupano di cultura, educazione, assistenza, intercultura. Progetto incentrato sul mentoring dove ho riversato la mia formazione di designer: ho condiviso con più di mille donne metodi, studi e competenze acquisite negli anni nel campo della progettazione partecipata, nell’autoproduzione, nel circular-design, e nell’upcycling. Un convivio per diffondere i miei studi sulla comunicazione ambientale e sociale sugli impatti delle filiere del tessile/abbigliamento globali. Io. Tra la gente. Tra le donne. Con le donne.

Per aprire freschi ambiti di un discutere” critico attraverso un fare diffuso. A bordo della mia APECAR50, come operosa lumaca che porta con sé la casa del mestiere, ho incontrato il femminile nel cuore dei quartieri cittadini, nelle periferie, nelle piazze, nei luoghi di aggregazione, nelle case del quartiere in quelle private dove ho condotto me stessa insieme al mio fare artistico educativo verso un’antropologia artistica ed una scultura sociale profonda che amplifica il protagonismo anche nel suo affiancarsi al recondito" dei luoghi di cura e di marginalità dove il perseguimento del riscatto si esprime con forza e coraggio travolgenti: centri di accoglienza, centri psichiatrici, carceri, centri oncologici, comunità terapeutiche. Quelle città invisibili dove è fondamentale saper praticare il passo di fianco - dove l’approccio artistico e quello pedagogico entrano nella relazione d’aiuto per rispondere insieme all’urgenza.

Lalàgeatelier e la leggerezza

L’agosto 2017 fu il tempo delle Fragole Celesti - Comunità doppia diagnosi femminile per la cura di abusi, maltrattamenti e violenze e della nascita di Lalàgeatelier - Dispositivi Vestimentari, diretta continuazione di questo fare che coinvolge pratica artistica e pedagogica. Un progetto per la rigenerazione dell’identità attraverso la creazioni di opere tessili diffuse che partono dalla ricerca artistica e dalla prassi del progetto centosettantaperottanta, condotta con le utenti della struttura, e che confluisce - questa volta - in opere vestimentarie biografiche in grado di ricucire le ferite dell’emarginazione: diventano simboli di un'evoluzione culturale in atto e del tipo di background che le genera e che favorisce una comunicazione strategica sulla piaga dell’abuso, della violenza e della marginalità e del suo possibile superamento.

Ispirato alle città/donne invisibili di Italo Calvino, Lalàgeatelier è un ulteriore capitolo progettuale nato per ribadire uno specifico femminile. Un omaggio alla città più importante della cornice calviniana: Lalage, il cui nome etimologicamente significa mormorio, rumore leggero. Città sognata da Kublai in opposizione al gravame e che si costruisce da sé per crescere e ricrescere senza fine in leggerezza e protetta dalla Luna.
Ché leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall'alto, non avere macigni sul cuore.

Nome significativo - confacente - giusto: Lalàgeatelier - Dispositivi Vestimentari, fucina della mente e delle mani operose che da luogo immaginato prende forma, sostanza e concretezza. Un progetto inclusivo che coniuga arte, moda e produzione - didattica e cura - territorio, responsabilità sociale d'impresa ed economia circolare per la ricollocazione sociale e professionale di donne in stato di fragilità. Realizzato in cooperazione con Fermata d’autobus onlus che si occupa da trent’anni del trattamento della dipendenza patologica da sostanze e la galleria d’arte Gliacrobati di Torino beneficia del patrocinio dell’associazione Tessile e Salute e del coinvolgimento delle aziende tessili dell’eccellenza biellese certificate: BMT Biella Manifatture Tessili Gruppo Marzotto, Botto Giuseppe & Figli, Lanificio TG di Fabio, Lanificio Subalpino, MET Manifattura Etichette tessute.

Lalàgeatelier - Dispositivi Vestimentari

 

Ognuna di esse, nei processi produttivi, rispetta i parametri tossicologici, la salute dell'ambiente e dei consumatori. Un operare in networking sul territorio e per il territorio per generare importanti ricadute etiche, culturali, occupazionali ed economiche grazie alle sinergie virtuose tra soggetti appartenenti al mondo dell’impresa e della cultura che hanno preso parte - negli anni e a vario titolo - alle buone pratiche dell’iniziativ . Un progetto per connettere il rispetto della persona a quello dell’ambiente secondo i principi dell’economia circolare grazie al recupero dei pregiati fine pezza impiegati in una forma di produzione partecipativa: una supply chain in-localizzata per una nuova filiera del valore che collega il lavoro delle utenti della comunità Fragole Celesti con quello delle ospiti di altri enti e strutture preposti alla difesa e cura del femminile fragile a livello regionale. Un fare condiviso non solo nella riedizione del sé, ma anche della materia che da oggetto scartato non trova solo nuova vita, ma lo fa acquistando un maggior valore rispetto all’oggetto o al materiale originario.

I percorsi di ricerca artistica propedeutici svolti con le utenti privilegiano l’autobiografia e la reminiscenza positiva che lascia l’evento traumatico nel passato al fine di non intercettare gli stereotipi pruriginosi e la narrazione tossica” sulla violenza di genere usati dalle redazioni giornalistiche. Emergono tracce verbali e figurative per il futuro da far confluire in speciali sessioni di formazione sartoriale che consentono ai frammenti dell’esperienza creativa di diventare tasselli significanti delle opere tessili realizzate: i dispositivi vestimentari appunto, tagliati cuciti e serigrafati, ricamati e impreziositi dai segni.

“Abbiamo il dovere di far conoscere al mondo ciò che siamo stati capaci di fare nella vita”. Joseph Beuys

Note e riferimenti bibliografici

[1] Edizioni 13600HZ Concert for Sewing Machines: Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea; Antonio Marras Menswear Collection FW 2014/2015 Milano; ICEA Istituto Certificazione Etica e Ambientale; Palazzo Giureconsulti Milano; Artissima 21 - Zonarte Torino; Teatro Cavallerizza Reale Torino; Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura Genova; Galleria Umberto I Torino; Teatro Altrove della Maddalena Genova; Galleria d'arte Gliacrobati - Torino; Museo provato della macchina per cucire di Arcore; Galleria d’arte “O” Milano.

[2] Tra i tanti: Marzotto Group - Hugo Boss - Lanificio F.lli Cerruti - Lanificio Subalpino - Lanificio Botto Giuseppe&Figli - Lanificio Guabello - CNA Federmoda - Politecnico di Torino - Accademia Ligustica di Belle Arti di Genova - Accademia Belle Arti di Foggia - Accademia Belle Arti di Torino - Manifatture Digitali del Cinema Prato - ISS Zerboni Sistema Moda Torino - Liceo Artistico Passoni Torino - PAV Parco Arte Vivente - Fondazione Sandretto Re Rebaudengo - Clean Clothes Campaign - Campagna Abiti Puliti - FAIR Coop - ICEA Istituto Certificazione Etica e Ambientale - Ass. Tessile e Salute - C.L.A.S.S. Creativity Lifestyle and Sustainable Synergy - Erica soc. coop - Articolo 10 Onlus.

[3] Tra i tanti: Dipartimento Educazione Castello di Rivoli Museo d'Arte Contemporanea, Casa Ugi - Unione Genitori Italiani contro il tumore infantile, Refugees Welcome onlus, Polo del ‘900, Moleskine Foundation, Regione Piemonte-Assessorato Pari Opportunità, Tavolo Regionale dei Centri antiviolenza grazie all’interesse dell’allora Assessora Monica Cerutti.

 

***

Sara Conforti - “Sono un’artista impegnata - militante - attivista. Mi occupo di tematiche sociali, politiche e ambientali attraverso la visione dell’arte come atto pedagogico. Una ricerca incessante che esplora le complessità del tessuto sociale e di genere attraverso progetti performativi, di ricerca artistica e di scultura sociale dove gli elementi vestimentari da oggetti-simbolo della nostra vorace e distratta società del consumo, diventano soggetti-perno capaci di stimolare riflessioni profonde intorno all'identità individuale e collettiva grazie alla riattivazione del processo di reminiscenza. Una pratica che diventa teoria per la costruzione di una processualità collettiva, mnemonica e manuale che passa dalla dimensione del racconto esperienziale e confluisce in azioni corali per la generazione di nuovi rituali e legami. Per guardare insieme gli ingranaggi di questo tempo di mezzo che non riesce più a sopportare nulla che duri, rappresentato così minutamente dal rapporto spaziale e temporale con i nostri indumenti esclusi da una continuità psichica perché portati sempre più lontano da un ordine di solidi riferimenti; un dis-ordine dove l'emozione è sostituita dalla patologia. Un impegno morale, didattico e politico che perseguo grazie alla funzione salvifica di quell'arte che si lega alla comunità e che si pone al centro di luoghi e momenti in cui il gruppo si riconosce e cementa i propri legami attraverso il recupero della ritualità, lungo il crinale che unisce e separa l'abito dall'habitus per la creazione di nuovi paradigmi. Una necessità che si rivolge alle contingenze del tempo presente con profonde riflessioni e mappature che coinvolgono habitus e abito nel terreno dell’arte antropologica. L’indumento si fa totem, simbolo della società del consumo e diventa così cardine premeditato di un carotaggio sociale volto al prelevamento di frammenti per una ri-lettura di quell’eterna ricerca di armonia tra l’umanità e la disumanità dei gesti quotidiani. Uno dei tanti è senz’altro il feroce e acefalo acquisto compulsivo contemporaneo.

Per questo, da quasi un ventennio, perseguo i miei studi volti alla comprensione del complesso sistema moda, dei suoi impatti sociali, sanitari, ambientali e psicologici per costruire un prisma di conoscenze che definisce la mia pratica artistica alla ricerca di forme di preservazione dei valori umani. Una prassi inoculata nell’opera che non è limitata in chiave formale, ma da considerare profondamente nella sua totalità e processualità. Perché ciò che accade nel nostro mondo, accade anche (e sempre) dentro di noi che siamo ecosistema in temibile estinzione di senso.”

 

ABSTRACT

The artistic research of Sara Conforti explores the complexity of both our society and gender issues through performing projects in which clothes – a symbolic object of our consumerist society – stimulate reflections about individual and collective identity. The article presents a journey across a variety of projects that aim at enhancing women empowerment both in active citizenship contexts and in difficult situations characterized by social exclusion for regenerating women’s self-esteem, economic independence and freedom.

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