Questa mattina, la Corte dei Conti ha pubblicato la sua relazione sul bilancio della Rai, ma è purtroppo riferita all’esercizio 2019, allorquando il 15 luglio scorso l’Assemblea degli Azionisti (Ministero del Tesoro e Siae) ha approvato il bilancio del 2020. L’Istituto italiano per l’Industria Culturale - IsICult, centro di ricerca indipendente sulle politiche culturali e le economie mediali, ha elaborato un dossier sul bilancio Rai 2020 definitivamente approvato una settimana fa, depositato in Camera di Commercio mercoledì 21 luglio: “i risultati dell’anno 2020 sono preoccupanti, sia per quanto riguarda la parte economica, sia per quanto riguarda il cosiddetto bilancio sociale”.

Alcuni indicatori economici del dossier IsICult (anticipato venerdì 23 luglio dal quotidiano online “Key4biz”) evidenziano una crisi che soltanto in parte può essere attribuita alle conseguenze della pandemia: il totale dei ricavi 2020 è stato di 2.509 milioni di euro, con un calo di ben 147 milioni rispetto ai 2.656 milioni dell’anno 2019. Questi 147 milioni in meno sono dovuti a minori entrate per canoni per 73 milioni ed a 46 milioni per minor pubblicità e 28 milioni da altre fonti. In quote percentuali, il canone rappresenta attualmente il 68,8 % delle entrate della Rai, a fronte del 23,0% della pubblicità ed all’8,2% di altri ricavi. I ricavi ridotti hanno determinato una contrazione delle spese: contenimento dei costi operativi per un ammontare di 140 milioni di euro (anche grazie alla mancata trasmissione della Champions League), e riduzione del costo del personale per oltre 20 milioni (anche a causa del ricorso alle modalità di lavoro in remoto).

Si tratta di un bilancio che mostra molti chiaroscuri: se è vero che le perdite sono state contenute nell’ordine di 20,7 milioni nel 2020, a fronte dei 35 milioni del 2019, si osserva un notevole incremento di un indicatore di buona o cattiva salute qual è l’“indebitamento finanziario netto”, che è cresciuto di un altro 20% rispetto al dato impressionante dell’anno 2019, che segnò quasi un raddoppio rispetto al 2018. Si passa infatti da un indebitamento di 287 milioni di euro del 2018 a 541 milioni del 2019 (+ 89%), per arrivare ai 606,4 milioni del 2020 (+20%). Si tratta della conferma di un trend negativo che fu segnalato già dall’ex Ministro Roberto Gualtieri in occasione di una polemica audizione di fronte alla Commissione di Vigilanza Rai nel novembre dell’anno scorso, nella quale si confermò la sfiducia del Governo nei confronti degli amministratori di allora (in particolare verso l’Amministratore Delegato Fabrizio Salini). Impressiona osservare come la liquidità della Rai stia crollando: dai 195 milioni al 31 dicembre 2019, si scende a 15,5 milioni del 31 dicembre 2020 (con un calo di 179,1 milioni). I debiti verso banche sono invece cresciuti dai 10,1 milioni del 2019 ai 232,2 milioni del 2020. “La situazione non appare particolarmente critica, ma certo preoccupante e deve stimolare una revisione del posizionamento della Rai sul mercato mediale italiano”, sostiene Angelo Zaccone Teodosi, Presidente dell’IsICult.

La Rai mantiene senza dubbio una buona capacità di sedurre audience sul mercato televisivo tradizionale: nel 2020, può vantare ancora uno share del 35,2 % nell’intera giornata, a fronte del 31,6 % del gruppo Mediaset, del 7,6 % di Discovery, del 6,5 % di Sky, del 3,9 % de La7, e del 15,2 % di tutti gli altri canali.

I quattro quinti dell’audience Rai sono però dati dai 3 canali generalisti: Rai1 con il 16,4%, Rai 2 con il 4,9% e Rai 3 con il 6,9%. Tutti gli altri canali della Rai totalizzano soltanto un 7%, con soltanto 3 canali che superano la soglia dell’1% di share (Rai 4, Rai Premium, Rai Movie), con una Rai News24 che è a quota 0,82% ed una Rai Scuola con una “nano share” dello 0,02% (era 0,03% nel 2019).

“Naturale sorge il quesito se ha senso disperdere energie e risorse su questi canali cosiddetti specializzati – si domanda Zaccone Teodosi – piuttosto che concentrare energie sulla fruizione non tradizionale (web, tablet, cellulare), considerando che il punto più debole della Rai è proprio nel digitale. I dati di performance nell’offerta ‘digital’ e ‘social’ sono sconfortanti: nel ranking dei principali gruppi online attivi in Italia, Rai si posiziona al 27° posto (anche se guadagna 3 posizioni rispetto alla classifica del 2019); Mediaset è settima (ha guadagnato 4 posizioni nel ranking); predominano i grandi player internazionali come Google, Facebook e Amazon, seguiti da Microsoft, Rcs MediaGroup e dal Gruppo Gedi. Concentrando l’attenzione sull’informazione, si noti come il portale di informazione Rai, Rai News, registri una media mensile di utenti unici pari a 4,5 milioni, con un incremento del 31 % rispetto al 2019, ma restando ben distante dai principali competitor: Corriere.it 29,5 milioni; TGcom24 26,2 milioni; Repubblica.it 26 milioni; Il Messaggero 24,5 milioni”.

“Al di là delle forse troppo decantate capacità di RaiPlay, è evidente un grande affanno e forte ritardo della Rai nel seguire l’evoluzione dei consumi mediali, con un’offerta che è complessivamente notevole in termini quali-quantitativi, ma forse non ancora adeguatamente posizionata: quel che Rai produce ed offre ogni anno sembra disperdersi, e paradossalmente ricorda più il catalogo di un operatore come Netflix, basato su un modello di business completamente differente”, sostiene il Presidente di IsICult.

“Il bilancio annuale della Rai presenta una grande mole di dati, ma mancano informazioni essenziali per comprendere la vera natura del gruppo: quanto costano le reti ed i tg, per esempio? quanto investe l’azienda in documentari piuttosto che fiction? Non è dato sapere. E qual è l’organigramma dell’azienda?! Non appare in bilancio”, continua Zaccone.

Dal bilancio emerge soltanto che, su un totale di 12.835 dipendenti, ci sono 313 dirigenti (ma non si sa ove sono allocati per direzioni e strutture), ma anche ben 1.605 “quadri”, e 2.039 giornalisti, a fronte di 7.896 impiegati, 860 operai, ed infine 122 orchestrali.

“Il bilancio Rai dovrebbe essere oggetto di una discussione pubblica con tutti gli stakeholder, ovvero in primis i cittadini che pagano il canone nella bolletta elettrica: la Rai tende invece a considerarlo un documento semi-clandestino, così come fa per il ‘bilancio sociale’, che quest’anno è stato curiosamente ridenominato bilancio ‘di sostenibilità’, ma mantiene esattamente l’impianto dell’anno 2019. Dovrebbe essere lo strumento per comprendere se Rai adempie alla sua missione di servizio pubblico, se risponde al dettato del Contratto di Servizio con lo Stato… ed invece si pone come occasione di autopromozione narcisistica, senza nessuna vocazione autocritica”, lamenta Zaccone Teodosi

Utilizzando costose indagini demoscopiche con metodologie che variano di anno in anno, la Rai si auto-assegna dei punteggi, in scala da 0 a 10, e forte di uno strumento come il controverso Qualitel ed altre ricerche, si assegna sempre dei voti che non sono mai insufficienti, che oscillano sempre tra il 7 e l’8, in materia di pluralismo informativo, politico, sociale, religioso, equilibrio di genere, coesione sociale, eccetera: “in tutto il ‘bilancio sociale, non c’è traccia minima di autocritica, il processo di autocoscienza viene sacrificato sull’altare dell’autoreferenzialità: insomma, va tutto bene, se non addirittura benissimo”. Basti notare come non v’è nessun cenno critico rispetto ad un dato negativo come l’equilibrio di genere all’interno dello stesso gruppo pubblico: dei 313 dirigenti Rai, ben il 74 % è maschio.

E che dire della totale assenza, dai bilanci Rai, di attenzione rispetto a quel 10 per cento della popolazione formata da stranieri? Nelle 422 pagine del bilancio di esercizio Rai, la parola “stranieri” emerge 2 volte, ma in tema di “film stranieri” e frequenze televisive.

Apprezzabile che la Relazione della Corte dei Conti consenta di conoscere l’organigramma Rai, che stranamente non viene proposto né nel “bilancio di esercizio” né nel “bilancio sociale”. Queste le conclusioni della Corte dei Conti sul bilancio 2019: “a fronte della situazione complessiva sopra illustrata, in particolare dell’emersione di perdite di conto economico per il secondo anno consecutivo, questa Corte conferma la necessità che l’azienda ponga in essere ogni misura organizzativa, di processo e gestionale idonea ad eliminare inefficienze e sprechi, onde assicurare un maggior contenimento dei costi – che invece nell’anno in esame sono cresciuti – nell’ottica di un maggiore equilibrio economico e gestionale”. Molti temono che il giudizio sul bilancio 2020 non sarà più benevolo.

 

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