Da oltre due mesi, ogni venerdì alle 17 entriamo in un museo accompagnati dal direttore o dalla direttrice e da altre figure professionali: mezz'ora di dialogo in diretta - se possibile in presenza, altrimenti da remoto - con i padroni di casa e con il pubblico di Clubhouse. Il format nasce infatti sulla nuova piattaforma social, che si basa esclusivamente sull'interazione audio, e trova una seconda vita come podcast (su Spotify e sul sito di Mikipedia Arte).

Il programma, incluso nel palinsesto ufficiale di ClubItalia e moderato da Michele Fiore (founder di Mikipedia Arte), Barbara Landi (responsabile della comunicazione di ICOM Italia) e Elisabetta Roncati (founder di Art Nomade Milan), offre l'opportunità di compiere un viaggio all'interno dei numerosi luoghi della cultura per riscoprirne la storia, l'arte, gli aneddoti e le vicende che legano il museo alla comunità.

Il progetto

In un periodo così particolare, che sta mettendo a dura prova tutti noi, professionisti e fruitori di cultura, questo nuovo social, che pone al centro dell'attenzione la voce e quindi l'ascolto, consente di creare dei veri e propri "salotti culturali inclusivi”.

L’hashtag #BackToMuseums era già stato utilizzato da ICOM Italia (che ha concesso il patrocinio all’iniziativa su Clubhouse e alle sue varie declinazioni) per un concorso fotografico su Instagram che aveva l’obiettivo di sostenere i musei durante il periodo di pandemia, tra chiusure e riaperture parziali, attraverso la condivisione delle foto scattate dagli utenti all’interno dei musei e dunque attraverso il racconto della loro esperienza.

Era il 5 febbraio 2021 e la Lombardia era di colore giallo. I musei potevano dunque essere aperti, anche se solo durante la settimana. La voglia di tornare a respirare i luoghi della cultura era talmente grande che gli ideatori del format, tutti gravitanti su Milano, decidono di tornare a visitare il Museo Poldi Pezzoli, uno dei pochi aperti in città. Tutti da poco su Clubhouse, pensano di sperimentare una visita guidata audio, per gli utenti del nuovo medium da poco sbarcato in Italia: nel pieno rispetto dei visitatori - purtroppo pochissimi - si svolge così un dialogo a tre sulla storia della casa museo, del suo fondatore e mecenate e sulla bellissima collezione ospitata nel palazzo storico. Il positivo riscontro del pubblico ha fatto sì che l’appuntamento divenisse subito fisso e nelle due settimane successive il programma ha visitato la casa museo Boschi Di Stefano (in presenza, con la sua direttrice Maria Fratelli) e il Museo Bagatti Valsecchi (in remoto, con la sua curatrice Lucia Pini).

Le benevole rimostranze espresse da chi si era trovato impossibilitato a seguire la diretta - o per propri impegni o perché in possesso di un dispositivo non iOS - sono state uno stimolo per trovare una soluzione che potesse consentire una fruizione più ampia e inclusiva. Dal 4° appuntamento, infatti, #BackToMuseums è stato registrato e reso disponibile in forma di podcast.

Dalle case museo al primo podcast: il Museo Pietà Rondanini al Castello Sforzesco di Milano, raccontato dalla sua direttrice Giovanna Mori

Dopo le case museo, portatrici di una storia a più livelli (quella dei loro fondatori, delle collezioni e delle dimore storiche che le ospitano) #BackToMuseums arriva al Castello Sforzesco di Milano. I musei sono ancora aperti, anche se i visitatori sono purtroppo rari, data l’apertura unicamente infrasettimanale, e dunque il programma viene registrato in loco: una visita guidata appassionata, condotta dalla responsabile del Museo della Pietà Rondanini, Giovanna Mori (ascolta il podcast).

La realtà storica del castello è molto variegata: da dimora degli Sforza divenne prima una caserma, poi una prigione e persino un ospedale, durante la dominazione spagnola. Ed è proprio all’interno dell’ex-ospedale spagnolo, “casa” della splendida Pietà Rondanini di Michelangelo, che si è svolta la 4a puntata del programma #BackToMuseums. Il museo ora è nuovamente chiuso, ma sempre attivo sui canali social, curati con attenzione dallo staff del Castello (maggiori info: www.milanocastello.it).

L'opera michelangiolesca, come sottolinea la direttrice, è stata fortemente voluta dai cittadini. La sua acquisizione è infatti frutto di un investimento del Comune di Milano e di una sottoscrizione popolare.

Quando la Pietà è arrivata al Castello, prosegue Giovanna Mori, si è posto “il problema di come collocare un’opera […] così potente, spirituale ed emozionante, senza un ruolo ben definito di destinazione in uno spazio museale che ha già un suo percorso di coerenza: stilistica, di epoca e di materiale”.

La collocazione attuale risale infatti al 2015. Inizialmente la Pietà Rondanini fu posta al termine del Museo di Arte Antica del Castello, nella Sala degli Scarlioni, con un allestimento ideato dal noto gruppo di architetti italiani BBPR: un’esedra in pietra serena che dichiarava l’autonomia di una scultura che doveva essere ammirata nella sua interezza, ma soprattutto nella sua riservatezza.

Si è molto riflettuto sulla sua ricollocazione, ma quando il calco dell’opera fu posizionato all’interno dell’ospedale spagnolo - dunque un locale di servizio, non ancora restaurato e lontano dagli spazi nobili dove si trovano i musei del Castello - “abbiamo capito che era arrivata a casa”.

Se la più nota Pietà vaticana è l’opera della giovinezza, realizzata su commissione e in cui l’artista esprime tutta l’eccezionalità della sua tecnica esecutiva, la Pietà Rondanini è “l’opera della maturità, che Michelangelo ha realizzato per se stesso e in cui fortissimo è il senso di dolore che emana dal volto appena abbozzato della Madonna e del Cristo: queste due figure fuse, una vicino all’altra, nella loro incompiutezza suscitano un pensiero di compassione che emoziona moltissimo il pubblico”.

Pur rifacendosi al tema iconografico del vesperbild e al suo sottolineare il dolore e suscitare nei fedeli la compassione, la posizione della Pietà Rondanini è molto diversa da quella vaticana, sia perché le due figure sono in piedi, sia perché in qualche modo qui è il Cristo a sorreggere la Madonna e non solo viceversa: la sorregge infatti con la seconda versione del braccio, che crea una curva particolare, una curva che - come ci dice la direttrice - “accoglie, protegge ma offre”.

La nuova collocazione, il cui allestimento è a cura dell’architetto Michele De Lucchi, regala all’opera un basamento speciale, frutto della collaborazione tra il Politecnico di Milano, l’Istituto Centrale per il Restauro e molte altre professionalità, che consente di proteggerla dalle possibili scosse telluriche e dalle microscosse che derivano dal passaggio della vicina metropolitana.

Parte fondante dell’allestimento è anche la scelta di un’illuminazione quanto più possibile naturale, che accompagna l’opera in maniera morbida.

Ma qual è il rapporto di Giovanna Mori con la Pietà Rondanini? “Il rapporto con questa opera è di rispetto, familiarità e confidenza. Perché non è chiaramente lo sguardo o il rapporto che può avere un turista, ma vi posso confessare che in certi momenti mi emoziona ancora. E’ un’opera talmente forte e piena di significati, approfondimenti e messaggi che non è possibile rimanere indifferenti”.

I prossimi appuntamenti

Vi diamo appuntamento alla prossima settimana con #BackToMuseums, quando ci sposteremo a Roma e vi porteremo in due musei molto particolari: il Museo Laboratorio della Mente (con il direttore Pompeo Martelli) e Palazzo Merulana (con la direttrice Paola Centanni e il responsabile dei progetti culturali Andrea Valeri).

 

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