© Capranica (VT), veduta del borgo storico. Photo by Pietro Petraroia

 

Un giudizio utile e onesto sul ruolo della cultura nel PNRR – quasi monotonamente indicato come la più grande occasione per il nostro Paese dopo il piano Marshall – potrà essere dato solo contestualmente a tutti gli ambiti del Piano, alle riforme, alle schede tecniche di dettaglio e a molto altro, che ad oggi non riusciamo a conoscere a sufficienza.

Ma qualcosa si può dire fin da ora, cioè che il rischio da cui rifuggire è che il PNRR venga considerato, da chi governa i beni culturali ad ogni livello, come un coacervo di leggi speciali per questo o per quell’intervento specifico, da pagare con il tesoretto riservato (ad esempio: Cinecittà, i borghi, gli edifici del FEC - Fondo Edifici Culto, etc). Questo, però, tradirebbe irreparabilmente il senso e la funzione del PNRR, anzitutto perché esso tende finalmente a creare valore con un approccio sistemico e non con distribuzioni a pioggia (o a caso): è l’ambizione ben percepibile nelle dichiarazioni del Presidente del Consiglio sul PNRR approvate ad amplissima maggioranza in Parlamento.

La più pericolosa tendenza di chi governa e tutela i beni culturali è quella di considerarli non per quel che sono, ossia testi preziosi scritti da comunità e autori di ogni epoca, destinati al godimento della collettività, ma semplicemente pretesti: beni posizionali (“giacimenti culturali”, “gioielli di famiglia”, “fiore all’occhiello”, “attrattori”) da riportare “all’antico splendore” per l’orgoglio del “made in Italy”; al massimo “beni meritori”.

Il pericolo consiste nel fatto che questo approccio è fuori dalla concreta realtà per più aspetti e rischia di mancare tanto gli obiettivi veri (costruire una normalità migliore) quanto gli obiettivi finti (spendere tutto nei tempi, senza avere residui).

I beni culturali, tanto materiali che immateriali, sono infatti per lo più prodotti della creatività umana fortemente ancorati a processi produttivi di pregio, sofisticati, tanto nel caso si tratti di un documento archivistico o di un dipinto o di un gioiello etrusco, quanto nel caso si tratti di abilità collettivamente coltivate e possedute da gruppi comunitari, come le cerimonie tradizionali legate ai carnevali storici o alle macchine a spalla. Il loro pregio si rivela in percorsi di riconoscimento, in narrazioni, normalmente inseparabili da ben precisi ambiti territoriali e comunitari, ovvero da personalità autoriali individuate o di ambito.

È quindi assai pericoloso pensare, soprattutto in Italia, di poter programmare per tipologie o per oggetti aprioristicamente e centralisticamente individuati, se si intende sinceramente produrre crescita culturale come fondamento anche di coesione sociale e sviluppo.

Noi abbiamo una Costituzione che recita: “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.” (art. 4, comma 2); abbiamo un Codice dei Beni culturali e del Paesaggio che prescrive: “I beni culturali di appartenenza pubblica sono destinati alla fruizione della collettività” (art. 2, comma 4): dunque a questo serve la loro tutela. Si tratta di principii che emergono dalle pur molteplici identità italiane. Dunque, la produzione e la fruizione della cultura ha anzitutto una dimensione relazionale; dunque, in Italia non si potrà realizzare il PNRR se non costruendolo nelle e per le comunità e i loro territori.

Il tema dei nostri paesaggi culturali non può essere travisato, ad esempio nel caso della realizzazione di infrastrutture di forte impatto, riducendolo a questione di procedure semplificate di autorizzazione che qualcuno potrebbe imporre perché altrimenti non si riesce a spendere per tempo. Occorrerebbe invece far emergere dalle comunità i reali bisogni di infrastrutture e servizi e ingaggiarle in un partenariato che accetti la sfida della coprogettazione.

COME RIUSCIRE IN UN’OPERA COSÌ COMPLESSA?

Direi: anzitutto assumendo consapevolmente la complessità del reale e usando la potenza del digitale per analizzarla e condividerne i dati e le logiche. Senza conoscenza condivisa e partecipata non si scoprirà la giusta strada della semplificazione buona, quella cioè che non banalizza il reale, ma lo modellizza con il concorso degli stakeholders per delineare scenari risolutivi che non tirino il collo alla gallina dalle uova d’oro per fare in fretta, ma creino strategie innovative e sostenibili. Il digitale non serve a fare le copie dematerializzate delle carte bollate o dei capolavori dei musei, ma serve a capire come sono fatti e come funzionano il nostro ambiente e le nostre relazioni umane affinché, lo ripeto, sia possibile innescare con scelte giuste ed efficaci una migliore normalità.

È in questo difficile passaggio metodologico che la tradizione culturale italiana può fare la differenza. Non si tratta di mettere un po’ più di soldi qui e un po’ meno là, magari secondo graduatorie salottiere o estetizzanti, ma di stimolare le imprese culturali e creative, le università (scopriranno la “terza missione”?), i governi locali, i soggetti del Terzo settore, il mondo cooperativo e imprenditivo a fare progetti di territorio usando gli eccellenti strumenti di programmazione partecipata già presenti nel nostro sistema normativo da almeno un quarto di secolo e in specie nel Codice dei Beni culturali e del Paesaggio.

Solo così la retorica dei “borghi più belli d’Italia” può venire sostituita dalla realtà di gestioni più funzionali e più vivibili nel quotidiano dei nostri centri di antica formazione – che siano Venezia o Monticchio – con soluzioni specificamente calibrate dalle comunità che le abitano aiutate da uno Stato che pratichi il principio di sussidiarietà; uno Stato che aiuti ciascuno a fare bene, non a proibire ciò che non va bene sulla base di regole imperscrutabili.

Un atteggiamento del genere è vitale per i beni culturali semplicemente perché lo è per tutto il buono e il bello che c’è in Italia nel momento in cui si vogliano rilancio e resilienza.

Un invito pressante vorrei tornare a rivolgere al Ministero della Cultura ma anche a tutti gli altri la cui sfera d’azione intercetta sul territorio risorse, bisogni, competenze, elementi di pregio in genere: si preveda di dedicare in bilancio risorse alla programmazione negoziata, privilegiando la messa in sicurezza del territorio con lo sviluppo di sistemi predittivi e pratiche di prevenzione. Un fondo che aiuti i territori ove emergano volontà di coprogettazione, di cofinanziamento, di gestione partecipata, di rilancio.

Torniamo all’esempio dei borghi, che sono tutti differenti: invece di bandi, per ripartire risorse comunque scarse rispetto al potenziale fabbisogno, si apra un servizio di consulenza alle comunità dei borghi che vogliano mettersi in gioco nella progettazione, nello sviluppo delle loro capacità e risorse, in raccordo con il loro specifico contesto territoriale, ove ci siano altri soggetti disposti a investire insieme. Si imparerebbe molto, per generare una migliore normalità.

 

Pietro Petraroia, direttore de "Il capitale culturale" (Università di Macerata)

ABSTRACT

Achieving the goals of the PNRR requires to call in game all the knowledge and skills of the Italian local communities. The digital transition can greatly help to bring different levels of government, communities, universities and businesses closer together. It is necessary to reward with public funding the communities that will know how to get involved to improve their environment with their own history.

 

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