I want a dyke for president. [...]  I want a president with no air-conditioning, a president who has stood in line at the clinic, at the DMV, at the welfare office, and has been unemployed and laid off and sexually harassed and gaybashed and deported  [...] I want someone who has been in love and been hurt, who respects sex, who has made mistakes and learned from them. I want a Black woman for president. I want someone with bad teeth and an attitude, someone who has eaten that nasty hospital food, someone who crossdresses and has done drugs and been in therapy. I want someone who has committed civil disobedience. And I want to know why this isn’t possible. I want to know why we started learning somewhere down the line that a president is always a clown. Always a john and never a hooker. Always a boss and never a worker. Always a liar, always a thief, and never caught.

― Zoe Leonard

Nella duplice prospettiva in cui opera AWI, l’analisi della nostra condizione professionale non può che avvenire in dialogo con la comunità internazionale di lavoratorз dell’arte contemporanea, mentre la definizione di istanze e interlocutorз si radica nel contesto storico e politico nazionale, in coordinamento trans-categoriale con le altre iniziative del lavoro culturale precario in Italia. Pensiamo di intercettare un sentimento condiviso nel sostenere che, in Italia, la cultura del contemporaneo non venga considerata un asset strategico, né economico né tantomeno valoriale, e che questa marginalità si estenda ben oltre l’ambito dell’arte contemporanea per caratterizzare tutto il settore culturale, come dimostrano, per esempio, le condizioni in cui versa la ricerca universitaria.

Nel nostro manifesto parliamo de “l’obiettivo di un orizzonte egualitario”, menzionando espressamente tutte le soggettività marginalizzate, per assumere una prospettiva critica che includa parametri relativi alla classe sociale, al genere, all’identità sessuale, alle soggettività razzializzate. Affinché questo intento non rimanga astratto, relegato alla sfera della comunicazione, e non si limiti a una sorta di dichiarazione motivata da ottime intenzioni ma fattualmente impotente, sarà necessario articolare tattiche, prassi, sistemi di inclusione e gestione delle priorità. Il nostro posizionamento e le nostre azioni devono essere accompagnati dalla consapevolezza dei privilegi di cui gode una persona bianco-caucasica, medio-borghese e cisgender (ci sembra inutile nascondere che questi parametri inquadrano una percentuale statisticamente rilevante di “addettз ai lavori”, anche all’interno di AWI) rispetto alle altre identità che nel contesto italiano non godono né della stessa facilità di accesso agli studi, al mercato del lavoro, né ai diritti di cittadinanza. Vogliamo sviluppare canali di dialogo con chi porta avanti lotte specifiche e credere che questo tipo di processi possa innescarsi spontaneamente, specie in un contesto come quello italiano, significherebbe peccare di ingenuità e non considerare né coloro che portano con sé la storia delle migrazioni intraeuropee e delle diaspore extra-europee più o meno recenti, né le differenze sostanziali che ancora intercorrono tra le diverse regioni italiane. È fondamentale collocare qualsiasi riflessione sulla condizione lavorativa delle donne in Italia in un quadro politico allargato e secondo una prospettiva che non può che essere radicalmente transfemminista e intersezionale.

In quest’ottica ci preme sottolineare la differenza che intercorre tra una semplice postura solidale e le azioni solidali: a nostro avviso è importante agire se l’obiettivo è quello di innescare un cambiamento, non è sufficiente affermare di non essere razzistз, bisogna essere attivamente alleatз antirazzistз, rispondere con azioni mirate di resistenza alle norme di una cultura egemone intrinsecamente razzista. In una prospettiva intersezionale le difficoltà di accesso a determinati contesti sociali vanno affrontate nel loro complesso, in relazione alle diverse identità e marginalità: il pregiudizio contro cui può scontrarsi un art worker afrodiscendente in Italia e gli ostacoli incontrati da una donna nel momento in cui vuole intraprendere una carriera artistica sono entrambi sistemici. Colmare i gap di genere, come emerge dal decalogo di Letture Lente, è un punto di partenza fondamentale per costruire contesti lavorativi e sociali più equi. Sono in tal senso necessari narrative e linguaggi fondati sull’orizzontalità, per un’educazione sociale e culturale alle differenze, per l’inclusione di tutte le identità discriminate e quindi maggiormente esposte ai ricatti dello sfruttamento sul lavoro; per tutto questo, abbiamo bisogno di forme di lotta trasversali e condivise.

LO STATO DELL’ARTE

Per sottolineare e avvalorare le criticità sul tema crediamo sia importante apportare alcuni dati concreti raccolti nei mesi scorsi grazie all’indagine di settore condotta da AWI in collaborazione con ACTA: come afferma il primo punto del decalogo, la necessità di un osservatorio si è presentata da subito con urgenza. L’indagine, che nasce con l’obiettivo di offrire un’analisi quantitativa e qualitativa delle condizioni lavorative dellз art workers in Italia dal punto di vista sociale, contrattuale e giuridico, è stata strutturata e somministrata in modo da raccogliere dati che potessero essere interpretati secondo il parametro dell’identità di genere. I risultati della nostra indagine tratteggiano uno scenario caratterizzato dalla presenza di lavoratorз per lo più giovani, che si identificano in prevalenza come donne, con una elevatissima professionalità, appassionate del proprio lavoro, occupate in attività estremamente impegnative. I redditi provenienti da queste attività sono spesso insufficienti a mantenere un tenore di vita adeguato, fenomeno particolarmente rilevante visto il grado di professionalizzazione delle figure che hanno risposto all’indagine. Grazie al contributo di Anna Soru, con cui stiamo redigendo un’analisi dettagliata dei dati raccolti, è emerso, tra le altre cose, che il titolo di studio dellз lavoratorз dell’arte contemporanea è molto elevato: quasi il 90% ha una formazione specifica in ambito artistico a livello universitario, e spesso conseguita totalmente o in parte all’estero. Le donne, in particolare, hanno spesso titoli di studio più elevati, come dottorati e master. In sintesi, potremmo dire che, quando parliamo di lavoratorз dell'arte contemporanea, statisticamente parliamo di giovani donne, che vivono spesso in grandi città, soprattutto del Nord Italia, con elevatissima scolarizzazione e specializzazione artistica, ma che sono nella stragrande maggioranza dei casi costrette a portare avanti più lavori nell’ambito dell’arte contemporanea o fuori dall’ambito per riuscire a mantenersi. Come sintetizzato precisamente da Anna Soru di ACTA, siamo per lo più lavoratorз “appassionate e in affanno”.

CHE FARE?

Molte ricerche hanno sottolineato l’esistenza di una relazione indissolubile tra le forme di sfruttamento tipiche del lavoro contemporaneo e le forme di sfruttamento della donna, emerse grazie ai femminismi dagli anni Settanta in poi. In primo luogo esiste continuità da un punto di vista storico: è dal Dopoguerra, quando le donne entrano massicciamente nel mondo del lavoro, che questa relazione inizia a verificarsi. In secondo luogo, sussistono dei fattori di somiglianza che potremmo quasi definire di tipo ontologico: la transizione dal fordismo al post-fordismo ha infatti sancito quello che è stato definito il “divenire-donna del lavoro” (Corsani, 2007), secondo cui una serie di problematiche fino a un certo momento rimaste prettamente femminili, individuate dal pensiero femminista attraverso l’analisi del lavoro riproduttivo, si sono gradualmente estese a tutta la società: basti pensare alla scomparsa della differenza tra tempo del lavoro, tempo del piacere e tempo del riposo e alla costante richiesta di lavoro di tipo emotivo, relazionale e di cura senza compenso – per citarne due tra le altre.

L’arte contemporanea è un ambito in cui questo processo è stato particolarmente evidente, esacerbato da modalità lavorative che favoriscono strutturalmente forme di sfruttamento di questo tipo: un settore dove convivono industria del lusso e salari al di sotto della soglia di povertà, abituato a promuovere forme di ricompensa diverse dal denaro, a portare avanti forme di lavoro deregolamentato, e con una maggioranza di lavoratrici donne, specialmente impiegate nel lavoro subordinato di cura (curatela), a favore delle poche figure di potere, spesso maschili. Forse per questo abbiamo sempre percepito una profonda vicinanza tra le rivendicazioni di AWI e la lezione femminista del movimento transnazionale per il salario al lavoro domestico dei primi anni Settanta (parte di quello che Anna Curcio ha definito “Femminismo Marxista della Rottura”).

Nelle “quattro R” su cui AWI sta portando avanti azioni di pressione politica e la costruzione di strumenti contrattuali e legali, ovvero il Riconoscimento delle professioni di chi opera in questo ambito, la Regolamentazione dei rapporti di lavoro, la Redistribuzione delle risorse e la Riforma dell’intero sistema, echeggia fortemente la lectio femminista. Il riconoscimento delle professionalità dell’arte contemporanea deve passare attraverso una specifica regolamentazione dei rapporti di lavoro (a oggi completamente inesistente) che queste professionalità svolgono, e questa regolamentazione deve a sua volta tener conto delle specificità e delle necessità delle identità che incarnano queste figure professionali. Il lavoro che AWI sta portando avanti sulla progettazione di modelli di contratto conformi al settore e alle sue specificità tiene conto della necessità di tutelare e sostenere il lavoro delle donne e delle identità marginalizzate. AWI è entrata in dialogo con diverse istituzioni italiane perché si diffondano buone pratiche in termini di etica del lavoro e dell’impiego, chiedendo per esempio che nei bandi siano inserite clausole che escludano quelle realtà che non contrattualizzano in modo consono lз lavoratorз che coinvolgono. Siamo convintз che incrementare la presenza di donne nei ruoli dirigenziali non sia sufficiente per costruire un mondo del lavoro più equo, ma che la presenza delle donne a tutti i livelli debba essere accompagnata da un netto ripensamento delle logiche gerarchiche e dalla volontà di redistribuire risorse e ricchezze, mettendo in discussione un sistema che porta tuttз lз lavoratorз più fragilз e precarз a forme di autosfruttamento. Crediamo che la deregolamentazione endemica a tutti livelli del settore delle arti, la diffusione di pratiche di autosfruttamento che possono essere assimilate ai meccanismi tipici del lavoro di cura e la forte presenza di donne tra lз art workers, costituiscano le condizioni di fronte alle quali emerge l’imprescindibilità della prospettiva transfemminista.

“Lo chiamano ‘amore’, noi lo chiamiamo lavoro non retribuito” affermava Silvia Federici nel 1975. Come non rivedersi in questa affermazione, specialmente ora che il concetto di “amore” ha finito per estendersi a sussumere non solo il “lavoro riproduttivo”, ma tutto ciò che portiamo avanti nelle nostre attività quotidiane nel contesto delle economie libidinali, guidate dal motto neoliberista “scegli un lavoro che ti piace, e non lavorerai nemmeno un giorno nella vita”?

La scommessa di AWI è che il contesto dell’arte contemporanea possa essere un luogo adatto per avanzare rivendicazioni che tocchino, in un’ottica trans-categoriale e intersezionale, obiettivi che non coinvolgono soltanto lз lavoratorз della cultura: le rivendicazioni dellз art workers possono essere un banco di prova, in quanto esemplari del modo in cui le forme di sfruttamento lavorativo stanno cambiando da qualche decennio a questa parte per tuttз, specialmente per le donne. Per farlo proponiamo di ripartire proprio da lì, dall’eredità che il movimento femminista della rottura ha lasciato, utilizzando il cappello del “salario al lavoro domestico” per portare avanti lotte radicali che combattevano ogni forma di sfruttamento e oppressione, prime tra tutte quelle auto-imposte.

Riconoscimento, Regolamentazione, Redistribuzione e Riforma sono le quattro R che AWI propone di perseguire insieme, e che sono soltanto i primi punti di una lunga lista di obiettivi necessari.

 

AWI - Art Workers Italia (f. 2020) è la prima organizzazione in Italia nata con l'obiettivo di dare voce allɜ lavoratorɜ dell'arte contemporanea. AWI è un'associazione auto-organizzata, autonoma e apartitica che collabora con espertɜ per costruire strumenti etici, contrattuali e legali a tutela dellɜ art workers. AWI opera in coordinamento con altre iniziative in Italia e all'estero, e in solidarietà con tuttɜ lɜ lavoratorɜ precariɜ, per riformare il settore e renderlo più inclusivo, sostenibile e trasparente. AWI agisce per il riconoscimento del lavoro e della sua regolamentazione, la ridistribuzione delle risorse e l'eliminazione di ogni forma di sfruttamento.

ABSTRACT

AWI - Art Workers Italia is the first organisation founded to advocate for the rights of contemporary art workers in Italy. The contribution sketches the main features of the art worker in Italy, starting from the results of the first survey on their condition, recently conducted by AWI and ACTA. The text then proceeds to look at the tools cultural workers and feminist thought can contribute to the fight against current forms of exploitation within the context of the “feminization” of work. AWI proposes an intersectionalist perspective that aims at gathering different struggles around the “4 Rs” of its manifesto: the recognition of work, the regulation of working relationships, the redistribution of resources, the reform of the entire system.

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