“Ed eccoci qui, cinque persone, cinque associazioni di volontariato che si dedicano a disabili fisici e psichici, nella Chiesa di San Giorgio ad Almenno San Salvatore, in un pomeriggio come tanti al tempo del Covid, a raccontare un pezzettino di storia di questa bellissima chiesa del XIII secolo, e al tempo stesso a raccontare qualcosa di noi”, scrive Sergio Tosini. Volontario dell’associazione “L’Orizzonte”, Tosini ha partecipato insieme ad altri componenti di quarantasei associazioni al progetto di lettura e di narrazione del patrimonio culturale, a Bergamo, durante la pandemia. I volontari si sono suddivisi in sette gruppi tematici corrispondenti ad altrettanti luoghi: disabilità, tempietto di San Tomè ad Almenno San Bartolomeo, chiesa di San Giorgio ad Almenno San Salvatore; ambiente, palazzo e giardini Moroni; intercultura, sculture in città, a Bergamo; terza età, complesso della basilica di San Martino, Alzano Lombardo; cultura e diritti, chiesa della Resurrezione, torre de’Roveri; povertà e fragilità, cappella Suardi, Trescore Balneario; salute e malattia, chiesa della Conversione di san Paolo Apostolo e monastero benedettino di san Paolo d’Argon.

Il progetto, promosso dal Centro Servizi per il Volontariato di Bergamo, è stato curato da Simona Bodo, Silvia Mascheroni e Maria Grazia Panigada. L’esperienza è ora raccolta nel libro, messo insieme dalle stesse curatrici, “Lascio in eredità me stesso alla terra. Fare memoria tra volontariato e patrimonio culturale”, Edizioni Masso della Fate 2021, pp. 141.

Spesso nel “fare”, scrive Oscar Bianchi, presidente del CSV, “si dimentica che anche le nostre associazioni sono un patrimonio culturale”. L’iniziativa del progetto parte da questa considerazione.

Durante la pandemia di fronte allo smarrimento dell’imponderabile e all’annichilimento del dolore, si è fatto ricorso ai luoghi di cultura come a luoghi capaci di un conforto, ma anche di risorse per una riflessione che il momento rendeva più urgente.

Nel periodo che distruggeva le persone lasciando, in una condizione di irrealtà, intatte le cose, a partire da chiese, piazze, giardini storici, volontari di associazioni quasi sempre senza relazioni tra loro, si sono ritrovati e confrontati di fronte a opere con una storia secolare di sguardi. Hanno superato l’isolamento per cercare di ripartire in modo nuovo facendosi scalzare o sollecitare dai segni degli antenati o degli artisti contemporanei. Spesso è stata una scoperta. Sono luoghi che si vedono per la prima volta, in una postura, fino ad allora sconosciuta, di pausa. “La cappella l’avevo vista solo in foto, me la immaginavo molto più grande”. “Tante volte sono passato davanti al tempietto romanico di San Tomé senza mai entrare (…)”. E ancora: “Non ero mai entrata nella Cappella Suardi”.

L’OPERA COME DISPOSITIVO DI RELAZIONI

Se il contesto dell’azione è sicuramente nuovo, non lo è l’approccio che ha guidato i volontari. Simona Bodo, Silvia Mascheroni e Maria Grazia Panigada, promotrici del gruppo di lavoro “Patrimonio di storie”, da dieci anni hanno messo al centro della loro riflessione la relazione delle persone con il patrimonio. Hanno svolto un lavoro di ascolto che le fa umanamente esperte e capaci di incoraggiare un’esperienza come questa di Bergamo. Hanno dalla loro parte le acquisizioni scientifiche che mettono in luce come sollecitazioni esterne diano vita, in modo continuo, a sentimenti e connessioni tra oggetti e situazioni. Sono in linea con una tendenza sempre più marcata nei musei europei. Ne dà uno spaccato Maria Acaso, responsabile dell’area educazione del Museo Reina Sofia, quando dice che si tratta “di apprendere a guardare e di lasciare che le immagini che creano gli artisti e le artiste ci colpiscano”. “Questo – continua - si può raggiungere solo attraverso tempi lunghi, di un’attenzione sostenuta che renda possibile la trasformazione”.

LA RECIPROCITA’ DEL PATRIMONIO E DEL VOLONTARIATO

Pietro Clemente riassume il senso dell’operazione “nell’arricchire l’opera mentre noi ci arricchiamo tramite l’opera”. In fondo è un altro tratto della reciprocità che è l’essenza autentica del volontariato. Non la gratuità, l’aspetto più apparente, ma la reciprocità, un sentimento che invita alla scambievolezza. La lettura delle storie è allora un dono (la dimensione evocata già nel titolo) e allo stesso tempo una sollecitazione a uno scambio circolare. La qualità virtuosa della reciprocità è il contagio. Ci spinge a fare ugualmente, in questo caso ci sollecita a una relazione più profonda con il patrimonio che poi è la condizione di una cittadinanza attiva che si faccia carico della responsabilità che abbiamo come eredi.

I racconti non aggiungono qualcosa al patrimonio, ma lo inseriscono nella contemporaneità della nostra esistenza. Riattivano con la forza della parola, una relazione che, seppur esistente su un piano diverso, si era spezzata. Quelle immagini, guardate ora con occhi nuovi, sono state nelle chiese tramite di un fitto dialogo con il trascendente. Una delle radici della deprivazione della relazione è anche nel museo moderno. Esposti per sequenze cronologiche e scuole di appartenenza, messi in risalto per le loro qualità estetiche, i quadri, nel Louvre della rivoluzione, vengono depurati di ogni riferimento religioso. Sappiamo poi come siano andate le cose. Le opere sono diventate “beni culturali” e spesso essenzializzate. Oggi possono essere mobilitate come un dispositivo relazionale, senza nulla togliere al loro significato intrinseco, aumentando, anzi, con la conoscenza, la consapevolezza del loro valore.

“Senza una sola parola affettuosa, la vita è terribile”, ha detto di recente il filosofo Josep Marie Esquirol, parlando della necessità di un ascolto di cui oggi siamo carenti perché “poveri in umanità”. Si tratta, dice Esquirol, “di andare più dentro di noi, non più in là: possiamo colonizzare Marte, ma l’idea sarebbe comunque la stessa: c’è da intensificare quello che ci caratterizza come umani”.

Le storie dei volontari, nate dalla riflessione sulle opere di Arcabas nella Chiesa della Resurrezione o sul tempietto di San Tomè, ci aiutano ad “andare più dentro di noi”, a riconoscere quello che ci rende unici e diversi nel nostro essere umani.

“Lascio in eredità me stesso alla terra” è un libro esemplare, utile a chi voglia calarsi nella contemporaneità in cui è immerso il patrimonio che ci circonda e a chi voglia proseguire sulla strada indicata dalle curatrici.

 

Claudio Rosati, storico e museologo, è autore di saggi e musei. Ha in corso l’allestimento del Museo di San Salvatore a Pistoia e la consulenza museologica per il futuro Memoriale delle Deportazioni a Firenze. È socio fondatore della Società italiana per la museografia e i beni demoetnoantropologici. È stato presidente del consiglio dei probiviri di Icom Italia. Ha insegnato - docente a contratto - nelle università di Firenze e di Pisa. Ha diretto il settore musei della Regione Toscana.

ABSTRACT

“Lascio in eredità me stesso alla terra. Fare memoria tra volontariato e patrimonio culturale” (Edizioni Masso della Fate 2021), edited by Simona Bodo, Silvia Mascheroni and Maria Grazia Panigada, brings together the experience of volunteers from 46 associations operating in Bergamo, one of the Italian cities most dramatically affected by the pandemic. Their stories (divided in thematic sections reflecting different areas of action, e.g., disability, poverty, environment, immigration), were triggered by the encounter with seven heritage sites in Bergamo and its immediate surroundings. Through this process, volunteers overcame isolation at an extraordinary time of their lives, both as individuals and as members of an association, to enrich the artworks while at the same time being enriched by them. As their stories clearly show, heritage is not something separate from life, but can bring comfort, mirror our emotions, give new meaning to our experience as human beings. I bequeath myself to the dirt (from a verse by Walt Whitman) is a project by CSV Bergamo curated by Patrimonio di Storie.

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