Sono 6,68 i miliardi di euro per la cultura previsti dal Piano Nazionale Ripresa e Resilienza a cui vanno sommati 1,46 miliardi del Fondo complementare nazionale per il Piano strategico Grandi attrattori culturali. “Il posto che la cultura ha trovato nella Missione 1” sottolinea Gabriele Rosana in questo numero “rappresenta, da una parte, un passo di lato rispetto all’opportunità di averla integrata orizzontalmente e olisticamente in tutte le missioni, ma d’altra parte una forte riconoscibilità politica e un congruo riconoscimento a un ambito chiave per la ripresa post-pandemia del Paese”.

C’è un tema quindi molto rilevante che riguarda il quantum, ma anche, finalmente, come giustamente segnala Michele Trimarchi, una enfasi sul come: “il PNRR può rappresentare uno snodo utile per spingere il sistema culturale fuori dalla tattica dell’immediato, verso una strategia che si muova su un orizzonte di lungo periodo e allarghi il proprio spettro d’azione connettendosi in modo fertile al resto della società”. “Nella sua asciuttezza pragmatica, il PNRR” aggiunge Trimarchi “indica le direttrici cruciali che rappresentano la sfida dei prossimi anni: la rigenerazione del patrimonio culturale, la valorizzazione degli asset e delle competenze, la digitalizzazione e l’estensione dell’accesso”.

Ma la vera sfida per il Paese inizia adesso. Nell’allocazione delle risorse. Nella gestione pubblica degli interventi. Nella capacità di coinvolgimento dei territori e, in particolare, nella attivazione di processi “dal basso”. Pietro Petraroia ci ricorda che “la produzione e la fruizione della cultura ha anzitutto una dimensione relazionale”, e “il tema dei nostri paesaggi culturali non può essere travisato, ad esempio nel caso della realizzazione di infrastrutture di forte impatto, riducendolo a questione di procedure semplificate di autorizzazione che qualcuno potrebbe imporre perché altrimenti non si riesce a spendere per tempo. Occorrerebbe invece far emergere dalle comunità i reali bisogni di infrastrutture e servizi e ingaggiarle in un partenariato che accetti la sfida della coprogettazione”.

Nel numero di maggio di Letture Lente non poteva mancare una prima riflessione sul PNRR appena inviato a Bruxelles, un Piano ancora tutto da esplorare nei suoi dettagli, nelle sue misure specifiche, ma con una forza d’impatto, economica e strategica, in grado di cambiare la prospettiva dei settori culturali e creativi in Italia nei prossimi anni. Per questo non possiamo non ringraziare la generosità di Rosana, Trimarchi e Petraroia che ci hanno regalato una prima visuale sul percorso che ci attende, le sue potenzialità e le sue criticità. Emerge con chiarezza, dai loro contributi, la vera sfida e la vera novità del PNRR: l’enunciazione, nello spazio pubblico (la parola “dibattito” sarebbe forse troppo ardita), di una traiettoria. Come segnala Trimarchi “che una spina dorsale così definita possa suscitare qualche malcontento è del tutto naturale: la politica, finalmente, rispetta la propria natura selettiva e responsabile; piacere a tutti richiede un ecumenismo forzato che si traduce in diluizione e inefficacia delle misure”. Scelte e percorsi vengono enunciati in un Piano strategico nazionale sulla cultura che è una enorme occasione di trasparenza, abbastanza nuova per il nostro Paese (e il comparto culturale) e perciò preziosissima. In questa direzione appare di grande interesse il riferimento di Rosana al Piano francese che ha avviato uno strumento di monitoraggio funzionale a “dare un volto (e una dimensione territoriale) ai progetti della ripresa” con un motore di ricerca che permette di verificare il progressivo impatto di tutti gli interventi previsti. In Italia abbiamo già la buona pratica europea di Open Coesione che potrebbe fornire competenze e strumenti a una versione ad hoc per la valutazione del PNRR.

Ma la trasparenza, è bene ricordarlo, non è solo un modo per spingere le governance politiche, ed amministrative, ad essere maggiormente rendicontabili; trasparenza è una sfida per l’intero sistema, per tutti gli stakeholder, costretti a misurarsi su proposte concrete, da discutere, migliorare, integrare ecc., senza potersi rifugiare nell’opacità dei processi in cui nel migliore dei casi si mantiene consenso distribuendo risorse “a pioggia” e, nel peggiore, vincono gli interessi di chi ha più facilità a fare ascoltare la propria voce, con l’effetto di amplificare divari ed esclusione sociale. Il passo appena precedente, a quella “programmazione partecipata” a cui fa riferimento Petraroia, è proprio la definizione di una visione di sviluppo, da declinare poi nel dibattito e nell’agire della collettività.

La questione infatti è che il punto di caduta di questo processo è l’empowerment delle comunità. Petraroia lo identifica molto bene quando lancia la provocazione sulla misura relativa ai borghi. “Invece di bandi, per ripartire risorse comunque scarse rispetto al potenziale fabbisogno, si apra un servizio di consulenza alle comunità dei borghi che vogliano mettersi in gioco nella progettazione, nello sviluppo delle loro capacità e risorse, in raccordo con il loro specifico contesto territoriale, ove ci siano altri soggetti disposti a investire insieme”.

La costruzione di competenze è di fatto l’obiettivo supremo dell’azione pubblica, e può essere fatta solo in un processo di grande vicinanza (di ascolto) e grande distanza (come sguardo disinteressato e di bene comune) alle comunità con cui si co-progetta. In questa direzione si sono mossi e si stanno muovendo molte fondazioni e enti di filantropia che, con finanziamenti che in primis offrono supporto ed empowerment, spesso definiscono modelli di intervento che dovrebbero essere esaminati con maggiore attenzione dall’amministrazione pubblica. Ce lo mostrano con evidenza i progetti raccontati nei contributi di Felice Scalvini e Giancarlo Sciascia, nei quali l’intervento diviene capacitazione, di persone e organizzazioni, sostenibilità verso il farsi impresa come agente di cambiamento, verso la promozione dell’innovazione sociale, verso il rafforzamento delle comunità.

Questo modello di trasparenza che si fa empowerment è molto chiaro nel racconto che Claudia Ferrazzi (proseguendo la nostra agorà sull’equità di genere) ci fa dell’Osservatorio francese di genere (di nuovo, e non a caso, una buona pratica francese), che risponde al tema 1 del Decalogo di genere che abbiamo delineato dalla coralità dei contributi. L’Osservatorio svolge un ruolo importantissimo perché permette di rilevare “temi come la veicolazione di stereotipi di genere, l’assenza di voci femminili nel dibattito pubblico, il livello di accesso ai mezzi di produzione artistica, le opportunità (o la loro mancanza) di programmazione e di consacrazione artistica per le artiste donne e per le loro opere, le differenze di genere nelle pratiche culturali (quindi nel pubblico della cultura)”. È il disvelamento della nudità dell’ancora drammatico gap di genere, alla base di quel salto di paradigma auspicato da Angela Maderna. Ed è un disvelamento che ha forti impatti generatrici, perché il processo di trasparenza che l’Osservatorio promuove nella richiesta di dati delle istituzioni pubbliche e private che operano nel comparto, è di per sé abilitante, stimola capacitazione. Come con l’animo umano, il percorso di discesa nei propri inferi è complesso e sfidante, ma raramente peggiorativo. In questo senso l’Osservatorio sussume e attiva un effetto moltiplicativo di trasparenza (bilanci di genere, piani strategici di genere ecc.) in tutte le istituzioni che dall’Osservatorio vengono rendicontate. Come scrive Ferrazzi “la chiave del successo “di sostanza” di questo lavoro è la capacità dell’Observatoire di lavorare con gli altri, di sollecitare aiuto ma anche di fornirlo, in un lavoro di rete in cui metodo e contenuti contribuiscono alla logica moltiplicativa e incitativa di questo strumento”.

Spingere le imprese (in particolare quelle imprese che ricevono risorse pubbliche) ad avviare un percorso di trasparenza (sul gender gap ma non solo) è quindi un passaggio che appare oggi ineludibile. È una misura ancora tutta da costruire ma sulla quale è già acceso il dibattito italiano ed esistono ben chiare linee guida europee, come quelle di Eige sintetizzate nella riflessione di Giovanna Badalassi sul gender procurement (ad es. “l’uso di dati disaggregati per sesso e indicatori di genere” e “l'applicazione di metodologie centrate sull'utente e/o partecipative che tengano conto di una dimensione di genere coinvolgendo direttamente un'equa quota di donne nel processo e esaminando come le disuguaglianze/differenze di genere influenzano i domini e i contesti”). È un percorso di trasparenza – auto-analisi – che non riguarda solo le organizzazioni, ma tutto il Paese. Francesca Vitelli mette l’accento sull’importanza, per le donne, di acquisire empowerment che non può non passare da un ri-conoscersi che metta sotto esame l’identità femminile: “Acquisire sicurezza richiede una riflessione sulla consapevolezza del proprio bagaglio di conoscenze/competenze/abilità e sulla necessaria distinzione tra identità personale e identità professionale”.

È arrivato il momento, per le donne, e per gli uomini, di guardare con nuova luce la propria essenza, ed il proprio relazionarsi all’altr*, ed è così che una riflessione sul genere può diventare uno strumento di crescita sociale, collettiva.

È evidente quindi quanto la trasparenza, come atto di “denuncia” del proprio essere e del proprio divenire, diviene gesto rivoluzionario. Un gesto in cui la riflessione di genere è miccia e driver, così come driver e orizzonte, anch’esso irrinunciabile, è il tema della sostenibilità, che forza dall’interno le prassi di tutte le istituzioni e organizzazioni culturali, e le proietta nell’urgenza della sfida contemporanea, come è evidente nei contributi di Alessandro Bollo e Michele Lanzinger, i primi a rispondere alla nostra nuova call sulla crisi climatica. Di nuovo, la riflessione istituzionale si proietta nella riflessione e nell’agire individuale e collettivo, come ben chiarisce Lanzinger: “I musei, nel mettere a disposizione una conoscenza profonda e basata sulla comparazione, preservano il passato e contemporaneamente aiutano le persone nei processi di adattamento al presente e il futuro; aiutano le persone a comprendere come i valori e i modi di vivere, il contesto in altri termini, è cambiato nel tempo e offre delle interpretazioni sul perché”.

È interessante, leggendo trasversalmente i contributi di maggio di Letture Lente, come i Musei si prestino, in particolare in questa fase storica, a divenire osservatorio di sperimentazione delle pratiche culturali, e del rapporto tra queste e l’agire sociale. Verrebbe voglia, se qualcuno non l’ha già fatto, di aprire una riflessione incrociata tra Musei e Teatri. Come emerge evidente dalla recensione di Emanuela Daffra sul volume “Soggetti smarriti” di Giovanna Brambilla (non a caso edito dalla collana “Geografie Culturali” di Editrice Bibliografica, a cui è dedicata l’intervista a Sara Speciani che la presiede), il Museo è diventato mediatore, paradossalmente, anche per chi nel museo non riesce ad entrare e come luogo di alleanze “quella con gli artisti capaci di mettere a nudo punti dolenti ma anche di evocare vie d’uscita; quella con il mondo della scuola; quella con le associazioni e il terzo settore; quella, fondamentale e non sempre praticata, delle diverse professionalità operanti in uno stesso museo”. Nella stessa direzione Cristina Bucci, Luca Carli Ballola, Chiara Lachi e Michela Mei, raccontandoci dell’esperienza del Sistema MTA Musei Toscani per l'Alzheimer, evidenziano lo spazio museale come luogo di servizi per la collettività, al centro della vita culturale e sociale della comunità.

Il Museo dunque, che ha perso quella identità esclusiva (nella doppia accezione di unica e per pochi eletti) e si è fatto poroso, diviene pilota di una rinnovata visione del ruolo della cultura (o della piena espressione di quello che la cultura è sempre stata) e delle sue modalità di governance. Un luogo dove sperimentare la contemporaneità, magari mettendo in opera anche una nuova visione umanistica nella definizione dei nuovi percorsi digitali, a cominciare dal trattamento dei dati dei propri utenti, in linea con le riflessioni dell’artista Salvatore Iaconesi, contrappunto necessario al dibattito sulla creazione di un Osservatorio di genere. Perché il tema non è solo quanti uomini e quante donne entrano in un museo, ci producono, ci lavorano, ecc. ecc. Il punto è anche cosa facciamo con le informazioni che li riguardano, come le restituiamo alla comunità, come, con Iaconesi, rendiamo quei dati pienamente generativi. Trasparenza e capacitazione. Non sprechiamo l’occasione del PNRR per intraprendere questo cammino e aprire una nuova fase storica per il Paese.

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