in_bo vol. 13, nº. 17 intende porre l’attenzione sul rapporto tra politica e territorio, tra democrazia e trasformazioni degli ambienti di vita. In particolare, in merito al ruolo della pianificazione urbanistica, la riflessione che si intende avviare verte sulla verifica delle sue attuali capacità: di produrre pratiche condivise di trasformazione dello spazio; di dare voce alle marginalità sociali; di mettere in atto sapienti gestioni delle risorse territoriali; di innovarsi e parlare una lingua contemporanea atta a comprendere le grandi transizioni in corso.

LA MANIFESTAZIONE DELLA CITTÀ DEMOCRATICA

Esiste un nesso tra territorio e politica, tra spazio e democrazia. La democrazia (etimologicamente: il potere del popolo) è connaturata alla polis, da cui il termine politica, che esprime l’arte del governo, proviene. Se la città è di fatto il luogo fondante della politica, come lo è il territorio su cui essa esercita la propria giurisdizione, la democrazia è allora forma di governo situata, modellata dalle relazioni intercorrenti tra popolazioni insediate e strutture dell’habitat. La connessione tra forme di esercizio del potere e forme della città ha tuttavia bisogno di verifiche. Un ordinamento democratico implica una città democratica? Il quesito apre la riflessione sull’effettività dell’azione democratica di fronte alle deformazioni che investono il modello dell’abitare aggregato – la città – che resta esposto a polarizzazioni, sperequazioni, disuguaglianze. In un ecosistema globale “coevolutivo” dove le società locali trasformano (e si trasformano con) gli ambienti in cui esse vivono, una perturbazione nelle modalità dell’abitare finisce per perturbare anche le forme di governo, e viceversa. In questo moto di divenire e con-divenire, una delle condizioni di salvaguardia della democrazia è la salvaguardia concettuale di ciò che chiamiamo città democratica, senza tuttavia poterne circoscrivere per intero senso, caratteri, limiti. È inevitabile allora chiedersi se, dove, come e quando questa città democratica si è manifestata; se essa sia espressione reale o utopica, constatazione o desiderio; se esistano parametri che ne identificano la democraticità, se un’estetica la contraddistingue. Quali che siano le connessioni poietiche tra spazialità e ordinamento politico, questo tuttavia dispone di strumenti per orientare lo sviluppo di quella.

L’URBANISTICA COME DISCIPLINA A VOCAZIONE POLITICA

Tra lo spazio e il suo governo si interpone l’urbanistica, disciplina tecnica (a forte vocazione politica) che, stemperando i conflitti in merito alla “produzione dello spazio”, predispone scenari la cui realizzazione è sostenuta dal nomos, frutto – si vuole – di un discernimento collettivo. La pianificazione urbanistica ha finora tentato di compiere il suo mandato sociale. Laddove invece il compito non è stato assolto, il territorio è stato plasmato dal mercato. Studiare perciò l’irruzione egemonica delle forze economiche è indispensabile per definire in quali rapporti stanno oggi urbanistica/architettura e democrazia. L’analisi dello stato di permeabilità delle istituzioni democratiche da parte delle forze mercantili (e quindi non democratiche) fornisce i mezzi per comprendere se la pianificazione sia in grado oggi di produrre aspirazioni, elaborare modelli, sostenere – simbolicamente e praticamente – la produzione di paesaggi di radicamento capaci di sollecitare corresponsabilità territoriali, di tracciare linee di sviluppo per città più eque (anche in termini ecologici), meno gerarchizzate; nelle quali le “periferie esistenziali” possano finalmente dissolversi; nelle quali i risultati di processi decisionali dal basso conformino effettivamente lo spazio comune; nelle quali presso la cittadinanza sia avvertita coappartenenza, partecipazione e corresponsabilità; nelle quali, l’ibridazione con il digitale generi virtuosi progressi. Il transito valoriale del nostro tempo è, in questo senso, da soppesare e prendere in considerazione. Il crollo ideologico e spirituale, il tramonto del welfare e dell’esercizio di diritti sociali emancipativi lascia spazio alla rivendicazione di diritti alla libertà personale, frutto al tempo stesso di un generale processo di individualizzazione e di una mutazione civile attenta all’inclusione delle diversità, dei più deboli, degli emarginati. In questo contesto riteniamo che sia opportuno far emergere la condizione attuale della riflessione scientifica sulla gestione dei processi decisionali urbani, inclusiva delle istanze provenienti da tutte le fasce sociali; sui modi in cui gli ambienti di vita si generano e si rigenerano aderendo a nuovi comportamenti, al rinnovato uso e ruolo dello spazio pubblico ed anche alla nuova mixité funzionale dello spazio privato. L’urbanistica precede, accompagna o segue la decisione politica? Urge verificare se lo strumentario urbanistico – stemperato nella sua efficacia anche dalle condizioni economiche, operative e politiche in cui si muovono le pubbliche amministrazioni – sappia assorbire l’accelerazione dei cambiamenti in atto, se sappia orientarne l’evoluzione, se abbia infine coniato un linguaggio capace di rappresentare la fluidità del tempo presente. Se la disciplina sia ridotta a norma e tecnica, o abbia anche competenze di visione e previsione, è un interrogativo che chiama in campo la ricerca e la didattica universitarie.

OLTRE I CONFINI URBANI

Infine, il territorio: investito dai cambiamenti più rapidi, indotti da nuove modalità di lavoro, di produzione e di distribuzione globale della ricchezza, dal massiccio impatto visivo, infrastrutturale e logistico. La questione supera i confini delle città, travolge il periurbano e investe le aree rurali, ovvero quel territorio che sostiene energeticamente e biologicamente la città e che, come scriveva Carlo Cattaneo, la ha, a volte, rigenerata. Il rapporto tra democrazia e ambiente, in termini di “auto-sostenibilità”, misurata cioè sulla produzione/riproduzione delle risorse locali; e il nesso tra politica e visioni, in termini di capacità di individuare i modi della “riterritorializzazione”, rientrano tra gli interrogativi a cui chiediamo risposta. Esempi di migliori mondi possibili esistono. La pandemia di Covid-19 ne ha messi alcuni sotto i riflettori, dalle pratiche di mutualismo alla solidarietà urbana. Azioni di “autogoverno di territorio” sono sporadicamente presenti sul territorio: dalle comunità neoagricole alle nuove forme di coabitazione, dalle cooperative solidali alla messa in comune di servizi e risorse territoriali. Una poliedrica autodeterminazione che lascia aperto un interrogativo: se, e come, questi spiragli di buena vida siano capaci di passare da pratiche di testimonianza e di rifugio alla ricomposizione del quadro di una nuova “città felice”. La questione sociale, obliterata negli anni del There Is No Alternative, è tornata all’ordine del giorno, non più disgiunta dal tema del ritorno della statualità e di quello ambientale.

 

Elena Franco è architetto e si occupa di valorizzazione urbana e territoriale. Ha lavorato a oltre cinquanta piani strategici e progetti di sviluppo locale e, con l’associazione internazionale TOCEMA worldwide, ha progettato la certificazione europea per i Distretti del Commercio. Con Luca Tamini e Luca Zanderighi ha curato il volume Commercio e Distretti: un patto per lo sviluppo (Maggioli editore 2020). Dal 2012, inoltre, si occupa di cultura e salute con la ricerca “Hospitalia”, grazie alla quale ha pubblicato Hospitalia. O sul significato della cura (ARTEMA 2017) e Ars Curandi (ARTEMA 2021).

ABSTRACT

Of the 17 Sustainable Development Goals known as the 2030 Agenda, promoted by the United Nations Organization, number 11 - “sustainable cities and communities” - invites reflection on how to create sustainable cities and human settlements that are inclusive, safe and resilient. The call, with a deadline of 15 October, proposed by the magazine in_bo, edited by Ilaria Agostini, Luigi Bartolomei and Elena Franco, solicits contributions, in textual or illustrated form, that focus on cities, territories and democracy.

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