© Boogie-Woogie, Renato Guttuso. Photo by Michele Trimarchi

Presente nella prima missione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, la Cultura si prepara a ricevere oltre sei miliardi e mezzo di euro: 6,675 miliardi complessivi per la missione, dei quali 4,275 di investimenti e 1,460 relativi al fondo complementare che investe sui grandi attrattori culturali. Le questioni sono molteplici, inevitabilmente, e non dovrebbero riguardare la dimensione complessiva del fondo, che dipende da una serie di equilibri sui quali non c’è molto spazio d’azione. I nodi cruciali che il PNRR affronta sono metodologici, e riguardano la struttura stessa, le finalità strategiche e gli orientamenti operativi che si pongono davanti al sistema culturale, piuttosto esausto a causa di diversi fattori. Fotografarne – brevissimamente – lo stato di salute attuale può essere utile per capire su quali leve il PNRR possa agire per onorare la promessa di rinascita e resilienza, senza dimenticare che la prima può essere indotta e facilitata, e che la seconda sposta il fulcro dell’azione sul sistema culturale stesso.

DOVE SIAMO

Da molto tempo il sistema culturale naviga in una temperie di incertezza e attesa. Eppure, se ne dà spesso una lettura enfatica, sottolineandone la potenza di fuoco identitaria (il ‘made in Italy’ che ormai somiglia tanto a un bollino) da una parte, e la consistenza dimensionale (‘la mia cultura è più grande della tua’, per parafrasare una recente guasconata) dall’altra. Di fatto si naviga in un limbo di emergenza permanente, anche per effetto di interventi legislativi parziali definiti ‘riforme’ che finiscono per generare falle e fragilità per le quali sono poi necessari interventi ulteriori di salvataggio. La situazione è delicata e l’irrigidirsi della griglia normativa, sia pure con alcune isolate innovazioni – per tutte l’autonomia finanziaria dei musei più importanti – ha posto l’accento cruciale sul livello della spesa pubblica. Sono quasi unanimi gli appelli che ne chiedono l’aumento, ma nessuno ne mette in discussione metodi e criterî; al contrario, si reclamano interventi regolamentari tassonomici e per più di un verso costrittivi, come ad esempio lo statuto dell’impresa culturale e creativa che ne limita la necessaria versatilità.

DOVE POSSIAMO ANDARE

In questa cornice piuttosto rigida, il PNRR può rappresentare uno snodo utile per spingere il sistema culturale fuori dalla tattica dell’immediato, verso una strategia che si muova su un orizzonte di lungo periodo e allarghi il proprio spettro d’azione connettendosi in modo fertile al resto della società. La Cultura appare sempre di più una chiave di lettura critica, una cassetta degli attrezzi interpretativa da innestare in altri comparti, dall’industria alla salute: non più decorazione lussuosa, ma glossario condiviso. Nella sua asciuttezza pragmatica, il PNRR indica le direttrici cruciali che rappresentano la sfida dei prossimi anni: la rigenerazione del patrimonio culturale, la valorizzazione degli asset e delle competenze, la digitalizzazione e l’estensione dell’accesso. Che una spina dorsale così definita possa suscitare qualche malcontento è del tutto naturale: la politica, finalmente, rispetta la propria natura selettiva e responsabile; piacere a tutti richiede un ecumenismo forzato che si traduce in diluizione e inefficacia delle misure.

Certo, ciascuno ha la propria legittima visione del sistema culturale e delle sue priorità, ma non è questo il tempo per imbarcarsi nell’ennesima disputa dei chierici: il PNRR non deve essere considerato il salvagente della Cultura italiana, ma può rappresentare la spinta necessaria a rimettere in moto un sistema che stenta a interpretare lo zeitgeist tanto dal punto di vista strutturale quanto da quello semantico. Le opportunità offerte sono molteplici e coprono uno spettro esteso anche nella prospettiva territoriale, combinando interventi specifici per luoghi e istituzioni speciali con un tessuto di sostegno per le aree interne, le periferie, i luoghi minori e i gruppi sociali negletti. La dimensione digitale affiora in molti punti, rappresentando un’opzione ormai non più eludibile di conoscenza e conservazione, ma al tempo stesso di approfondimento e divulgazione. L’urgenza di una sistematica cooperazione istituzionale, tanto fra livelli di governo quanto fra attori diversi, può stimolare il superamento della reciproca indifferenza – quando non della clonazione – tra diverse giurisdizioni, così come della tentazione ormai radicata di competere tra attori che invece trarrebbero il massimo del beneficio dalle sinergie.

GLI SNODI

Si tratta di un programma incisivo e al tempo stesso delicato. Perché possa concretarsi in un investimento concreto e sostenibile occorrono alcuni elementi di fondo che il PNRR non può enunciare, ma che ne rappresentano le naturali implicazioni. Il primo è di natura interpretativa: se può risultare chiaro che cosa ‘efficienza energetica’, ‘restauro’, ‘bilanciamento dei flussi turistici’ e ‘sostenibilità ambientale’ possano significare, non altrettanto chiari sono ‘partecipazione sociale’, ‘accessibilità cognitiva’, ‘welfare urbano’. La declinazione di queste aree d’azione richiede, infatti, un filtro strategico che ne metta in chiaro i profili tecnici e lo spettro di rilevanza. Prendendo ad esempio il tema dell’accessibilità – tanto materiale quanto cognitiva – molto dipende da come i luoghi della cultura sono considerati: staticamente centripeti, o innervati nel tessuto urbano e territoriale? Custodi di un ‘messaggio’ da mediare verso i neofiti o i nuovi cittadini, oppure versanti di un dialogo critico che tratti visitatori e spettatori da adulti, e non più da blocco omogeneo? La scelta di un indirizzo risulta cruciale non soltanto nell’immediato, ma incide intensamente sull’abbrivio che il sistema culturale prenderà nei prossimi anni.

Ulteriori elementi dipendono congiuntamente dalla valenza strategica che si intende attribuire loro, e al tempo stesso dalle azioni che vi saranno connesse per rendere effettivo e possibilmente sistematico il loro impatto. Così, la digitalizzazione non dovrebbe essere adottata come una mera protesi – come è già nelle poche esperienze in atto – ma come una reale integrazione cross-mediale volta ad arricchire il contenuto dell’offerta culturale e l’intensità ipertestuale della fruizione.

L’attenzione verso le aree interne e le periferie urbane dovrà essere assistita da un’azione amministrativa capace di riequilibrare vincoli, divieti e dinamiche territoriali anche in connessione ai servizî pubblici e alle infrastrutture, in modo da ridisegnare la mappa dell’offerta culturale localizzandone le non poche parti tuttora neglette o invisibili in aree di vita sociale quotidiana.

I percorsi di upskilling e reskilling, che il PNRR indirizza verso la digitalizzazione e l’ecologia, dovrebbero comportare non soltanto l’osmosi delle aree e degli strumenti, ma soprattutto una nuova regolamentazione dei profili giuslavoristici, verso una combinazione più ragionevole ed efficace tra garanzie e flessibilità, estraendo il lavoro culturale dalle gabbie rigide che gli impediscono di esprimere il proprio valore effettivo.

Il PNRR può imprimere un impulso solido al sistema culturale, purché il legislatore ne tragga lo stimolo a trasformare le istituzioni culturali italiane, da burocrazie assistite, in imprese culturali, e il sistema stesso accetti la sfida mostrandosi responsabile, e guardando avanti per assecondare, se non anticipare, lo spirito del tempo di una società sempre più complessa e sofisticata.

 

Michele Trimarchi, PhD, insegna Economia Pubblica (Magna Graecia Catanzaro), Economia della Cultura (IUAV Venezia), Arts Management (IED Firenze) e Lateral Thinking (IED Roma). Fa parte dell’editorial board, Creative Industries Journal; dell’international council, Creative Industries Federation; è co-editor, European Journal of Creative Processes in Cities and Landscapes. Ha pubblicato estesamente su temi di economia e politica della cultura, è stato esperto in progetti di cooperazione culturale internazionale (Indonesia, India, Brasile, Guatemala) e in progetti UE. Nel 2010 ha fondato Tools for Culture, non-profit attiva nel campo della progettazione strategica per l’arte e la cultura.

ABSTRACT

The cultural system is among the main beneficiaries of Next Generation EU funds, in the plan crafted by the Italian Government. It can represent a unique option aimed at restructuring the crucial features of institutions and organisations active in art, culture and tourism. It induces a new approach based upon infrastructural sustainability, digitalisation of the material and intangible heritage, upskilling and reskilling of human capital, extension of access among social groups and urban areas. Ambitious and effective, more than six billions euros can lead the Italian cultural system beyond the constrained formalism, in order for a responsible entrepreneurial paradigm to be established. Such an opportunity depends on a consistent deregulation able to release the rigid constraints still affecting the cultural system, on one hand, and on the willingness to introduce an eloquent semantic and managerial response to the emerging spirit of time, on the other.

 

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