© La piantina digitale di Udatinos, opera d'arte datapoietica di Salvatore Iaconesi e Oriana Persico presso l'Ecomuseo Mare Memoria Viva di Palermo

In questi giorni mi sono trovato a essere chiamato ad esprimere un parere sulla proposta di regolamento del Parlamento Europeo e del Consiglio relativo alla governance europea dei dati. I "chiamanti" sono stati diversi: una organizzazione sindacale, due aziende, una associazione di stakeholder europei.

Innanzitutto una nota: io sono artista, ingegnere e ricercatore, e il fatto che il mio parere sia stato invocato da questo tipo di attori mi ha fatto respirare un'aria buona, in cui la transdisciplinarietà ha un suo peso nel decision making.

Riporto qui alcune delle osservazioni che ho espresso, perché mi sembra che sia positivo condividerle pubblicamente e sollecitarvi attorno un dibattito pubblico. Le riunisco per comodità in brevi capitoli.

IL CONCETTO DI IDENTITÀ DIGITALE

La governance dei dati è strettamente collegata al tema dell'identità digitale.

Però, Il modello di identità digitale che si dà per scontato quando se ne parla – ovvero le forme di carta di identità, passaporto o identificativo unico e/o crittografico – è molto lontano dall'identità digitale per come questa si manifesta nella realtà dei fatti e delle pratiche.

Infatti l'identità, nei sistemi digitali, è un concetto che ha molte più declinazioni rispetto al concetto di identificabilità che si usa al suo posto. L'identità digitale può essere individuale, anonima, collettiva (es: condividiamo un account), temporanea (es: un indirizzo di email creato per un evento), transitiva (es: ti cedo il mio account) e anche un remix di tutte queste modalità (ad esempio potremmo pensare di creare una identità collettiva e temporanea per rappresentare tutti i partecipanti ad un evento senza doverli necessariamente identificare uno per uno).

I maggiori problemi che si incontrano rispetto al trattamento dei dati (per esempio privacy, controllo algoritmico, portabilità dei dati, etc.) hanno proprio a che vedere con questa discrepanza tra identità e identificabilità, tra quello che c'è nel mondo e quello che esiste nella burocrazia e nell’amministrazione (pubblica e privata).

Quali potrebbero essere le alternative? Per fare un esempio pratico, noi, come centro di ricerca, usiamo un protocollo tecnologico/sociale/legale che si chiama Ubiquitous Commons, che mette a disposizione proprio questo sistema di identità nativamente digitale. Con questa tecnica/metodologia io, soggetto X, posso avere più identità: posso essere individuo, anonimo, parte dell'identità collettiva del mio condominio o della mia azienda, destinatario dell'identità transitiva di quando muore un mio caro e mi trasferisce dei beni (e dei dati) in eredità, e così via. Diversi tipi di dati li esprimo attraverso diverse identità: quando configuro la mia caldaia smart ci metto la mia identità individuale per pagare la bolletta, quella condominiale per calcolare l'efficienza energetica dell’intero edificio, e una identità transitiva per quando dovrò fare la voltura. Tutto ciò corrisponde al fatto che diverse altre identità (l'azienda energetica, l'amministrazione locale, l'ufficio delle imposte...) avranno accesso a diverse parti di questa identità, con diversi livelli di aggregazione/anonimizzazione, all'origine e in maniera automatica, tramite dei sistemi di smart contract. I dati sono miei e, in maniera controllata, posso darli in uso al mio condominio, all'azienda energetica, alla regione, etc.

Quando voglio cambiare provider annullo uno smart contract e ne accendo un altro: i dati rimangono miei e tutto continua a funzionare.

Se il comune vuole fare un concorso per il quartiere con maggiore efficienza energetica, crea una identità collettiva e temporanea per ogni quartiere, le persone aggiungono le identità nei loro termostati e negli altri dispositivi nelle loro case, e i dati vengono gestiti in maniera aggregata da uno smart contract per il concorso.

E così via.

È il modello burocratico/amministrativo che va innovato: le tecnologie ci sono già tutte.

Come al solito in questi casi, c’è un lavoro di immaginario e di creazione di linguaggio da fare – culturale, non tecnico.

TRANSIZIONE DAI MODELLI ESTRATTIVI AI MODELLI GENERATIVI

Questa questione è strettamente collegata alla precedente.

Dati e computazione, attualmente, sono interpretati secondo modelli estrattivi, proprio come il petrolio. Questo parallelo è altamente problematico, ed è anch’esso alla base di tutti i problemi di cui stiamo parlando.

Nella situazione attuale i dati vengono estratti (dall'ambiente, dai comportamenti delle persone, dai raccolti, dai mercati...), e separati dal contesto, per ricomparire poi sotto forma di prodotti, servizi e decisioni.

Per citare male Mark Fisher, si fa sinceramente fatica a immaginare dei modelli che non siano estrattivi, quando si parla di dati: è il Realismo dei Dati e della Computazione. È una condizione di egemonia culturale ubiqua, che si dà scontata a scuola, all’università, nelle aziende e nelle istituzioni.

I dati, invece che fenomeni estrattivi, potrebbero diventare a "chilometro zero", ovvero fenomeni generativi. Il che non vuol dire assolutamente impedire la costruzione di un'industria o un’economia su questi dati. Ma vuol dire che quest'industria deve essere sostenibile per l'ambiente, la società, la psicologia, i diritti e le libertà delle persone, dell’ambiente, della biosfera.

Avere il dato a chilometro zero, presso chi lo genera o nelle sue immediate vicinanze, risolve tutti i problemi della filiera del dato: da quelli della privacy, alla portabilità, alla verificabilità, su su, fino all'enorme insostenibilità ambientale dei grandi data center, che fanno sciogliere i ghiacciai, dove invece, per manutenere i miei dati, o del mio condominio, o della mia azienda agricola mi basta un pannellino solare da pochi euro.

Dai modelli estrattivi occorre invece passare ai modelli generativi, in cui, come visto prima, è il soggetto o l’attore (che sia un’azienda, un condominio, un quartiere o una foresta) che genera e mantiene i dati, li mette a disposizione in maniera ecosistemica, come parte della sua vita civile, del suo divenire, del suo esprimersi e rappresentarsi nel mondo: dati come autobiografia, autorappresentazione, espressione e medium del suo entrare in relazione con altri attori.

Il datum (dato) diventa datur (da dare)

Nota: per questa espressione così elegante e sintetica devo ringraziare una giovane ricercatrice, Francesca Peruzzo.

DATI COME COMMONS, SECONDO LA DEFINIZIONE DI ELINOR OSTROM

Quando si parla, in qualche forma, di "dati come bene comune", occorre prestare attenzione alla definizione di commons, per come è stata formulata all'origine dalla premio nobel Elinor Ostrom, e che è alla base di tutti i modelli economici che si fondano sui beni comuni, che altrimenti non funzionano.

Secondo la definizione originaria, infatti, il "bene comune" non è solo una qualche risorsa messa "in mezzo". Il commons è composto, bensì, da tre elementi:

  • la risorsa;
  • l'esistenza di un ecosistema relazionale ad alta qualità intorno alla risorsa;
  • il fatto che questo ecosistema relazionale ad alta qualità concordi su un codice secondo cui usare la risorsa, e su dei modi di risolvere le controversie.

Molto spesso, anche nel discorso dei dati, si adotta una definizione che include solo il primo elemento, e si tralasciano gli altri due, inficiando, di fatto, ogni possibilità di crearci modelli economici, sociali e di comunità, ma solo riconducendosi al caso del fenomeno estrattivo descritto al punto precedente.

NUOVE ALLEANZE CON AGENTI COMPUTAZIONALI

Infine, chiudo con una considerazione di visione. Tutto il discorso sui dati e sulla computazione è attualmente fondato su una modalità "difensiva": si difende la privacy, ci si difende dal controllo, etc. Il perché è evidente: ci sono potenze economiche globali nel gioco, e la posta è molto alta e mette in pericolo i nostri diritti, le nostre economie e le nostre democrazie.

Ma questo non significa che occorra abbandonare una visione "evolutiva" che, mentre ci difendiamo, è la sola che può traghettarci verso i mondi più giusti, sostenibili e con maggiori opportunità accessibili che tutti desideriamo.

Alla base di questa versione evolutiva c'è questa nuova condizione in cui siamo immersi, che nel nostro centro di ricerca – HER: She Loves Data (www.he-r.it) – chiamiamo il Nuovo Abitare: nel nostro mondo globalizzato e iperconnesso siamo esposti sempre più a fenomeni complessi. Per comprenderli e per averci a che fare abbiamo necessità di avere a che fare con enormi quantità e qualità di dati. Tutti noi, dal semplice cittadino all'azienda globale. Ne va della nostra sopravvivenza dignitosa. La pandemia ne è la prova lampante: il nostro diritto a uscire di casa, andare a scuola, entrare al pronto soccorso, accedere alla biblioteca, beneficiare di un vaccino dipendono tutti da enormi quantità e qualità di dati. E presto arriveranno i cambiamenti climatici, le migrazioni, l'energia, la povertà etc.

Noi, come esseri umani, non abbiamo alcuna sensibilità verso i dati, men che meno verso queste enormi quantità e qualità di dati. Tramite la computazione, però, questi dati possono divenire visualizzazioni, suoni, nuove tattilità, nuove forme che possiamo vedere e toccare: possiamo scrivere dei programmi che traducono i dati in tutte queste (ed altre) cose, esponendoli alle nostre sensibilità, rendendoli sensatili.

Per godere di queste possibilità occorre, quindi, concepire nuove alleanze con gli agenti computazionali, che vanno oltre il concetto di utilità e di servizio: alleanze estetiche, esperienziali, poetiche, visuali, tattili, emozionali. Senza queste nuove alleanze non possiamo sopravvivere, conoscere ed avere esperienza e comprensione piena del mondo in cui viviamo.

Il nostro centro di ricerca, per esempio, si occupa proprio di queste nuove possibili alleanze, per come si possono manifestare nella società, nella scuola, nelle aziende, negli ospedali, nello spazio pubblico, e così via.

Questo è un punto fondamentale. Abbiamo tutta la tecnica di cui abbiamo bisogno per trattare i dati in modo generativo. Quello che è completamente deficitario è l’immaginario, il linguaggio, e i modi di approcciare le questioni nella cultura. Leggi e regolamenti si interpretano, e ciò che determina come queste leggi e regolamenti verranno interpretati è l’immaginario che c’è dietro, e la cultura di quelli che li interpreteranno.

Accanto agli interventi su leggi e regolamenti, sono necessari interventi di immaginario, estetici, di linguaggio, che sono purtroppo molto carenti. Anzi, è troppo spesso vero il contrario: ci troviamo molto spesso a constatare tristemente che sono i linguaggi dell’immaginazione, dell’arte e della creatività ad avere la peggio rispetto a quelli della burocrazia, dell’amministrazione, del monitoraggio.

Il Nuovo Abitare consiste di queste nuove possibili alleanze con dati e computazione e, attraverso di questi, con il resto dell’ecosistema, in cui tutti gli attori possono generare dati, che siano persone, caldaie, edifici, città, animali, foreste. I dati diventano un common ground, un terreno comune che la computazione può tradurre da una sensibilità all’altra, espandendole. Il Nuovo Abitare è composto dalle nuove ritualità di questa condizione, che abbiamo riassunto con il termine di Datapoiesi: i dati e la computazione creano fenomeni che prima non esistevano, che permettono di avere a che fare con i problemi complessi del nostro mondo globalizzato e iperconnesso.

Questo è un salto quantico necessario, se vogliamo ambire a vite dignitose accessibili. L’uso militarizzato dei dati della pandemia ci ha reso questo punto evidente oltre ogni ragionevole dubbio. Un salto di questo genere si può solo realizzare tramite l’intervento sugli immaginari, sulle culture visive, musicali, immersive e della moda. Serve tanta Arte nei luoghi dove si prendono le decisioni, un’Arte di questo secolo, profondamente intrecciata nei processi della Scienza, della Tecnologia e della Società contemporanea.

 

Salvatore Iaconesi, HER: She Loves Data. Artista e designer, ha fondato insieme alla moglie Oriana Persico Art is Open Source and HER: She Loves Data, i centri di ricerca che usa per esplorare la trasformazione umana nell’epoca dei Dati e della Computazione ubiqua, e fondatore dell’associazione Nuovo Abitare. Insieme ad Oriana ha scritto Digital Urban Acupuncture (Springer, 2016), La Cura (Codice Editore, 2016), Read/Write Reality (FakePress Publishing, 2011), Romaeuropa FakeFactory (DeriveApprodi, 2010) e Angel_F: diario di vita di un’intelligenza artificiale (Castelvecchi, 2009).

ABSTRACT

The discussion around the upcoming regulation for the governance of data at the European Parliament calls for fundamental considerations about digital identity, the current extractive models of data and computation, and about their community dimensions. It is a big mistake to consider data as the new oil: this extractive perspective is highly problematic. Data and computation can, instead, be considered as generative phenomena in society. This concept calls for new, needed, alliances: 'il Nuovo Abitare', a New Living, in which data is the common ground between human beings, animals, plants, building, cities, forests, organizations and computational agents, to be able to form new relationships and new sensibilities. To this extent, the role of those forms of art which will be able to collaborate with sciences, technologies and society, will be of crucial importance.

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