Foto Marco Delogu

Si terrà dal 19 maggio al 13 giugno presso il Museo Nazionale Romano - Terme di Diocleziano la mostra “La memoria del dolore. Un progetto di rinascita” a cura di Marco Delogu. La storia densa e simbolica dell’ex carcere di Santo Stefano/Ventotene, che rinasce con un progetto del Governo affidato alla Commissaria Silvia Costa, diventa così narrazione condivisa attraverso lo sguardo di artisti di fama internazionale come Marco Delogu, Raffaela Mariniello, Mohamed Keita. L’esposizione sarà anche l’occasione per fare il punto sul recupero dello straordinario sito e illustrarne il futuro.

La narrazione fotografica è affiancata da 8 brevi testimonianze scritte dai detenuti comuni e politici che per 170 anni hanno vissuto tra quelle mura, selezionate dallo scrittore Pier Vittorio Buffa. A completamento della narrazione, un video del regista Salvatore Braca che illustra, attraverso diverse testimonianze, la storia e il futuro del progetto di recupero dell’ex carcere, dal coinvolgimento della cittadinanza alla prospettiva europea. Lo scrittore e sceneggiatore Edoardo Albinati con la sua speciale sensibilità alla realtà carceraria, testimoniata dalla sua attività formativa per i detenuti di Rebibbia, leggerà un suo intenso testo scritto dopo una emozionante visita a Santo Stefano. Saranno esposte anche le immagini donate da fotografi appassionati di Ventotene come gesto di solidarietà in favore del Laboratorio fotografico a Bamako (Mali) realizzato dalla associazione Kene di Mohamed Keita.

“Ho immaginato, fin dall’inizio del mio mandato, questa mostra come occasione per restituire dignità e empatia a una storia lunga 170 anni di dolore, ma anche di riscatto", sottolinea la commissaria Costa. "La mostra, affidata allo sguardo artistico di Marco Delogu, con Raffaela Mariniello e Mohamed Keita, assolve all’importante compito di preservare l’aura che, prima degli interventi di restauro, ha avvolto quanti sono sbarcati sull’isola, salendone i ripidi sentieri e affacciandosi a quel teatro del dolore che il carcere evoca con una intensità quasi fisica. Grazie alla sensibilità degli autori vogliamo restituire l’autenticità, testimoniando al tempo stesso il degrado in cui il sito è stato abbandonato per oltre 50 anni e da cui ha preso inizio il nostro progetto di 'rinascita dal dolore', che da 10 mesi sta andando celermente avanti, dopo tre anni di stallo, su iniziativa del ministro Franceschini con la comunità di Ventotene. Lo storico complesso carcerario avrà nuova vita, come 'Scuola di alti pensieri'. Uno spazio espositivo dedicato alla memoria del carcere , centro culturale e formativo in chiave europea e mediterranea sulle grandi tematiche dei diritti umani, del patrimonio culturale e dello sviluppo sostenibile. Un luogo, insieme all’isola di Ventotene, che è anche riserva naturale e area marina protetta, dove sarà di casa la 'next generation EU' con spazi per l’alta formazione, la ricerca, la produzione artistica, lo sport, con servizi di ristoro e residenzialità. Mentre sono già partiti in novembre i primi interventi in somma urgenza ed è in fase di aggiudicazione l’appalto per i lavori di messa in sicurezza del Panopticon, presenteremo al MAXXI a fine giugno il Concorso internazionale di progettazione dell’intero complesso”.

Per il direttore del Museo Nazionale Romano Stéphane Verger “l'esposizione trova nelle Terme di Diocleziano un luogo ideale per essere accolta e raccontata. Sede originaria del Museo, il complesso termale è esso stesso luogo di cambiamenti - prima in chiesa e certosa, poi in Museo- e testimone dei più significativi momenti della storia di Roma e dell'Italia. Il legame tra il Museo e il tema della mostra è ancor più forte considerata la grande attenzione che il nostro istituto rivolge da sempre allo sviluppo e alla realizzazione di iniziative volte all'inclusione sociale e culturale. Il mezzo artistico scelto, le spettacolari fotografie di grandi autori, si incontra ancora una volta con la specificità del MNR; è infatti grazie alla straordinarietà del proprio patrimonio fotografico, che il Museo ricostruisce frammenti di storia, in un dialogo unico e privilegiato tra antico e moderno. Il recupero del carcere deve essere anche il recupero della nostra Storia e del nostro presente, nella prospettiva di una rinascita, culturale e sociale, a cui tutti- specialmente in questo momento- siamo chiamati a rispondere.​ Spero davvero che questo evento possa segnare l’inizio di una proficua collaborazione tra le diverse e importanti ​realtà culturali che oggi ​si incontrano nell'evocativo sito delle Terme di Diocleziano”.​

Marco Delogu racconta la mostra: “Ho voluto condividere il lavoro con altri artisti che hanno storie con il carcere e con l’isola di Santo Stefano. Due fotografi, Mohamed Keita e Raffaela Mariniello e lo scrittore Edoardo Albinati con cui avevo già collaborato per il lavoro su Rebibbia e sull’Asinara. Raffaela Mariniello ha fotografato spesso porti e marine e ha una sensibilità, tutta femminile, per il cambiamento che subiscono i luoghi storici. Vive davanti al mare, davanti a quel mare borbonico che ha generato quel carcere. Ha fotografato la struttura del Panopticon in un campo e controcampo e ambienti dell’isola con tre interni, bellissimi, di celle e del locale della tessitura.  Mohamed Keita la carcerazione l’ha subita, in Libia e a Malta, e ha subito il mare come ostacolo verso la libertà. È un uomo e un fotografo rigoroso che si mette in discussione ogni giorno e porta la sua esperienza al servizio dei giovanissimi ragazzi di strada di Bamako. Mi piaceva capire come il suo dolore potesse interpretare il dolore dell’isola, e son soddisfatto che Mohamed non ha retoricamente calcato la mano ma ha fotografato un suo «percorso» con osservazioni delle strutture e del mare, abbandonandosi a camminare e ritrarre ipotetiche vie di fuga, entrare nel carcere e girargli intorno, forse cercare vie di fuga. Io mi sono concentrato su un lavoro molto personale. Ho quasi del tutto evitato il Panopticon dall’interno e ho costruito un percorso sull’isola, dallo scoglio di approdo all’eliporto e al cimitero, passando per vedute marine, le reti dei letti abbandonate, la torretta del Panopticon che segna il centro del lavoro, e la curva esterna del Panopticon stesso, il suo retro, insieme a strutture limitrofe del vecchio insediamento carcerario. Ho pensato subito a un muro composto da molte immagini, molto secco, ricordo della durezza della carcerazione. E ho voluto finire con un osservazione verso meridione, verso Ischia, verso la luce più forte, fuga verso la libertà tramite la bellezza”. 

 

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