“A occhi alti” è l’invito del progetto voluto dall’astrofisica Ersilia Scarpetta e Alessia Mosca per portare la scienza ai bambini e, soprattutto, alle bambine nei paesi con più povertà educativa. Un invito di cui vogliamo farci portatrici, accogliendo anche questo mese lo sguardo di espertз, ricercatori/rici e professionistз su azioni, ricerche e progetti a matrice culturale - quali semi di futuro sostenibile contro le zavorre del passato, in uno scenario che prospetta nuove opportunità di ridisegno dei sistemi, offrendo inedite risorse economiche.

Il contesto della crisi – e delle opportunità – ci spinge infatti ad acuire la vista, a guardare lontano e nel contempo a osservare in profondità – nelle strutture, nei processi – per poter  produrre trasformazione contro ogni tendenza al riduzionismo. Il primo passo, come più volte in questi mesi abbiamo ricordato, è studiare, identificando criticità e potenzialità di ripresa. Ce lo mostrano con chiarezza alcuni studi di enorme interesse che il numero di luglio di Letture Lente commenta: “Arte al Futuro. Indagine sulle carriere artistiche emergenti e la produzione culturale indipendente in Italia” a cura dell’Associazione per il Circuito dei GAI - Giovani Artisti Italiani e della Fondazione Santagata, raccontato nel contributo di Elena Baldo e Giangavino Pazzola; “Mappatura del lavoro culturale indipendente in Veneto”, condotta e commentata dal prof. Fabrizio Panozzo dell’Università Cà Foscari di Venezia; “Musei In_Visibili: visioni di futuro per i musei italiani dopo l’emergenza Covid-19“ della Fondazione Scuola dei beni e delle attività culturali.

“Fragilità” del lavoro culturale, da un lato, e costruzione di competenze, dall’altro, sono due elementi ricorrenti nei rapporti sopra citati. Ricordiamo, tra i tanti, il dato sulle entrate annuali dei lavoratori/rici veneti della cultura: quasi la metà degli intervistati dichiara un reddito inferiore ai 10.000 euro! Dati di questo genere sono emersi più volte durante la pandemia, rivelando una situazione di precariato del lavoro culturale di fatto ben nota. Lavoro di cui oggi più che mai abbiamo bisogno per immaginare città post-covid – come ci ricorda lo studio del GAI e della Fondazione Santagata – al fine di costruire città creative di nuova generazione, in un quadro di salute pubblica diffusa e di rinnovata giustizia sociale.

E nella dualità “fragilità” e “competenze” emerge un mercato del lavoro ancora molto immaturo: c’è uno scollamento tra domanda e offerta, tra livello professionale e retribuzioni, tra formazione di base e competenze richieste, soprattutto per quanto concerne la pubblica amministrazione. È evidente, per quest’ultima, quanto urgente sia il bisogno di avere maggiore formazione e accompagnamento, nuovo personale e nuove professionalità, scelte con rinnovati criteri: ce lo ricorda anche Pietro Petraroia, nel suo commento alla recente istituzione di quattro nuovi istituti autonomi del Ministero della Cultura. Ma anche quanto sia importante anche permettere a quei centri di fertilizzazione (privato, terzo settore ecc.) di svolgere al meglio il proprio ruolo “come luoghi di incubazione e spazi di imprenditorialità artistica fuori dai circuiti tradizionali” - come molto chiaramente mostra l’indagine sulle carriere. È la grande sfida delle città, nonché delle aree interne: come mettere nella giusta condizione le comunità e le singole creatività per sviluppare potenzialità e attitudini.

L’urgenza di ripensare il lavoro culturale emerge con chiarezza anche dall’intervento, estremamente generativo, delle associazioni di categoria – Art Workers Italia (AWI), Amleta e Women in Film, Television & Media Italia (WIFTMI)- sul Decalogo di genere per le industrie culturali e creative. I contributi mostrano in modo evidente come il bilanciamento di genere – e, più in generale, un processo di giustizia sociale - sia una leva di crescita per tutto il sistema. “La scommessa di AWI è che il contesto dell’arte contemporanea possa essere un luogo adatto per avanzare rivendicazioni che tocchino, in un’ottica trans-categoriale e intersezionale, obiettivi che non coinvolgono soltanto lз lavoratorз della cultura: le rivendicazioni dellз art workers possono essere un banco di prova, in quanto esemplari del modo in cui le forme di sfruttamento lavorativo stanno cambiando da qualche decennio a questa parte per tuttз, specialmente per le donne”. Amleta ci ricorda che “Il teatro deve connettersi alla società con narrazioni inclusive perché è esso stesso generatore di comunità e di cultura sociale”, allo stesso tempo mostrando - grazie ai dati raccolti in occasione della pandemia – che lo stesso mondo dello spettacolo deve prendere le distanze dal modello maschilista, ancora prevalente. WIFTMI propone tre direttrici di cambiamento culturale: la via pubblica (che riguarda il coinvolgimento delle istituzioni in un progetto tangibile e misurabile quale potrebbe essere un Osservatorio di Genere in grado di misurare gap e, di conseguenza, l’efficacia delle azioni intraprese); la via privata (che prevede un’alleanza con i broadcaster quali paladini in materia di genere); e la via relazionale (attraverso la creazione di un vero e proprio think tank, “che potenzi la forza dei/lle singoli/e e che elabori sia le strategie di approccio agli/lle eventuali supporter sia dei propri concetti e progetti originali”). Non è quindi un caso che il lavoro di queste organizzazioni parta dai dati per indicare strade in cui la costruzione di nuove competenze e professionalità gioca un ruolo centrale. L’inclusione si genera promuovendo capacitazione.

Con questa convinzione, nella call di Letture Lente sull’equità di genere nei e attraverso i settori culturali e creativi, questo mese sono state coinvolte anche le istituzioni museali: si tratta di un processo esplorativo che mostra quanto sia necessario arrivare alla definizione di linee guida e strumenti per rafforzare la vocazione inclusiva e coesiva di questi soggetti che svolgono, nel sistema, un ruolo assolutamente strategico come “mediatori” del processo artistico. Anche le istituzioni culturali hanno bisogno di essere accompagnate per promuovere azioni di inclusione e riequilibrio sui propri territori, soprattutto per rafforzare quelle più fragili.

Il bisogno di nuove competenze e indirizzi di lavoro emerge con ancora maggiore chiarezza nel confronto con la trasformazione digitale. Ci ricorda Claudio Calveri: “Piattaforme ed algoritmi non sono meri strumenti di condivisione ed offerta per prodotti e servizi, ma parte integrante dell’infrastruttura sociale che regola le relazioni sociali, con tutte le implicazioni connesse in termini di potere e responsabilità. Un potere ed una responsabilità che, oggi più che mai, vanno condivisi e gestiti in una prospettiva consapevole, che tenga conto delle inevitabili e preziose specificità dei membri della comunità non in termini problematici ma costruttivi. L’inclusione, oggi più che mai, non genera dissonanza e disallineamento del sistema ma un suo reale, concreto e specifico arricchimento, indispensabile per affrontare la sfida della complessità del mondo contemporaneo”.

Se i media digitali hanno vissuto un’età dell’oro durante i mesi del distanziamento sociale, resta infatti da capire in che modo attuare una transizione digitale nelle organizzazioni culturali che abbia un impatto generativo durevole e sostenibile, arricchendo l’esperienza culturale. È la domanda di ricerca a cui prova a rispondere il XII Rapporto Civita “Next Generation Culture. Tecnologie digitali e linguaggi immersivi per nuovi pubblici della cultura”, adottando una triplice prospettiva: quella dei musei, del pubblico e delle imprese ICT che lavorano con il mondo della cultura. Ce ne parla Alfredo Valeri, sottolineando come la comunicazione digitale abbia bisogno di essere accompagnata da “una strategia apposita, da adeguate figure professionali e da investimenti a lungo-medio termine. Sono soprattutto i piccoli e medi musei che faticano, spesso per carenza di budget e di competenze, a tenere il passo con i tempi”. Si tratta di esigenze che emergono anche dal lato degli imprenditori privati, che rilevano il bisogno, per i soggetti pubblici, di nuove competenze tecnologiche, di maggiore fiducia nei confronti delle tecnologie immersive e di propensione alla sperimentazione dell’innovazione.

Ma non si tratta solo di capire come adottare – tecnicamente - il digitale, ma di capirne la portata e il senso. Solo un approccio “umanistico” alla questione può renderlo possibile, come ci ricordano Claudio Calveri e Pier Luigi Sacco nel volume “La trasformazione digitale della cultura” (Editrice Bibliografica, 2021), riletto per noi da Luca Dal Pozzolo. Ancora una volta, quindi, riemerge il tema delle competenze, e dell’urgenza di mantenere dritta la barra del pensiero umanistico in un mondo sempre più digitale.

“L'altro contesto in cui appare più significativo intervenire è il territorio, offrendo la possibilità di riscoprire e rafforzare le relazioni locali”, secondo quanto rilevato dalla Fondazione Scuola dei beni e delle attività culturali nel già citato studio che lo indica come una delle risorse in un decalogo di priorità. Priorità che trova già applicazione concreta in casi virtuosi come quello del MAXXI L’Aquila. Più che un museo nel senso più tradizionale del termine, si tratta un progetto di comunità, come dimostra una delle azioni che commentiamo condotte dal museo con gli studenti dell’Università dell’Aquila - Dipartimento di Ingegneria Civile, Edile-Architettura e Ambientale per la realizzazione di uno spazio “temporaneo” che valorizzi la funzione pubblica e sociale della Piazza su cui si affaccia il museo. Una città della prossimità. “Un esempio di design and built [...] che certamente accresce le competenze di giovani futuri professionisti che in questi processi acquisiscono e maturano esperienza. Intendendo il processo di sviluppo di un territorio estremamente connesso al rafforzamento della formazione delle competenze delle giovani generazioni”. Ne scrive Elena Pelosi. O ancora l’esempio della Reggia di Venaria, che alla sua comunità porta il tema della sostenibilità ambientale, si fa testo con una programmazione in quattro linee di intervento tematiche: Sognare Green con spettacoli, musica, danza e teatro. Scoprire Green con visite a tema, incontri e convegni. Creare Green con laboratori, dal riciclo alla potatura degli alberi. Vivere Green incentrata sugli obiettivi dell'Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Un patrimonio che si ripensa, come ci racconta Luca Dal Pozzolo nel volume “Patrimonio culturale tra memoria, lockdown e futuro” (Editrice Bibliografica, 2021), recensito da Silvia Mascheroni, anche grazie una rinnovata accessibilità (culturale e non solo) che può beneficiare dell’apporto dell’antropologia culturale, come mostrano  Gianluigi Mangiapane ed Erika Grasso riprendendo il volume di Vito Lattanzi “Musei e antropologia” (Carocci Editore, 2021).

Instaurare un rapporto costruttivo con il territorio significa anche (ri-)partire dalle infrastrutture culturali quale principale “porta d’accesso” alla cultura e alla conoscenza, la cui distribuzione territoriale spesso rileva forti disparità. È il caso delle biblioteche, come mostrano i dati emersi dal censimento sulle biblioteche pubbliche e private condotto nel 2019, oggetto della tavola rotonda organizzata dalla Commissione Nazionale Biblioteche Pubbliche dell’AIB lo scorso 3 giugno. “Due terzi delle biblioteche sono in 7 regioni, più della metà delle biblioteche è al Nord (58,3%), il 17,5% al Centro, il 13,5% al Sud e il 10,7% nelle Isole. Rapportando questi dati alla popolazione residente, abbiamo una biblioteca ogni 6.384 abitanti al Nord e una ogni 11.231 abitanti al Sud”. Come rimediare? “È almeno dagli anni Sessanta del secolo scorso che nel nostro settore sentiamo ripetere come un mantra che “per fare le biblioteche prima bisogna fare i bibliotecari” eppure ancora oggi circa il 40% delle biblioteche ha dichiarato di avere del personale che opera su base volontaria e gratuita; un apporto di partecipazione civica importante, ma non sostitutivo di una professionalità oggi riconosciuta e per questo ancora più essenziale”.

Laddove presenti, le biblioteche si rivelano veri avamposti di welfare culturale, luoghi di sociali e di innovazione civica. E la lettura, come le ricerche attestano, è benessere, è cura sociale. Neve Mazzoleni ci porta ad esplorare la biblioterapia, per la promozione della salute e percorso terapeutico, aprendo allo stesso tempo la strada a nuovi volti professionali.

Un esercizio di sguardo molteplice e collettivo, per un mondo culturale che sappia guardare in alto, acquisendo le (nuove) competenze necessarie a fare della cultura risorsa di benessere e di giustizia sociale. Ce lo ricorda anche l’Europa, con il lancio di una nuova KIC (Knowledge and Innovation Community) interamente dedicata alle industrie culturali e creative, in virtù dell’impatto economico ma anche e soprattutto sociale della cultura che alimenta queste industrie. L’obiettivo delle KIC? Proprio quello di creare nuove competenze imprenditoriali e nuova impresa in settori considerati strategici per la ripresa post-pandemica. Tra ottobre e novembre verrà pubblicata la call per i potenziali partecipanti, con chiusura a marzo 2022. Un appuntamento che l’Italia non può mancare.

Buona lettura lenta.

 

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