L’intento è chiaro: offrire un catalogo di idee immediatamente operative per consentire ai tanti e diversi mondi che compongono il comparto culturale di affrontare nell’immediato, e di provare a superare nel medio e lungo periodo, gli impatti drammatici causati dalla crisi pandemica. Nasce da questa urgenza il volume “Riaprire i sipari. Rilanciare il settore della cultura dopo la pandemia da Covid-19: riflessioni e proposte per la ripartenza”, curato da Antonio Capitano per Albeggi Edizioni, che raccoglie i contributi di “autorevoli professionisti (che) hanno tentato di indicare una o più strade”, partendo dalle loro esperienze sul campo.

Andando oltre i particolarismi, che non di rado hanno contribuito a rendere meno evidente la rilevanza complessiva degli ambiti culturali non solo e non tanto in termini economici quanto soprattutto dal punto di vista sociale e relazionale, le voci che si susseguono compongono un itinerario in cui ogni tappa acquista ulteriore valenza se messa in dialogo con le altre. Le riflessioni e le proposte presentate nel volume – in rigoroso ordine di apparizione: Tiziano Rossi, Gianni Andrei, Clelia Arduini, Claudio Bocci, Giovanna Barni, Giovanna Romano, Franco Broccardi, Vincenzo Santoro, Massimiliano Zane, Giusy Sica, Fabio Viola, Cristiano Leone, Michele Genchi, Viviana Toniolo – si prefiggono di evitare i luoghi comuni, puntando su due fattori fondamentali: l’attuazione di un riformismo culturale e la predisposizione di una programmazione di breve e medio periodo.

RIPENSARE LA RIPARTENZA (ANCHE TRA DOMANDA E OFFERTA)

Addentrandosi nelle pagine del libro, l’approccio che il suo curatore ha voluto seguire appare subito evidente. Non a caso, il percorso di ascolto parte con la testimonianza di Tiziano Rossi e con il racconto – particolarmente toccante – dell’avventura di “Bauli in piazza”, che richiama l’attenzione sulla situazione dei lavoratori dello spettacolo – e per estensione di molte altre filiere del settore culturale – in larga parte “invisibili, atipici, intermittenti, discontinui con molteplici possibilità di inquadramento fiscale e contributivo”, duramente colpiti dalle restrizioni imposte dall’emergenza sanitaria. Consapevole che solo attraverso “un tavolo allargato tra istituzioni, tecnici e operatori del settore” si possano “trovare le soluzioni ottimali per ripartire anche nella situazione pandemica attuale”, Rossi evidenzia un tratto comune a tutte le realtà e i soggetti che lavorano con la cultura, ossia la grande voglia di recuperare il contatto con i propri pubblici di riferimento proprio perché pronti ad “acquisire nuovi protocolli” in grado di mantenere alti i livelli di sicurezza e di contenimento del contagio.

Un ragionamento che trova la sua controparte nella riflessione di Massimiliano Zane che invita a prendere in considerazione non solo il “come” e il “quando” far ripartire il settore culturale ma anche il “chi”, perché senza la domanda la riattivazione dell’offerta da sola non basta. In un contesto come quello italiano, tristemente noto per un tasso di partecipazione culturale ben al di sotto della media UE (46,9% vs 63,7%; Eurostat, 2019), la crisi pandemica rischia di allargare ulteriormente questo gap di partecipazione, in quanto la paura del contagio e le misure di contenimento del virus, insieme alle ridotte disponibilità economiche, sono destinate ad avere ripercussioni significative sulla vita culturale delle persone, in termini di possibilità di spesa, fiducia, interesse e voglia di tornare a frequentare luoghi chiusi ed eventi dal vivo, nel momento della riapertura degli spazi culturali. Rendendo improvvisamente “inadeguate”, rispetto agli standard di sicurezza imposti dalla pandemia, gran parte delle tradizionali modalità di interazione tra le organizzazioni culturali e i relativi pubblici, l'emergenza sanitaria ha riacceso il dibattito intorno alla partecipazione culturale, mettendo in evidenza la necessità e l'urgenza di ridefinire tale concetto in un'ottica più aperta e inclusiva.

Come fa notare Fabio Viola nel suo intervento, i tempi sono ormai maturi per immaginare il passaggio – si spera definitivo – “dall’idea di Cultura, C maiuscola e singolare, all’idea di culture, c minuscola e plurale”. È grazie a questa apertura che “una istituzione culturale può diventare un luogo in cui immaginare, progettare ed eseguire il futuro” e soprattutto “diventare rilevante CON e PER le persone. […] Tanto più il luogo culturale apre gli steccati e il suo contenuto prende forme e colori inimmaginati inizialmente, tanto (maggiore) sarà il potere di generare nuovi immaginari culturali e (di garantire) la loro permanenza nel tempo e nello spazio”, trasformando così un “Attrattore culturale” in un “Attivatore culturale”, capace di coinvolgere una platea molto più ampia di persone grazie a nuovi sensi di appartenenza e valori condivisi.

ALCUNE IDEE E PROPOSTE

Mantenendo fede all’impegno preso con i lettori e le lettrici, il dibattito a più voci ospitato nelle pagine del libro mette a disposizione una serie di proposte “pronte all’uso” per rendere più agile e funzionale un settore vitale per il nostro benessere – individuale e collettivo – e non solo per la nostra economia. Vi è ad esempio la proposta, indicata da Clelia Arduini, di equiparare le spese turistiche e culturali documentate alle spese mediche così da renderle deducibili dalle tasse. Oppure quella di estendere l’ingresso gratuito alla rete dei musei e delle aree e parchi archeologici di pertinenza pubblica anche ai turisti italiani, oltre che ai cittadini italiani residenti all’estero, che attestino la loro iscrizione all’Anagrafe italiani residenti all’estero (obiettivo quest’ultimo già previsto da uno dei provvedimenti a sostegno del turismo). Interessante anche il suggerimento di Giovanna Romano e Franco Broccardi di “sollecitare gli enti pubblici a rivedere la legge del 2%, molto spesso colpevolmente inapplicata” che prevede “l’obbligo da parte delle Amministrazioni Pubbliche di destinare una percentuale dell’importo speso per la costruzione di nuovi edifici pubblici all’acquisto di opere d’arte da collocare nell’edificio stesso”. A questo proposito si potrebbe “immaginare di rendere lo strumento più flessibile dando maggiore rilevanza al ruolo dei privati, attraverso pratiche di co-investimento in artisti contemporanei per la realizzazione di opere destinate alla pubblica fruizione a cui applicare il virtuoso meccanismo dell’Art Bonus”. Di respiro più istituzionale l’idea promossa da Claudio Bocci di “allestire un tavolo interministeriale (oltre al MiC, che dovrebbe presiederlo, potrebbero partecipare Sviluppo Economico, Esteri, Transizione ecologica, Agricoltura, Sanità, Istruzione, Università e Ricerca, Lavoro, Infrastrutture, Coesione Territoriale, Innovazione tecnologica) e inter-istituzionale (Conferenza delle Regioni, Anci e Università) a cui aggiungere la rappresentanza delle Associazioni di categoria e del Terzo Settore. Insomma, un ‘CIPE della cultura’ che dovrebbe farsi carico di sviluppare una politica economica innovativa centrata sulle risorse culturali puntando a benefici e duraturi effetti sociali ed economici e attrezzando il paese alle sfide del XXI secolo”. Da segnalare anche la necessità, come ricorda Giovanna Barni, di rendere finalmente effettive “le riforme più urgenti per il nostro Paese, che vanno dal riconoscimento delle Imprese Culturali e Creative, al riconoscimento del valore della cooperazione nell’ambito culturale fino a solide forme di partenariato pubblico-privato che, con l’Art. 151 del Codice degli appalti, stanno già facendo passi in avanti ma che devono poter diventare protagoniste di progetti di sviluppo territoriale a base culturale”. Il tutto senza dimenticare il fondamentale apporto dei giovani e delle donne, sapientemente richiamato dalla riflessione di Giusy Sica che punta i riflettori sul fatto che “l’innovazione e la cultura (con uno sguardo al femminile) non sono l’alternativa ma la sola scelta possibile”.

Offrendo una visione corale, multidisciplinare e intergenerazionale, il volume si presta ad essere letto ed esplorato a più livelli, lasciando che sia il lettore – a seconda dei suoi interessi e dei suoi ambiti di competenza – a scegliere il punto di partenza e quello d’arrivo di questo viaggio in presa diretta all’interno del settore culturale. Tra le numerose riflessioni, ho trovato particolarmente efficace l’immagine scelta da Giovanna Romano e Franco Broccardi per concludere il loro apporto di pensiero alla chiamata lanciata da Antonio Capitano. Come suggeriscono Romano e Broccardi “la cultura deve immaginarsi portatrice di valore democratico, anche nella condivisione delle risorse, perché il rischio è il pensiero unico, l’asservimento a un mercato gestito da pochi e la conseguente inutilità sociale. Il rischio è quello di ritrovarsi, come ci troviamo in effetti, al punto in cui ‘quando vai a un’asta e tirano fuori un Picasso: silenzio assoluto. Ma poi battono il martelletto al prezzo finale e applaudono. Viviamo in un mondo in cui si applaude il prezzo ma non l’opera’”. È giunto il momento di attuare un cambio di paradigma, rimettendo al centro la cultura e il suo ruolo sociale.

ABSTRACT

The volume “Reopen the curtains. Relaunch the cultural sector after the Covid-19 pandemic: reflections and proposals for the restart” (“Riaprire i sipari. Rilanciare il settore della cultura dopo la pandemia da Covid-19: riflessioni e proposte per la ripartenza”), edited by Antonio Capitano, collects a variety of contributions written by well-known cultural professionals. Based on the direct experience of the different authors, the book offers concrete ideas and proposals in order to realize a real transformation of the cultural sector and to design and develop a short and medium-term operational plan.

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