Tra le dinamiche aperte dalla pandemia che ci ha posto di fronte allo specchio dei nostri valori e delle nostre certezze è da annoverare il rinnovato bisogno di uno Stato presente e autorevole in grado di prendere decisioni efficaci per la comunità. Come già argomentato nel numero di maggio di Letture Lente, porre le politiche pubbliche nel centro della scena, con il Piano Nazionale di Ripresa e di Resilienza così come con tutte le misure di intervento sulla Salute che hanno riempito le pagine di giornale in questi lunghi mesi, è una opportunità di allargamento della sfera pubblica, e quindi di avvicinare il cittadino alle istituzioni, renderlo maggiormente consapevole del senso della governance pubblica e, potenzialmente, offrirgli strumenti di intervento sui processi (auspicando un incremento del “dibattito pubblico”).

È evidente la rilevanza, su cui è necessaria sempre maggior consapevolezza, di comprendere la natura e l’impatto delle politiche, e questo è tanto più vero per un settore complesso e fragile assieme, seppur sempre più strategico, come la Cultura. Lo mostra con chiarezza il volume di Annalisa Cicerchia presentato nel numero di giugno di Letture Lente da Valentina Montalto: “una cosa che resta propria al settore culturale è la scarsissima disponibilità di dati, soprattutto di buona qualità e regolari nel tempo, oltre alla mancanza di una cultura e competenze di valutazione, nonché di risorse esplicitamente dedicate alla valutazione all’interno della progettazione culturale”. Questo processo di “scoperta e apprendimento” è ben esemplificato dal contributo di Francesca Mangano sul bilancio di genere del Comune di Milano, laddove ci ricorda che quest’ultimo è lo “strumento utilizzato per mettere in atto un processo che, partendo dall’analisi e dalla valutazione dei risultati conseguiti nell’ambito dell’equità di genere (gender auditing), conduca verso una formulazione di bilanci gender-sensitive (gender budgeting)”.

La valutazione ci aiuta, quindi, a costruire politiche lungimiranti, innovative, e sempre più mirate, in grado di accompagnare il settore culturale nel processo di trasformazione sociale, nella transizione ecologica e digitale e, nello stesso tempo, di promuoverne al meglio la natura di driver di cambiamento. Al centro c’è il ruolo dell’artista e la sua capacità di attualizzare il passato e disegnare il futuro. Il capitale creativo da innaffiare e sostenere con politiche dedicate.

Come ci ricordano Alessandra Casarico e Salvatore Lattanzio, tra le attività che maggiormente hanno sofferto delle chiusure imposte dalla crisi di questi mesi ci sono sicuramente quelle del settore cultura e spettacolo: “il calo delle attivazioni e delle cessazioni è, rispettivamente, del 76% e 60%, mentre nell’economia è pari al 13% e 7%. […]. Le minori assunzioni nette per i giovani nella classe di età 15-34, che in generale sono il gruppo che ha maggiormente subito perdite occupazionali durante la pandemia, sono di ancora più ampia entità”.

E se il settore culturale è piegato, come abbiamo avuto già più volte occasione di argomentare in questi mesi, le artiste donne sono messe ancora peggio. Molto interessante a questo proposito lo studio di Maria Marchenko e Hendrik Sonnabend sul mercato delle arti visive in Germania: i dati (provenienti da un ampio numero di questionari auto-compilati) mostrano un forte squilibrio retributivo, probabilmente legato alle scelte (stereotipate) dei curatori (e delle curatrici? Sarebbe interessante verificarlo). Se i divari provengono soprattutto dal mercato privato, è evidente quanto gli interventi correttivi di politica pubblica – gli autori propongono, tra le possibili misure la sponsorizzazione delle giovani artiste per dare loro la spinta a posizionarsi nel mercato – possano incidere in modo rilevante sul sistema.

Questo rende assolutamente urgente un intervento di politica economica, anche per la funzione sociale sempre più evidente dei settori culturali e creativi, come ci ricorda Philippe Kern: “È importante per i policy makers mobilitare le competenze degli artisti e degli operatori creativi e culturali per "immaginare" un mondo che abbia senso e per alimentare i cambiamenti sociali necessari per affrontare le sfide globali”. C’è una diffusa consapevolezza su questo in ambito “sviluppo sostenibile”, come ci ricordano Mauro Buonocore e Alessandra Mazzai della Fondazione CMCC-Centro Euromediterraneo dei cambiamenti climatici: “dall’arte al giornalismo, dalla visualizzazione dei dati alla letteratura, dai fumetti alla musica, fino al teatro, alla radio, alla fotografia: un numero crescente di iniziative in tutto il mondo è dedicato a sensibilizzare sul tema dei cambiamenti climatici e a coinvolgere il pubblico per un'azione efficace”.

Un interessante esempio in proposito ce lo fornisce anche Tiziana Catarci: “[…] siamo talmente circondati da “tools” sviluppati da informatici (si pensi solo a Internet, Facebook, Whatsapp…), da non vederli più come innovativi. Ed è noto che creatività e valore sociale sono le principali motivazioni che spingono le donne a scegliere una professione o una disciplina di studio.(…) La rivoluzione digitale è fatta prevalentemente da uomini con una visione abbastanza omologata e questa visione sta disegnando il futuro dell’intera umanità (…) Considerato l'effetto trainante delle nuove tecnologie e l'impatto radicale che l'ICT sta avendo in molti ambiti sociali, professionali e scientifici, questa disparità di genere appare particolarmente grave, proprio perché priva il settore del valore della diversità”. La riflessione evidenzia una delle funzioni chiave del design-thinking e della diversità come strumento di sviluppo sociale. Ed è tanto più importante laddove, invece, la ricerca scientifica sta sempre di più riconoscendo il legame fondamentale tra scienza e creatività. E dove innumerevoli sono i rischi di una innovazione che non poggi su una direzione di senso condivisa, come ci ricordano Azzurra Spirito, a proposito del rapporto tra digitale e diritti, e Giancarlo Sciascia che, presentando il progetto AI4Future, sottolinea: “abbiamo bisogno di tenere l’uomo dentro i processi decisionali governati dall’intelligenza artificiale, altrimenti non potremmo escludere un potenziale conflitto fra machina sapiens e homo sapiens”. La crescente importanza di questo asse tra cultura e scienza è celebrata nell’ultimo programma Horizon che, come ci racconta Vania Virgili, assegna per la prima volta al patrimonio, alla cultura e alla creatività un proprio piano di lavoro: “si tratta del Cluster 2: Culture, Creativity and Inclusive Society, una delle sei sfide globali e per la competitività industriale europea” che ha sotteso l’obiettivo di “sbloccare appieno il potenziale del patrimonio culturale, delle arti e dei settori culturali e creativi, come motore dell’innovazione sostenibile e del senso di appartenenza europeo”.

Quanto queste politiche ed interventi di policy siano rilevanti e in grado di incidere anche profondamente e in un breve periodo di tempo sul sistema ce lo mostra il discusso ma sicuramente importante pacchetto di misure per la tutela dei lavoratori dello spettacolo approvato a fine maggio, frutto de L’indagine conoscitiva in materia di lavoro e previdenza nel settore dello spettacolo promossa dalla Camera dei deputati e raccontata in questo numero da Valentina Montalto. L’intervento va nella direzione sopra auspicata di definire politiche pubbliche attente e basate sulle evidenze e quindi frutto di strategie chiare: “È raro che uno studio diventi la base di una riforma legislativa. Eppure, come in ogni processo di evidence-based policy che si rispetti, la riforma dello spettacolo appena approvata è (anche) il risultato dell’indagine conoscitiva sui lavoratori dello spettacolo avviata dalla Camera dei Deputati. E si tratta di un risultato degno di nota, in un mondo in cui dati, ricerca e politica fanno fatica a dialogare, soprattutto in materia di cultura”.

Eppure, come ben evidenzia Madel Crasta “è ragionevole pensare che una serie di piccoli aggiustamenti, magari contradditori come spesso accade, non siano una risposta sufficiente alla “questione culturale” che si pone intorno a noi in modo corposo. Le crisi hanno infatti colpito duramente il tentativo di allargare la base sociale della cultura in corso dagli anni Settanta, facendo emergere una diffusa e spesso aggressiva incomunicabilità fra il mondo della cultura e larghe fasce della società; troppo larghe per la verità”. Occorre una visione di sistema ma occorre anche, sottolinea con forza Crasta, un ribaltamento del paradigma, in cui diviene centrale il rapporto tra le professioni del patrimonio – studiosi, specialisti e organizzatori - e i “potenziali portatori d’interesse verso questo patrimonio”, le comunità. Quelle comunità che, si comprende bene dall’intervista di Giancarlo Sciascia ad Andrea Bartoli a proposito del visionario progetto SPAB, sono il vero “capitale umano in grado di generare ricchezza”. Quelle comunità e quei cittadini che, come ci ricorda Lucio Argano, a proposito del suo libro “Verso un’idea di città culturale”, “impongono nuove, articolate, domande di città attraverso forme di mobilitazione dal basso che sollecitano partecipazione, condivisione di scelte collettive, uso di beni ritenuti comuni, protezione dell’ambiente, in definitiva una maggiore qualità della vita”. Quella “specie umana alleata delle altre specie e del pianeta” al centro della “città aumentata” raccontata nell’ultimo libro di Maurizio Carta recensito da Anna Prat così come della “città che cura” immaginata da Ezio Manzini nel suo ultimo testo dedicato al valore della prossimità, descritto nel contributo di Elena Franco: “una città dove le relazioni di prossimità, i servizi collaborativi e la promozione della salute, grazie a un chiaro quadro normativo di sostegno e a processi di abilitazione delle capacità e dei talenti delle comunità, producono le migliori condizioni per uno sviluppo inclusivo ed ecosistemico”.

Nell’incontro tra le persone e la cultura, tra cittadin* ed artist*, si genera quella pausa rigenerativa (di senso e non solo) a cui fa riferimento Claudio Rosati nella recensione del progetto che si è fatto libro promosso dal Centro Servizi per il Volontariato di Bergamo e curato da Simona Bodo, Silvia Mascheroni e Maria Grazia Panigada: durante la pandemia “volontari di associazioni quasi sempre senza relazioni tra loro, si sono ritrovati e confrontati di fronte a opere con una storia secolare di sguardi. Hanno superato l’isolamento per cercare di ripartire in modo nuovo facendosi scalzare o sollecitare dai segni degli antenati o degli artisti contemporanei. Spesso è stata una scoperta. Sono luoghi che si vedono per la prima volta, in una postura, fino ad allora sconosciuta, di pausa”.

Tutto si gioca, quindi, in questa relazione, anzi, ne “le relazioni”, perché la fine delle barriere tra produzione e consumo, tra creatore e co-creatore, tra artisti e comunità, non è solo mutazione di paradigmi economici ma è, soprattutto, consapevolezza che visione e valori sono frutto di un incessante negoziato, uno “scambio di fotografie” ci verrebbe da dire guardando al bel progetto fotografico di Elena Franco raccontato da Paolo Galimberti, una condivisione di diversi (sempre diversi, ma per questo assolutamente interessanti) punti di vista sul mondo, anzi di sguardi e “metasguardi” che leggono o anticipano, lo scorrere della vita, per concludere con il bel libro di Luca dal Pozzolo nella recensione che ne fa Giovanna Brambilla, in questa densa mappa di orientamenti che è il numero di giugno di Letture Lente.

E “Sulla luna e sulla terra/ fate largo ai sognatori”, come ci ricorda Reggio Emilia, nella splendida programmazione di Fotografia europea 2021, parafrasando Gianni Rodari. Buona lettura.

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