L’urgenza della crisi sanitaria, che è anche crisi economica, sociale e – ab origine - ambientale, ci spinge ad alzare il livello del dibattito, la qualità della riflessione e delle idee e, insieme, a legare quel dibattito e quelle idee ai processi di cambiamento, entrando quindi nel cuore della programmazione pubblica, nazionale e comunitaria, e della progettazione privata.

Lo sforzo, ed assieme l’ambizione, per una testata come LettureLente/AgCult, è di reagire a questa sfida allargando al massimo la lente di ingrandimento sui processi in atto per carpirne l’essenza, le tecnicalità, i vettori, così come le barriere e le resistenze. Nello stesso tempo l’obiettivo è di connettere le idee ed il dibattito promuovendo reti di dati, assessment e visioni, contaminazioni, e riportare il tutto a chi ha in mano le leve decisionali (dello stato, da una parte, del mercato dall’altra) e che, forse troppo a lungo nel nostro Paese, si è mosso indisturbato, in assenza di un dibattito pubblico stretto e pervicace, di un monitoraggio e di una valutazione del suo operato attenti e trasparenti.

In questa direzione si è mossa la call sulla gender equality, nel numero di aprile sintetizzata in inglese per il pubblico internazionale (ricordiamo, il processo è ancora aperto e generativo), e la nuova call lanciata questo mese da Letture Lente sul ruolo della cultura nell’affrontare i cambiamenti climatici. Ancora una volta, la forza del modello: sguardo globale (il tema non è affrontabile se non da scelte corali a livello internazionale, che il contributo di lancio di Michela Rota passa in rassegna) e azione locale (i numerosi progetti in atto nel Paese), attenzione all’innovazione e alle misure attivabili, la cultura come visione e metodo, perché “non ci può essere un cambiamento strutturale senza la diffusione di una cultura ecologica”. Punto nodale, infine, lo sguardo intersettoriale; e non è un caso che il contributo di Tiziana Ciampolini, di risposta alla call di genere, parta proprio dal tema del cambiamento climatico, ricordandoci come l’80% dei profughi climatici sia composto da donne e riportando le parole del Rapporto 2018 di UN Women, l’agenzia delle Nazioni Unite dedicata a studiare la condizione femminile: “Raggiungere l’uguaglianza di genere non è solo un obiettivo importante in sé e per sé, ma anche un catalizzatore per raggiungere l'Agenda 2030 e un futuro sostenibile per tutti”. E anche Paola Dubini ci ricorda le enormi potenzialità dello sguardo trasversale per amplificare la valorizzazione della cultura nel Piano nazionale di ripresa e resilienza: “c’è la possibilità di ottenere buoni risultati, soprattutto se a livello locale si vorrà utilizzare la cultura per sviluppare una strategia integrata, per esempio facendo sponda con le risorse per il rafforzamento delle competenze digitali nella pubblica amministrazione o per l’efficientamento energetico degli edifici pubblici”.

La forza della connessione tra ricerca e azione politica è evidente anche nel contributo di Anna Misiani, esperta di Programmazione e valutazione delle politiche pubbliche per lo sviluppo e la coesione presso il Nuvap. Il Nucleo di valutazione ha avviato un progetto di valorizzazione della banca dati di Open Coesione mettendo sotto osservazione “11.606 progetti finanziati dalla politica di coesione nel settore culturale nei cicli di programmazione 2007-2013 e 2014-2020 per complessivi 8 miliardi di euro”. La prima fase del progetto si è avvalsa di un data-linkage con i dati provenienti da “4.908 musei, gallerie, collezioni, aree e parchi archeologici, monumenti e complessi monumentali, statali e non statali, oggetto della rilevazione annuale a cura dell’Istat (dati 2019 riferita su 2018)”. Nuvap e Istat collaborano per rendere i dati sulla cultura maggiormente comprensibili e interpretabili, e “rilevanti” per la definizione di politiche pubbliche efficaci, ed è una ottima notizia che valorizza ancora di più la buona pratica, nazionale ed europea, rappresentata da Open Coesione.

Con la stessa logica di ricerca finalizzata alla public policy è stato realizzato lo studio sull’impatto della pandemia di Covid-19 sui settori culturali e creativi commissionato dal Parlamento Europeo e commentato nel contributo di Annalisa Cicerchia. La ricerca evidenzia le fragilità del comparto e delle sue catene del valore in Europa e propone alcune riflessioni sul “dopo”, proponendo un approccio di “transizione alla sostenibilità (riparare e prepararsi)”, che “combina visioni a breve termine (riparare il danno) e a lungo termine (prepararsi per un futuro a lungo termine)” con un focus ovviamente dedicato alla capacità di monetizzare i contenuti digitali. Quest’ultimo tema sarà sempre più centrale nelle politiche e nel dibattito pubblico e a questo proposito è utile ricordare quanto segnalato nel contributo di Giovanna Barni, laddove indica la necessità di accompagnare le politiche sul digitale da processi di capacity building e da “obiettivi che vadano oltre la mera innovazione tecnologica. La tecnologia non può essere sostitutiva e tantomeno fine a sé stessa ma deve essere uno strumento permanente per superare i gap che impediscono una migliore accessibilità e fruizione e una migliore conoscenza del patrimonio culturale”. Lo stesso concetto è ribadito nella conversazione di Azzurra Spirito con Alberto Robiati, direttore di Forwardto: ”Forse bisogna sottrarre il racconto del futuro alla visione egemonica caratterizzata dal cosiddetto “soluzionismo tecnologico”: la tecnologia risolverà tutti i problemi, avremo computer sempre più potenti, macchine ancora più performanti, mezzi di trasporto più veloci, robot più intelligenti. Quelli basati sull'idea dell'accelerazione tecnologica hanno il problema che sono futuri di un solo tipo, portano un'unica rappresentazione”. È interessante l’idea di futuro che emerge dal dialogo tra Spirito e Robiati, di nuovo al centro è la forza dell’azione politica, della capacità di operare delle scelte che, in modo trasparente, influenzino il corso degli eventi e quindi il futuro delle prossime generazioni. Ed è una azione sempre fortemente collaborativa: “Le comunità civiche e i movimenti di attivisti, più maturi e sensibili, possono elaborare scenari aspirazionali così forti da creare consenso e partecipazione”. Viene da pensare alla “campagna d’ascolto” lanciata dal nuovo segretario del PD, Enrico Letta, mediante un questionario in 21 punti che ha coinvolto 3000 circoli sul territorio nazionale: un segnale forte in questa direzione.

Anche la ricerca del Centre National de la Musique sul modello di business di Spotify, raccontata da Paola Dubini in questo numero, mostra quanto sia indispensabile, specie in periodi di violenta trasformazione come quello che stiamo vivendo, mettere le mani nella carne viva dei dati e dei modelli economici per intervenire nel modo più appropriato, in questo caso sulla sempre più evidente fragilità del lavoro culturale, sottoposto a criticità di sistema e a nuove sfide che rischiano di ampliare divari e frenare innovazione e creatività.

La necessità di rivedere strategie e politiche, e al contempo connettere visioni all’azione è evidente anche in ampi segmenti del terzo settore (in piena ridefinizione a fronte della riforma introdotta con il D.Lgs. 117/2017 come ci racconta il contributo di Francesco Florian) e del settore privato. In questo alcune fondazioni e aziende a forte vocazione di corporate social responsability hanno un importante ruolo di apripista, di fertilizzazione ed indirizzo del dibattito. Lo testimonia – ce lo racconta Giancarlo Sciascia -un’indagine demoscopica sulle attività di responsabilità sociale delle imprese e una mappatura delle iniziative sul territorio milanese promossa da Cariplo, Assolombarda e Fondazione Sodalitas: una ampia mole di dati, riflessioni e casi studio che evidenzia da una parte la ricchezza di strumenti di lavoro – buona pratica da esaminare con attenzione (la forza del metodo!) – e dall’altra la crescente dimensione della responsabilità sociale che da committment formale è sempre più cura effettiva delle comunità e delle persone.

Il tema è evidente anche nel contributo di Flavia Coda Moscarola e Marco Demarie della Fondazione Compagnia di San Paolo. In risposta alla call sugli squilibri di genere, il loro intervento indica la traduzione dei principi, in strategia e organizzazione “È una dichiarazione di direzione in primo luogo per i partner della Compagnia, che propone alcune regole del gioco a coloro che sono interessati a collaborare con la fondazione e chiarisce le mete che ci proponiamo; è anche per la Compagnia medesima una architettura istituzionale piuttosto complessa e interattiva, una bussola che consente a governance e struttura di calibrare e verificare la propria progressione”. Di fatto uno strumento per migliorarsi e – quindi - migliorare la capacità di portare beneficio alla comunità. Di nuovo la forza del metodo. In ambito “gender equality” questo è leggibile in diverse iniziative tra le quali un audit di genere per “vagliare se le nostre pratiche e il nostro ‘vissuto’ professionale fossero dal punto di vista della diseguaglianza di genere coerenti o meno con i principi di equità e non discriminazione che dichiariamo. Questa occasione, in più, ha permesso di avviare una riflessione su come il ‘discorso sul genere’ e le sue implicazioni trovano applicazione concreta in un’organizzazione che, quasi per definizione, ha la responsabilità di azzerare lo scarto tra asserzioni e comportamenti, giacché su essa incombe l’onere, non sempre semplice, di valutare il lavoro altrui”. Questo contributo mostra, di fatto, come riflettere sulle questioni di genere sia un percorso che parte da sé stessi per mettere in discussione il sistema (di fatto l’assunto da cui è partita la call) e quindi cercare nuova luce.

Questo percorso di auto-analisi, strettamente personale ma anche dichiaratamente e collettivamente enunciativo, un privato che si fa pubblico, è evidente anche nei percorsi di due artiste/creative impegnate in tematiche di genere a cui Letture Lente è stata molto felice di dare voce, Sara Conforti ed Elena Ruzza. La prima utilizza l’abito come strumento di condivisione e di ascolto di una comunità, di disvelamento di meccanismi di potere e di consumo. Il cucire e indossare si fa azione politica, producendo contesti “dove l’approccio artistico e quello pedagogico entrano nella relazione d’aiuto per rispondere insieme all’urgenza”. La seconda mette in scena un nuovo immaginario di genere, assieme ad un gruppo di ricercatrici della Sezione di Torino dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e del Dipartimento di Fisica dell’Università di Torino (Anna Ceresole, Nora De Marco, Simonetta Marcello e Nadia Pastrone) con Emiliana Losma, esperta di storia delle donne oltre a Rita Spada, esperta in innovazione tecnologica: il palco diviene lo spazio per spezzare la dicotomia tra donne e scienza aprendo una visuale sulla Fisica del ‘900 attraverso gli occhi di quattro scienziate dal forte valore intellettuale e umano ma mancati riconoscimenti. Da segnalare come entrambe le artiste si muovano in un contesto a rete e a chiara vocazione educativa.

È evidente, nel dibattito portato avanti da Letture Lente e dei contributi sintetizzati in questo editoriale, il filo sottile che lega la ricerca (l’analisi, l’autoanalisi) all’azione (pubblica, privata) alla partecipazione. All’azione è dedicato il volume di Antonio Capitano recensito da Vittoria Azzarita che passa in rassegna, con il contributo di molt* studios*, le criticità del settore culturale alle prese con la pandemia e le strategie possibili. Tra queste vale la pena di citare il suggerimento di Giovanna Romano e Franco Broccardi di “sollecitare gli enti pubblici a rivedere la legge del 2%, molto spesso colpevolmente inapplicata” che prevede “l’obbligo da parte delle Amministrazioni Pubbliche di destinare una percentuale dell’importo speso per la costruzione di nuovi edifici pubblici all’acquisto di opere d’arte da collocare nell’edificio stesso”. Di nuovo la forza dello sguardo trasversale. Ma è la partecipazione il cuore vero di ogni sistema di ragionamento, il punto di partenza e di arrivo di tutti i processi. Il modo in cui la cultura cambia la vita delle persone rendendole libere (di abbandonare legami pregiudiziali e di afferrare legami nuovi di senso). Questo ci raccontano le parole di Matteo Zauli, direttore del Museo Carlo Zauli, raccolte da Maria Elena Santagati: “Durante alcuni dei nostri progetti di empowerment realizzati insieme a una cooperativa sociale, abbiamo rilevato che spesso le partecipanti, per lo più ragazze di origine africana, all’inizio hanno il sogno di recarsi in America, a Londra o in altre grandi città per aprire un salone di bellezza oppure lavorare presso famiglie benestanti. Poi, al termine del percorso, è come se i loro sogni si fossero trasformati: diventano infatti l’aprire una propria attività lì nel luogo in cui si trovano al momento, che si tratti di Bologna, Ravenna, Faenza etc., ad esempio un piccolo negozio ceramico oppure una piccola sartoria, ma proprio nel luogo in cui si trovano in quel momento”.

Dopo l’abisso che ci ha trascinati nell’indicibile, scintille, poetiche e concrete, di un nuovo Umanesimo, che vede l’uomo connesso a un pianeta che non è al suo servizio. Con uno sguardo nuovo a fenomeni collettivi che, come ci evidenzia Massimo Recalcati, erano a distanza di sicurezza, si accanivano sulle popolazioni più svantaggiate e che oggi hanno accomunato le persone, le comunità, le economie in un destino senza precedenti, che può mutare solo con una condivisione di responsabilità. Correggendo l’idea individualistica di libertà, fuori da ogni astrazione retorica, con la solidarietà. Riconoscendo il ruolo delle istituzioni, che come ci diceva Pasolini, senza risparmiare le critiche, rendono possibile l’esperienza della condivisione. Etimologicamente commuovono.

Un viaggio politico, senza che di politica si discuta mai.

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