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Commissionato dal Parlamento europeo, a febbraio 2021 è stato pubblicato uno studio a cura di IDEA Consult, Goethe-Institut, e Inforelais e Values of Culture&Creativity, sull’impatto della pandemia di COVID-19 sui settori culturali e creativi, fra i più colpiti, insieme al turismo, altrettanto strategico per l’Unione europea. Il testo merita una lettura attenta.

Fino all'autunno 2020 le misure pubbliche in risposta alla crisi hanno avuto carattere di emergenza a breve termine, come:

- sostegno al reddito;

- riduzioni dei costi e modifiche del quadro giuridico;

- sostegno all'innovazione;

- sostegno per la coesione sociale.

Purtroppo, le perdite previste superano di gran lunga le misure in atto e gli interventi per l'innovazione mancavano di una prospettiva sufficientemente ampia.

Prima della crisi pandemica, il settore era già caratterizzato da importanti fragilità, soprattutto in materia di lavoro. Le catene del valore avevano una organizzazione frammentata e l’ecosistema delle organizzazioni e delle imprese era soggetto alla dominanza del lavoro a progetto e a modelli di reddito con pochissime tutele.

Le piccole e medie imprese (PMI), cioè le imprese con meno di 250 addetti, dominano la stragrande maggioranza delle attività culturali all'interno dell'UE-27. A un esame ancor più ravvicinato, emerge un gran numero di microimprese (con meno di 10 addetti), di lavoratori autonomi e di lavoratori temporanei e intermittenti. Nel 2019, quasi un terzo della forza lavoro culturale nell'UE-27 era rappresentato da lavoratori autonomi, più del doppio rispetto alla media dell'intera economia (14%), e solo tre quarti (75%) della forza lavoro culturale nell'UE-27 erano impiegati a tempo pieno, mentre la quota di occupazione a tempo pieno nell'intera economia era dell'81%.

L'alto numero di lavoratori atipici a basso salario non protetti e di microimprese con flussi di reddito incerti rende l'intero ecosistema della cultura e della creatività molto fragile. Con questa fragilità il sistema è stato travolto dalla crisi del COVID-19.

A seguito del grande lockdown della primavera 2020 il settore delle arti, dell'intrattenimento e delle attività ricreative ha registrato la maggiore diminuzione, sia del valore aggiunto lordo sia delle ore lavorate (-6%) nel primo trimestre 2020. Il comparto è stato il secondo più colpito nel secondo trimestre in termini sia di variazione percentuale degli occupati rispetto al periodo precedente (-4,5%, la seconda variazione percentuale più alta dopo il “commercio all'ingrosso e al dettaglio” con un -5,1%), sia di ore lavorate (-16,3%, ancora la seconda variazione percentuale più alta dopo il “commercio all'ingrosso e al dettaglio” che registra un -18,6%).

Gli effetti economici diretti sono stati la perdita di opportunità di reddito, la drastica riduzione della sostenibilità finanziaria di numerose organizzazioni che forniscono servizi accessori e che hanno relazioni professionali con il settore culturale e creativo, e delle opportunità di networking commerciale per gli attori del comparto (eventi, fiere e festival). Inoltre, la pressione a raggiungere il pubblico in modi alternativi, per un up-skilling digitale dell’intera filiera è quindi diventato un tema urgente da affrontare, per evitare la marginalizzazione e la polarizzazione professionale.

Nella seconda fase della gestione della pandemia, gli impatti per il settore della cultura e della creatività, nella grande incertezza e nel susseguirsi di riaperture e nuove chiusure, sono stati evidenti nei nuovi “costi corona”, cioè il costo delle misure di sicurezza anti COVID da adottare per poter riaprire. Inoltre, le misure di distanziamento sociale hanno portato alla contrazione del consumo fisico di cultura e quindi a una riduzione della domanda di prodotti e servizi di chi voleva riaprire.

Il Rapporto esamina la performance dei diversi sotto-settori (spettacolo dal vivo, musica, arti visive, patrimonio culturale, film, editoria, radio e televisione e videogiochi), producendo una mappa termica degli impatti, in base a sette indicatori, il cui processo di costruzione non è purtroppo descritto nel Rapporto, così come non sono specificati i dati con cui sono stati popolati:

  • accessibilità del pubblico o dei clienti;
  • entrate;
  • occupazione;
  • reddito dei lavoratori atipici;
  • reddito dei settori adiacenti;
  • reti di impresa future;
  • possibilità tempestive di carriera.

Gli indicatori, con le performance peggiori in tutti i sotto settori, sono quelli che hanno maggiormente risentito delle misure di contrasto alla pandemia nel proprio core-business, legato agli spazi e al pubblico: accessibilità del pubblico, reddito dei lavoratori atipici e reti di impresa. I sotto-settori in condizioni più critiche, di conseguenza, sono lo spettacolo dal vivo, la musica, le arti visive, il patrimonio culturale; leggermente meno compromessi film ed editoria.

SCENARI FUTURI E RACCOMANDAZIONI

Il ritorno alla "vecchia normalità" non è un'opzione praticabile. Le vulnerabilità - che caratterizzavano il settore già prima della pandemia - rendono urgente, più che un recupero, una transizione sistemica.

La crisi ha accelerato l’emersione del grande contributo delle organizzazioni e dei professionisti della cultura al benessere dei cittadini, all'innovazione sociale, alla coesione sociale e alla cooperazione internazionale. Tuttavia, questa rilevanza stenta a trovare adeguata corrispondenza nelle risposte politiche messe in campo.

Comunque saranno gli scenari futuri, l'uso della tecnologia digitale e da remoto è destinato ad aumentare; il comportamento dei consumatori e del pubblico cambierà radicalmente, tanto per le misure obbligatorie di contenimento, quanto per la maggiore consapevolezza della salute.

Il Rapporto contrappone quindi un approccio di recupero ("Ritorno alla normalità") a un approccio di transizione alla sostenibilità (riparare e prepararsi).

L’ipotesi transizione combina visioni a breve termine (riparare il danno) e a lungo termine (prepararsi per un futuro a lungo termine).

Considera la “Nuova normalità” come parte di una trasformazione a lungo termine, di un cambiamento sistemico come punto di partenza per guidare e modellare le azioni a breve termine, affrontando in modo sostanziale e sostenibile le cause profonde dell'insostenibilità.

I modelli di reddito vanno rivisti, sviluppando la capacità di monetizzare i contenuti digitali. Occorre combattere la frammentazione e riunificare il settore al suo interno, per contrastarne la fragilità sociale e valorizzarne il contributo alla salute e al benessere individuale e collettivo.

 

Annalisa Cicerchia è economista della cultura - Primo ricercatore, ISTAT - ISTITUTO NAZIONALE DI STATISTICA.

ABSTRACT

Since the spring of 2020, when the COVID-19 pandemic hit Europe, the cultural and creative sectors have been among those most adversely affected. Sub-sectors that operate mainly venue and visitor-based, such as entertainment and cultural heritage, have been particularly hard hit. But above all, the crisis has brought to the fore the vulnerability of many irregular or atypical occupations, such as many of the artistic occupations, the self-employed or the temporary workers. The projected income losses far exceed the support measures in place and the innovation interventions lacked a sufficiently broad perspective and did not address, beyond the opportunities offered by digital, the main critical issues of the sector and its role in society at large (in relation, for example, to health, the environment, social cohesion, international solidarity and the economy). On the positive side, during the crisis many workers and organisations in the cultural sector have shown considerable innovative strength to experiment with possible alternatives and new partnerships. The most promising opportunities that the crisis has accelerated relate to the contribution of cultural and creative organisations and professionals to citizens' well-being, innovation and social cohesion. Supporting innovation and experimentation will be key to turning these circumstances into opportunities for growth.

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