Un Museo-laboratorio che racconta l’opera del grande artista faentino di fama internazionale e allo stesso tempo promuove processi di empowerment e arteterapia, attraverso l’arte della ceramica, grazie a un impegno in prima linea nel welfare culturale. Il fondatore e direttore Matteo Zauli, docente di management e gestione dei beni culturali e curatore, ci racconta la nascita, le piste di azione, i progetti, le sfide e la sostenibilità di un museo che intende porsi quale “servizio alla persona”.

 

Come nasce il Museo Carlo Zauli?

Il Museo nasce nel 2002 subito dopo la scomparsa dell’artista. Tra gli anni ‘70 e ‘80 mio padre era tra gli artisti di riferimento a livello internazionale per la ceramica nella scultura, poi la sua parabola era entrata in un cono d’ombra a causa del morbo di Alzheimer, che gli impedì di proseguire la sua attività con la stessa intensità, e della chiusura della sua storica galleria. Quando nel 2002, alla sua morte, il Comune decise di rendere omaggio all’artista scomparso, noi chiedemmo una collaborazione nel trasformare il suo vecchio atelier in un museo. In realtà questa collaborazione poi vi fu soltanto per un aspetto molto marginale, ma l'afflato emotivo che in città si respirava per la scomparsa dell'artista ci aiutò moltissimo a fare in modo che l'apertura del museo fosse un progetto di successo. Facemmo infatti una campagna di ricerca fondi tutta privata, che sarebbe difficile immaginare oggi. C'erano allora alcuni imprenditori che avevano collezionato opere di Carlo Zauli e ne erano stati amici che hanno sostenuto il progetto e siamo così riusciti a procedere con una piccola ristrutturazione, ad allestire e ad aprire il museo. In realtà il progetto di trasformare lo studio in un centro culturale era stata una visione dell’artista stesso. Io che ai tempi organizzavo mostre d'arte contemporanea non ho fatto altro che contemporaneizzare e declinare il progetto nell'attualità di quel momento.

 

Come il Museo interpreta e agisce in un’ottica di welfare culturale?

Se da un lato il Museo è senz'altro una testimonianza esaustiva della vicenda artistica di Carlo Zauli e dall'altro lato sventola la bandiera della contemporaneità, invitando artisti in progetti di residenza, tantissima attenzione del museo invece è dedicata al rapporto con il territorio, inteso in molti modi. È un luogo di aggregazione, di formazione, anche innovativa, diciamo sperimentale. Ad esempio abbiamo realizzato dei progetti di arte contemporanea per adolescenti, la fascia più difficile da portare dentro i musei, anche di arte contemporanea. Infatti, nonostante ognuno di noi abbia vissuto veramente la maturazione della propria personalità e quindi una grande contemporaneità durante l'adolescenza, i modelli culturali non sono però molto amati da quelle generazioni. Il nostro concetto di welfare è stato quello di rendere aperto questo museo privato e contribuire alla fruizione più aperta possibile del pubblico generalista del territorio. Negli ultimi anni il nostro intervento nell’ambito del welfare si è sviluppato in due direzioni molto specifiche. Dal 2015 partecipiamo a, oppure organizziamo in prima persona, progetti con cooperative sociali che lavorano su delle emergenze, con categorie di persone con delle fragilità. Direi che questo è il concetto che lega tutto il nostro lavoro sul welfare, cioè cercare di fornire con lo strumento culturale, direi di più: artistico e artigianale, una risorsa per le fragilità. Quest'estate, ad esempio, abbiamo partecipato a un ciclo di workshop insieme a un gruppo di donne ospitate in un luogo di Ravenna denominato “Albergo sociale”. Si tratta di persone che si trovano improvvisamente in condizioni estreme e disperate, di solitudine e abbandono, ad esempio madri con bambini piccoli. Abbiamo constatato che lo strumento arte, e in particolare la manualità dell’argilla, il creare piccoli oggetti, lavorare proprio sulle fondamenta del lavoro della ceramica per creare progetti artigianali le ha aiutate moltissimo. Cioè c'è una grande rispondenza tra il rafforzamento rispetto a questa fragilità e l’apprendimento di una tecnica artistica e la creazione. Faccio un altro esempio. Durante alcuni dei nostri progetti di empowerment realizzati insieme a una cooperativa sociale, abbiamo rilevato che spesso le partecipanti, per lo più ragazze di origine africana, all’inizio hanno il sogno di recarsi in America, a Londra o in altre grandi città per aprire un salone di bellezza oppure lavorare presso famiglie benestanti. Poi, al termine del percorso, è come se i loro sogni si fossero trasformati: diventano infatti l’aprire una propria attività lì nel luogo in cui si trovano al momento, che si tratti di Bologna, Ravenna, Faenza etc., ad esempio un piccolo negozio ceramico oppure una piccola sartoria, ma proprio nel luogo in cui si trovano in quel momento. L’altra direzione con cui operiamo a livello di welfare culturale è, già da alcuni anni, l’arteterapia. Si tratta di un campo che ancora necessita di essere perimetrato completamente, ma sul nostro territorio alcune teorie vengono studiate sia a livello accademico al DAMS di Bologna sia sul campo. Noi lavoriamo infatti con un’artista performer arteterapeuta, Mona Lisa Tina, con cui realizziamo laboratori di Arteterapia all'interno del museo, sia per bambini sia per adulti. Il Museo quindi non si pone soltanto come luogo da visitare per vedere delle opere, o ad esempio per assistere a un concerto, ma diventa un punto di riferimento per lo sviluppo della persona, sia della persona che non ha particolari fragilità apparenti e intende soltanto approfondire certe tematiche artistiche, sia della persona con forti fragilità.

 

Su quali sfide è impegnato il vostro museo?

Intanto, per un museo come il nostro, riuscire a sopravvivere in modo attivo, cioè non soltanto essere aperti ma riuscire anche a produrre dei progetti di ogni genere, è una sfida. Il nostro è un museo privato che non è sostenuto da una grande famiglia imprenditoriale, non c'è un mecenatismo delineato chiaramente. E questo in un paese, l’Italia, complicato per gli stessi musei pubblici. Oltre a ciò, noi nasciamo in una città che ha il più grande museo della ceramica, che è la specializzazione della nostra città, al mondo. Quindi in una città piccola, che ha solo 60.000 abitanti, con un grandissimo museo, riuscire anche a trovare risorse non solo economiche ma anche progettuali per continuare ad esistere è una sfida, che rende il nostro lavoro quotidianamente molto stimolante. Un'altra sfida, legata all'arte, è quella di continuare a potenziare questo doppio livello, cioè fare in modo che il lavoro di Carlo Zauli continui a essere conosciuto, specialmente dalle nuove generazioni, e al tempo stesso continuare ad attrarre artisti importanti a livello nazionale e internazionale, che possano raccontarci qualcosa di nuovo di questo materiale, la ceramica, troppo spesso legato solo al circuito degli addetti ai lavori.  La terza sfida è proprio quella del welfare, del servizio alla persona, dell’“incisione sociale”, nel senso di incidere il più possibile nel ruolo sociale dell'istituzione culturale. L’idea, per esempio, è quella di proporre progetti formativi per gli adolescenti, laboratori di Arteterapia per diverse tipologie di pubblico e di temi. L’idea è di poter continuare a essere, e magari esserlo ancora più stabilmente, un punto di riferimento per chi ha delle fragilità e vuole ricostruire se stesso, come accade nei laboratori menzionati in precedenza. Quando si vedono certe potenzialità, si vorrebbe che fossero non legate alla stagionalità progettuale, della serie vinco un bando, faccio il progetto che poi si conclude. Sarebbe bello se all'interno del museo potesse esserci un laboratorio stabile dedicato all’arte intesa come strumento di welfare. Il nostro museo ha una peculiarità: è al tempo stesso un museo che racconta l'antologia di un artista, quindi un museo tradizionale che espone delle opere, e un laboratorio, conserva infatti, in modo pressoché intatto, un laboratorio, esattamente come era negli anni ‘60-‘70, con vecchi forni, vecchie cabine per le smaltature, il vecchio tornio. Quest’ultimo aspetto è molto forte e ci permette di guardare a tutte le attività più laboratoriali e attive.

 

Quale approccio adottate per la valutazione dei vostri progetti?

Nel nostro caso la valutazione ha sempre una tripartizione: per noi un progetto ha successo se la valutazione è positiva dal punto di vista economico-finanziario, artistico e sociale. Non siamo un museo che frequenta costantemente l’eccellenza artistica, non invitiamo solo e soltanto i più grandi artisti al mondo. Guardando i vincitori dei bandi nazionali, pubblici e privati, di fondazioni bancarie, del MIBACT etc. vedo che c'è sempre più attenzione nei confronti dell’aspetto sociale, dell'inclusione etc. e alla fine la qualità dell'opera artistica non è l'unico criterio, viene riconosciuta anche la qualità progettuale. Ad esempio, abbiamo vinto un bando del MIBACT per la realizzazione di un’opera scultorea di Claudia Losi che non prevedeva soltanto la produzione o l’installazione dell’opera, ma anche un laboratorio didattico per bambini, una performance dell’artista, delle narrazioni. Un esempio virtuoso per me, un esempio di un progetto in cui l'arte è pienamente rispettata nei suoi criteri qualitativi ma diventa traino per molto altro. Credo che un museo come il nostro, fortemente imbevuto di senso sociale, debba marciare su più livelli, da questo punto di vista. Ad esempio il lavoro stesso di Carlo Zauli sarà oggetto di una grande riflessione sul rapporto nell'arte tra uomo e natura, alla ricerca di un equilibrio tra uomo e natura che era quello che sempre emerge dalle sue opere. Anche tutti i nostri progetti di residenza per artisti nascono con una finalità didattica. Ad esempio, noi siamo sede di un corso per curatori, che organizziamo insieme all'Accademia di Belle Arti di Bologna, che vale 6 crediti formativi. L’arrivo di un artista per noi non è mai la mera produzione/esposizione di un’opera e la chiusura di una mostra, per noi è l’incontro con l’artista stesso. Un altro progetto importante è quello realizzato con l’artista Chiara Camoni, che prevedeva la realizzazione di grande cavallo nero in ceramica, attraverso una serie di workshop che hanno coinvolto oltre 20 donne di tutte le età e alcuni uomini. Nonostante io non sia particolarmente propenso per i progetti di genere, si è trattato di un'occasione importante per raccontare il rapporto tra il femminile e l'arte.

 

Come il museo ha fatto fronte alle disposizioni legate all’emergenza sanitaria?

Durante il primo lockdown eravamo molto attivi on-line, ne abbiamo approfittato per mostrare al nostro pubblico una serie di opere che non potevano essere fruite nelle sale museali. Ora lo siamo in maniera molto minore, si tratta sinceramente anche di una forma di protesta nei confronti di questa assoluzione quasi ovvia per la quale tutti i musei, i teatri e i cinema debbano restare chiusi, la riprova del fatto che la cultura e l'arte vengono viste come accessorie. L’arte ha lo stesso grado di spiritualità della religione e credo sarebbe stato giusto considerarla al pari della spiritualità; se le chiese possono rimanere aperte, cosa che condivido, anche il mondo dell’arte avrebbe dovuto avere la stessa possibilità. Quando le misure di contenimento dei contagi e la nostra situazione economica ce lo consentirà, torneremo a programmare le nostre attività.

 

Quali strategie per garantire la sostenibilità economica?

Al momento della nostra nascita, c’era un fiorire di musei privati, anche di piccole dimensioni, che costituivano una bellissima rete italiana, che poi nel corso degli anni si è molto molto diradata. Il nostro segreto credo sia quello di operare come un servizio pubblico e avere la capacità e lo strumento anche di aderire, di partecipare e di farci considerare dagli altri proprio un servizio pubblico. Ovvero aderire ai bandi delle Regioni, dei Comuni, allo stesso modo degli enti pubblici, garantendo lo stesso tasso di utilità sociale. Un altro metodo è stato quello di provare sempre a diversificare le fonti. Cioè se, da un lato, per un museo italiano è fondamentale la relazione con l’ente pubblico, dall'altro, altrettanto fondamentale è l'imprenditorialità. Non abbandono la speranza, anche se in questo momento il clima è difficilissimo, di riuscire a sollecitare risorse dei privati, anche attraverso strumenti e agevolazioni fiscali di cui ora beneficia il settore pubblico e che sarebbe opportuno estendere e allargare al privato.

 

Quali condizioni, a suo avviso, potrebbero favorire l’adozione di una prospettiva di welfare culturale da parte delle organizzazioni culturali?

 Credo che gli enti culturali andrebbero un po' costretti ad avere a che fare con il welfare, ad esempio con canali di finanziamento ancora più targetizzati su questo obiettivo. Per noi non è prevalente l’aspetto reddituale, abbiamo anche un grande ritorno reputazionale dalle nostre attività.  Ad esempio, stiamo partecipando e supportando una campagna di fund raising promossa già da un paio di anni da un gruppo disabilità della nostra città, attraverso una lotteria solidale dell’arte. Il gruppo disabilità ha acquistato delle opere d’arte, una delle tre opere in palio è di Carlo Zauli. ha stampato dei biglietti e ha proceduto alla vendita, e noi siamo impegnati in prima linea nella vendita dei biglietti, nella realizzazione di video etc. Sto anche pensando di aprire una galleria d’arte temporanea nel centro storico per sostenere l’iniziativa di acquistare l’arte e allo stesso promuovere un progetto solidale. La partecipazione a questo progetto per noi ha ovviamente un costo ma anche un ritorno reputazionale importante e tangibile. Sarebbe importante, a questo proposito, ci fossero più canali di finanziamento specializzati per i musei in questo senso. Quando si scatena la creatività, i livelli di percezione della qualità della vita si impennano. Dopo qualche ora di laboratorio ceramico le persone hanno davvero un'altra prospettiva… Incredibile!

ABSTRACT

Carlo Zauli Museum was founded in Faenza in 2002, at the death of the artist, one of the most representative sculptors of the 20th century. The museum hosts a permanent collection related to the artist and a collection of contemporary art works, but it is also a cultural production space promoting many different activities, among which artist residencies, art-therapy and empowerment projects. We interviewed Matteo Zauli, founder and director, as regards the main characteristics, projects and challenges of the museum, deeply involved in promoting a cultural welfare approach.

 

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