Una conversazione con Alberto Robiati, direttore di Forwardto - Studi e competenze di scenari futuri, che come consulente e imprenditore da anni aiuta individui, gruppi e comunità a innescare processi trasformativi, sia per compiere transizioni in momenti di cambiamento, sia per creare condizioni affinché l'innovazione (nelle sue tante forme) accada.

 

Il futuro è uno strumento di libertà. Il futuro si costruisce

Immaginare scenari futuri può nutrire la speranza e la fiducia, da una parte, e alimentare la consapevolezza delle possibilità, dall'altra. Per me è sempre stato il mezzo con cui esplorare opportunità alternative. Come spesso diciamo, intanto sgombriamo il campo da un potenziale equivoco: il futuro non si può predire, eccetto che per alcuni circoscritti ambiti nessuno è in grado di farlo. Anche se c’è chi racconta di esserne capace. Quello che impariamo dalla storia è che il futuro non è mai uguale al presente. Un esercizio pratico che facciamo svolgere nel nostro lavoro consiste in una perlustrazione del passato alla ricerca di caratteristiche di quella specifica epoca. Dopodiché confrontiamo quel mondo con quello di oggi e chiediamo: “Se viaggiassimo nel tempo e descrivessimo loro com'è il 2021, come reagirebbero?”. La risposta è che probabilmente ci prenderebbero per pazzi, che le nostre affermazioni sono ridicole, ingenue o marginali. Questo perché, al di là di alcune costanti, tendenze storiche che hanno traiettorie nel lungo periodo (i megatrend), il domani è diverso dall’oggi. Una tale prima comprensione consente alle persone di assumere un atteggiamento nuovo guardando in avanti: aprono a scenari possibili, considerano alternative, scandagliano l'orizzonte in cerca di discontinuità.

 

Se il futuro è incerto, vuol dire che può essere cambiato

Se il futuro non è scritto né già deciso, ma come detto è aperto ad alternative, lo dobbiamo proprio al suo tratto specifico, l'incertezza. Quando lavoriamo su questo con persone abituate a cercare risposte certe, che invocano ricette e soluzioni pronte subito, ci accorgiamo di quanto sia necessario un percorso preparatorio, che nutra mentalità e modelli culturali in modo da sciogliere questa pretesa di esattezza, attivando invece pensieri ed emozioni pronti ad accogliere ciò che di solito non rientra nei radar ordinari. Ci sentiamo così liberi di cercare non tanto la verità del futuro, quanto differenti storie percorribili che ci consentano di cambiare pensieri e azioni del presente. Non conta cosa il futuro ci dice, ma ciò che il futuro ci fa fare oggi. Il futuro, inoltre, ha un notevole peso etico. Per etico intendo l'assumersi la responsabilità delle conseguenze future di ciò che facciamo. Avere in testa le implicazioni delle nostre scelte ci pone di fronte alle eredità che lasciamo, intenzionalmente o meno. Abbiamo dunque una grande occasione: guardare al presente con gli occhi del futuro. In altre parole, attribuiamo nuovi significati ai nostri comportamenti quotidiani e agli eventi e ai fenomeni che osserviamo intorno, segnali più o meno forti di qualcosa che si manifesta e ha impatti “in divenire”.

 

Il “senso di futuro” come mentalità, sensibilità e meta-capacità

Il nostro lavoro è affascinante perché per costruire storie di futuri possibili lavoriamo con gruppi eterogenei, compositi, in cui le diversità sono ricchezza (di sguardo, di sensibilità, di esperienza). L'esito non è produrre immagini di invasioni aliene, auto volanti, colonie spaziali o robot dittatori. Semplicemente si tratta di esplorare opzioni al di fuori delle nostre aspettative, pensare l'impensabile. Come una pandemia che blocca tutto, un ponte autostradale che crolla, un movimento mondiale di minorenni che obbliga “i grandi” a dare importanza all'ambiente, l'uscita di una potenza mondiale da un'unione di Stati, l'ascesa politica di un imprenditore dello spettacolo ecc. Tutti eventi per lo più drammatici, ma che si portano dietro, come ogni cosa, criticità e opportunità. Una buona sintesi di cosa abbiamo imparato lavorando in questo modo è che il “senso del futuro” è insieme una mentalità, una sensibilità e una meta-capacità, che ci rende abili a comprendere le connessioni tra sistemi e orizzonti possibili, focalizzando il mondo che vogliamo, quale impegno sia richiesto per crearne le pre-condizioni affinché si realizzi, quali risorse, passi, superamento di ostacoli siano necessari. Si amplia la capacità di vedere e pensare lungo, interrogando la realtà su come si può arrivare a quell’orizzonte desiderato (quali scelte compiere? Quali cambiamenti attuare?), che le nostre scelte e le nostre azioni contano, che possiamo diventare agenti di cambiamento, attori protagonisti della storia futura.

 

Il futuro come vitamina delle comunità

Una scoperta che emerge dalle diverse applicazioni sul campo che stiamo facendo come team Forwardto è che quest'uso del futuro come strumento strategico agisce come un corpo che si rinforza, che nutre il proprio sistema immunitario, utilizzando una metafora in voga. Vale per un quartiere, una comunità professionale oppure un'azienda: esaminare scenari alternativi, potenziali minacce, idee emergenti, stimolanti opportunità, rinforza la nostra capacità collettiva di affrontare quel che verrà. Lavorare con il futuro in modo aperto e collaborativo, tramite un processo rigoroso e strutturato, ci rende una comunità, un'organizzazione o una società più forte.

Questi processi hanno, almeno, una triplice funzione:

  • aggregativa, in cui il futuro è un dispositivo coesivo, attivatore di processi relazionali sostenuti e nutriti da aspirazioni collettive;
  • strategica, sostenuta dall'uso del futuro come strumento di anticipazione, esplorando scenari alternativi e definendo percorsi per raggiungere risultati auspicati;
  • infine, una funzione innovativa, grazie all'uso del futuro come motore trasformativo, capace di modificare lo sguardo su ciò che accade oggi riletto alla luce dell'esplorazione di possibilità di domani.

Questo è ciò che accade, su scala ridotta, nei processi di cui siamo testimoni con il nostro lavoro. Ci siamo impegnati per una sorta di “educazione al possibile”, come dice Paolo Jedlowski. Il nostro interesse quotidiano, che si parli di un territorio o di un’azienda, è per gli innovatori marginali, alle periferie dei sistemi, spesso senza “voce”, ma ugualmente e fortemente attivi, visionari, resistenti e resilienti.

 

Il futuro politico e quello civico

Tutto questo per dire che il futuro è anche uno strumento fortemente politico. Come scriveva George Orwell, “chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato”. Significa che il potere sta nelle mani di chi governa le narrazioni. E va detto che la democrazia ha qualche problema con la lungimiranza, soprattutto quando si tratta di temi a sviluppo lento, come il climate change o la transizione demografica. Fenomeni che procedono a piccoli passi, ma progressivi e costanti. Per la politica il futuro è una colonia lontana e disabitata in cui scaricare i danni prodotti dalle attuali generazioni, come dice il politologo Maurizio Ferrera.

Forse bisogna sottrarre il racconto del futuro alla visione egemonica caratterizzata dal cosiddetto “soluzionismo tecnologico”: la tecnologia risolverà tutti i problemi, avremo computer sempre più potenti, macchine ancora più performanti, mezzi di trasporto più veloci, robot più intelligenti. Quelli basati sull'idea dell'accelerazione tecnologica hanno il problema che sono futuri di un solo tipo, portano un'unica rappresentazione. Dunque dovremmo allargare a nuove narrazioni, delineando futuri “aspirazionali”: equi, inclusivi, sostenibili, pacifici ecc. Questi potrebbero essere racconti che generano adesione e mobilitazione, perché sono modi di rappresentare il futuro che concorrono alla costruzione culturale e simbolica della società, attraverso configurazioni del possibile e del desiderabile.

 

Il futuro come costruzione nel presente

Il futuro, infatti, è anche territorio del desiderio, del sogno e del progetto. Esplorarlo può rianimare la nostra capacità di aspirare a una società migliore. Questa tensione verso un futuro migliore ha da sempre caratterizzato la storia dell'umanità, come hanno raccontato, tra gli altri, Jacques Attali, Marc Augè, Yuval Harari o qui da noi Domenico De Masi e Francesco Morace. Le comunità civiche e i movimenti di attivisti, più maturi e sensibili, possono elaborare scenari aspirazionali così forti da creare consenso e partecipazione. I processi partecipativi basati su metodi di foresight facilitano e alimentano queste dinamiche. Oggi sta forse tornando importante per tutti l'esigenza di costruire un orizzonte comune in cui chiunque possa riconoscersi, sia apprendendo la lezione del passato, valorizzando la memoria, sia alimentando le aspirazioni e le speranze individuali e sociali. Ciò che è interessante nel nostro lavoro è che il futuro si scrive nel presente, poiché per tutti noi è la prospettiva ad animare le intenzioni del quotidiano. Così possiamo fare accadere il futuro giorno dopo giorno. In questo il ruolo degli artisti e di chi si occupa di cultura è essenziale: sanno guardare oltre l’orizzonte del breve periodo. Abbiamo bisogno di menti illuminate, abituate a osservare il presente con gli occhi di chi esplora e apre a possibilità (minacce, rischi, opportunità, sogni). Pensiero lungo e capacità di raccontare, che sono il tratto della produzione culturale, nutrono il nostro senso del futuro.

 

Azzurra Spirito è una designer di processi collaborativi impegnata nello sviluppo di azioni, pratiche e strumenti volti alla cooperazione online e offline di sistemi (omogenei e non), con particolare attenzione a quelli che connettono pubblico-privato-comunità. Supporta l'identificazione di strategie a prova di futuro, adottando futures methods. Accompagna processi community-based nella generazione di servizi, progetti, modelli e policy. Grazie al framework design thinking, ibridato a diversi metodi e approcci, facilita l'identificazione di opportunità di impatto sociale positivo, la strutturazione di progettualità, la definizione di prototipi attraverso cui arrivare all'implementazione di soluzioni innovative in ambiti diversi: dalla rigenerazione urbana all'healthcare. È parte del team ForwardTO | Studi e competenze di scenari futuri. Ha lavorato per cinque anni all'interno di SocialFare | Centro per l'Innovazione Sociale. Come libera professionista ha collaborato, tra le altre, con realtà quali Univeristà Luiss Guido Carli di Roma, LabGov.city, TechSoup, Ong 2.0, Croce Rossa, Ires Piemonte.

ABSTRACT

The future is an instrument of freedom, because it nourishes hope and trust, on the one hand, and feeds awareness of possibilities, on the other one. The "sense of the future" is not given. It is at the same time a mindset, sensitivity and a meta-ability to train. Relating to the future puts us in dialogue with uncertainty. But if the future is uncertain, it means that it can be changed and therefore also built on the basis of the actions that we implement today. At this point, it’s not hard to understand the political implications of the future. George Orwell said, “whoever controls the past controls the future. Whoever controls the present controls the past”. It means that the power lies in the hands of those who govern the narratives. But what happens if communities take over this space? The future may become their immune system. This and much more in the conversation with Alberto Robiati, director of Forwardto - Studies and skills of future scenarios. As a consultant and entrepreneur, he has been for years helping individuals, groups and communities to trigger transformative processes, both to make transitions in moments of change, and to create conditions for innovation (in its many forms) to happen.

 

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