Foto di Pinacoteca di Brera

#BackToMuseums, l’appuntamento attraverso cui ogni settimana esploriamo i luoghi della cultura per riscoprirne la storia, l'arte, gli aneddoti e le vicende, oggi presenta la Pinacoteca di Brera in un dialogo con il suo direttore, James Bradburne.

LA STORIA

“Brera nasce dall’illuminismo”. Esordisce così il direttore della Pinacoteca di Brera, il canadese James Bradburne, nel ripercorrere per #BackToMuseums la storia dell’istituzione. 

“I valori che hanno sostenuto il museo per tutto la sua vita, sono infatti i valori dell'illuminismo e quelli napoleonici: il museo era un strumento per l'educazione popolare. Napoleone era venuto in Italia da giovane, con l'esercito rivoluzionario, e volle trasformare Brera nel Louvre italiano; un’accademia per giovani artisti contemporanei, con una collezione che potessero osservare, copiare e utilizzare per creare una nuova arte, arte per il loro tempo”

Il Palazzo Reale delle Scienze e delle Arti, così era stato battezzato dal Bonaparte il complesso di Brera, era un laboratorio messo a disposizione del nuovo popolo, quello che aveva conquistato la libertà, la fraternità e l’uguaglianza. A differenza di altri musei, che sono nati dalle collezioni dei loro proprietari - si pensi ai Borghese, o ai Medici - Brera nasce su un modello completamente diverso, che è quello del museo moderno. 

Un concetto che fu portato avanti da Corrado Ricci prima, direttore di Brera alla fine dell’ottocento, e da Ettore Modigliani poi (alla guida della prestigiosa istituzione per i primi anni del secolo scorso).

“Arrivato da Roma nel 1908” prosegue Bradburne “fu responsabile della salvaguardia delle opere durante la prima guerra mondiale e del riallestimento della collezione. Prima del suo esilio forzato durante il secondo conflitto mondiale, in quanto ebreo e antifascista, nel 1930 organizzò la più grande mostra di arte italiana mai vista prima. Al suo ritorno, nel 1946, cominciò - insieme alla sua protetta e stretta collaboratrice sin dal 1928, Fernanda Wittgens - il lavoro di ricostruzione di Brera, dopo il bombardamento del 1943. Quando egli morì, nel 1946, fu la Wittgens a portare a compimento la grande Brera, espressione coniata dallo stesso Modigliani, che era però riuscito a realizzare solo quella che lui aveva chiamato la piccola Brera, ovvero 9 sale espositive aperte al pubblico. Il 9 giugno 1950 la Wittgens aprirà la grande Brera: tutte le sale erano state ricostruite e riaperte al pubblico”.

Dopo la scomparsa della Wittgens, avvenuta nel 1957, il progetto sarà ripreso da Franco Russoli, suo protetto e direttore di Brera da quell’anno fino alla propria morte. 

“Lui non era soltanto museologo” racconta l’attuale direttore della pinacoteca “era anche un partigiano e un politico e aveva una visione molto sociale del museo, che vedeva come luogo di identità cittadina, di impegno, un luogo che fa parte della nostra vita, fortemente legato alla città di Milano. Nel 1974 nasce il Ministero della Cultura. Russoli aiuta Spadolini nella sua creazione, ma sente tradita la propria visione, da cui quella del Ministero differiva molto. Chiude quindi il museo per 5 anni, perché non aveva più spazi per le mostre, per i laboratori educativi, per il restauro e soprattutto per il deposito di grandi opere. Contemporaneamente realizza mostre rilevanti e provocatorie in una / due sale, unendo l’arte moderna, di cui era appassionato, con l'arte antica. Avvia anche il progetto di espansione di Brera, con Palazzo Citterio come sede per le collezioni di arte moderna italiana, costituite grazie alle donazioni di grandi collezionisti. Aveva appena aperto la mostra Un possesso per il museo Brera, nel 1977, quando muore, a 54 anni, per un infarto. Ci ha tuttavia lasciato disegni e visioni molto chiare dell'utilizzo del Palazzo Citterio, come destinazione per le collezioni, per i grandi depositi, l'arte, per gli spazi espositivi, per i laboratori di arte e di restauro. Lui avrebbe riempirlo con la modernità, con l'arte del suo tempo, perché lui credeva che un museo dovrebbe sempre rimanere contemporaneo!”

James Bradburne, che nei suoi interventi cita la frase di Franco Russoli che recita: "Un museo dev'essere un luogo in cui si costruisce e si vive uno sviluppo della realtà contemporanea. Non occupazione per il tempo libero, ma per il tempo impegnato!”, ha ripreso il suo lavoro, cercando di ripristinare il valore e la tradizione. 

“Durante gli anni ’80 e ’90 questi valori sono stati un po' trascurati e nascosti. Abbiamo dovuto veramente fare un lavoro di archeologia per rimettere in piedi la visione di Modigliani, della Wittgens e di Franco Russoli. Fra tutte le cose che abbiamo fatto a Brera, questa è quella di cui personalmente fiero, perché è una storia che rischiava di essere dimenticata. È una storia che ha nutre il futuro. Con questa lunga tradizione, vediamo la contemporaneità portata avanti. Adesso più che mai, in questo momento di fratture, problemi e ansie, dovute al virus, questi valori ci aiutano con le ripartenze, più che il valore strettamente di conservazione. Questi sono valori attivi e civili."

Qual è il rapporto di Brera con i suoi cittadini? 

“Anche prima della pandemia - risponde il direttore - abbiamo visto raddoppiare la partecipazione dei cittadini, degli studenti: veramente la città ha abbracciato l'apertura di Brera e la sua attenzione su di lei, non sul turismo di massa, in cui non abbiamo mai creduto. Ricordo che dal mio inizio, nel 2015, abbiamo rifiutato di fare mostre con lo scopo di far salire il numero di visitatori e la città ha abbracciato questo esperimento. Sono molto contento che adesso Brera sia molto vissuta dalla comunità. Quando cammino per strada, mi fermano e mi ringraziano: ovviamente non è un grazie a me, perché dietro c’è un lavoro di squadra molto profondo, che ha portato a un cambiamento che i cittadini stanno apprezzando”. 

Lei non è uno storico dell’arte. Quanto la sua formazione antropologia l'ha aiutata in questo percorso mirato alla didattica e all’inclusione?

"Io credo che la parola chiave” dice Bradburne “sia rispetto. Modigliani, Wittgens e qualsiasi direttore di un museo, qualsiasi sia la sua formazione, fa un lavoro che è diverso del lavoro di un antropologo, di un storico dell’arte o di un architetto. A prescindere da dove veniamo, il lavoro vero è un altro, un lavoro che richiede tutta un'altra serie di sensibilità. Come per un pianista, un violinista o un bassista, quando vieni scelto in una orchestra, non è più possibile agire come un solista e questo diventa un salto molto importante. La Wittgens stessa scrive questo: io non posso più lavorare come storico dell'arte perché faccio direttrice di un museo, come Modigliani. Il lavoro di direttore ha principalmente tre aspetti: 1. di rappresentazione: formulare e spiegare quello che facciamo, come lo facciamo oggi; 2. di essere trait d’union con il resto della città, con le autorità politiche, con i cittadini, ecc. 3. di essere un giardiniere: dobbiamo rinunciare all'ambizione personale, quando si diventa direttore, perché il nostro ruolo è di far crescere altre persone, abbiamo diritto di creare dei bei fiori”.

E tornando al rispetto?

“La qualità principale di un antropologo è il rispetto. Il non imporsi e non presupporre di avere un modo migliore. Un antropologo va in un gruppo e osserva, ascolta, capisce e prova a creare ed entrare nel mondo senza essere un pieno partecipante, ma cercando di capire… con rispetto. Io dico sempre 'Il museo è per tutti e per tutte le persone, che dovrebbero sentire a casa…’. iI museo è la nostra grande casa ed io non posso impormi assolutamente. Quindi dobbiamo osservare come le persone come si comportano nella nostra casa. E aiutarli ad andare oltre, perché loro non debbano venire solo per l’istruzione, ma per trovare qualcosa di più. Dobbiamo osservare con rispetto e aiutare a far crescere la ragione che le persone hanno portato con se stessi non imporre una logica nostra. E dobbiamo sempre distanziarci dalla logica in cui noi siamo esperti e gli altri no. Questo è molto sbagliato, per me è sbagliato: comincio con l'idea che siamo tutti intelligenti, dal più piccolo al più grande, rispetto per i bambini e per le famiglie; rispetto della comunità, senza giudicare, e una voglia di aiutare e persone a crescere l, tutte le persone, nella loro piena ed attiva cittadinanza, in senso grande, non politico, in senso di partecipazione nel loro mondo e ambiente”.

Siamo rimasti affascinati dal percorso tattile didattico dedicato al quadro di Francesco Hayez Il bacio.

“Vogliamo sempre provare cose nuove, per aumentare la gamma di esperienza possibile nel museo. Da tempo abbiamo voluto sperimentare la tattilità, ma per tutte le persone che possono esperire il museo diversamente. Per alcune persone il loro medium è di leggere e quindi hanno bisogno di testi. Altri sono immersi nel colore, altri sono immersi nell’udire, quindi cerchiamo sempre di aumentare l'ampiezza dell'offerta - adesso stiamo sperimentando nuove forme di audioguida ad esempio - per includere sempre più forme diverse di incontro e di fruizione della collezione che tuteliamo. […] Vorrei accennare però anche alle didascalie olfattive, che aprono una dimensione di apprezzamento unica. Per esempio quando i Re Magi presentano i regali al Bambino, arrivano con oro, incenso e mirra, ma chi sa cos'è la mirra? Così abbiamo fatto delle didascalie olfattive come approfondimento di un quadro che rappresenta una scena del Vangelo. […] Dobbiamo lasciare ampio spazio all’immaginazione, dobbiamo riaprire gli occhi! L'idea di essere ciechi nel nostro mondo, in cui non vediamo più la bellezza, o anche l’orrore… se pensiamo quante atrocità vediamo senza veramente riflettere. E Brera è il luogo per sperimentare!”

Una domanda personale: che atmosfera vive ogni qual volta passeggia per i corridoi della Pinacoteca?

"Beh, io ovviamente mi sento a casa a Brera… però è ovvio.. scusami io sono il direttore, sono di una certa formazione, è normale che mi senta a casa! Ogni quadro è come un amico! Io vado lì per conversare con i miei amici. Ma temo che i nostri musei, e anche Brera, non abbiano fatto abbastanza per far sentire a casa i cittadini e questo è il mio lavoro. Brera Plus cambia la prospettiva da biglietto a tessera, da visitatore a utente, procedendo nella direzione in cui possiamo estendere un invito molto più profondo alla città: non c'è più solamente un biglietto, uno scambio economico che permette un accesso ad uno spazio fisico, adesso c’è un invito a divenire un socio del museo… ad appartenere! Un impegno! […] Abbiamo tanto da fare. Brera Plus è un primo esempio. Io sono convinto che non abbiamo concluso, credo siamo ancora lontani dall'essere la casa di tutti”.

 

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