© Photo by Pietro Petraroia. Antonietta Raphaël, "La fuga", 1958. Roma, Palazzo Merluna, 2019

È impressionante constatare come proprio negli stessi giorni in cui il G20, sotto la guida dell’Italia, ha posto al centro dei lavori anche la cultura, è apparso drammaticamente chiaro quanto i diritti di relazione fra le persone - senza garanzia per i quali la cultura non ha alimento - vengano violentemente soppressi in tanta parte del mondo non estranea certo al governo o all’area di influenza diretta di quegli Stati; e che l’elaborazione e l’espressione della cultura, anche in Stati effettivamente democratici, vengano conculcate in forma talora violenta ed esplicita, tal altra in modo più subdolo, ad esempio per l’assenza di strumenti di informazione davvero liberi da pesanti condizionamenti.

In questo contraddittorio contesto, comprendere la relazione fra liceità di libera opzione ed espressione culturale (da parte di singoli e gruppi) e migrazioni per ragioni economiche (a volte generate da guerre o guerriglie infinite) è decisivo nell’analisi delle relazioni internazionali e precisamente nella strategia economica.

Non si può dunque fare a meno di chiedersi come si possa cominciare a costruire concretamente una gestione non ipocrita e retorica di un documento di indubbio rilievo come la “Dichiarazione di Roma dei Ministri della Cultura G20” approvata il 30 luglio scorso, al termine della negoziazione curata da Erminia Sciacchitano del Ministero della Cultura italiano, con cui ho condiviso alcune di queste riflessioni.

Perché di rilievo? Non solo per i contenuti, che andrebbero esaminati nella versione completa; ma anche per il metodo e, non di meno, proprio per il contesto e il momento storico in cui si è avuta, a Roma, l’approvazione della Dichiarazione da parte dei venti Stati che determinano l’economia nel mondo.

Chi abbia letto qualcuno dei documenti delle istituzioni europee inerenti le policy culturali prodotti negli ultimi decenni certamente nota in questo testo innumerevoli assonanze con essi, sia nei contenuti che nelle soluzioni diplomatiche di stile. È dunque un documento eurocentrico? Un po’ lo è, per fortuna. Ma si intuisce che tanto gli apporti propositivi quanto i veti di molti Stati extraeuropei hanno avuto rilievo nella sua gestazione e formulazione conclusiva.

Ad esempio, si guardi al riconoscimento del ruolo delle popolazioni “indigene e locali” nei “processi di rigenerazione guidati dalla cultura”; oppure alla richiesta di “sfruttare meglio il potenziale delle soluzioni basate sulla cultura per l’azione sul clima”: contenuti che incentivano direzioni di impegno per la UE già in parte presenti nei suoi atti di policy e bilancio, ma certamente da potenziare possibilmente anche nel corso del settennio iniziato con il 2021.

Infatti, particolare rilievo hanno nella Dichiarazione le tematiche del digitale (per la diffusione di conoscenze, come per la produzione continua di esse) accanto a quelle sulla sostenibilità ambientale e i cambiamenti climatici: qui si coglie l’attenzione non solo all’impatto grave di essi sul patrimonio culturale, ma anche - all’inverso - per l’originarsi delle mutazioni ecologiche su innesco di comportamenti generalizzati, dunque culturali, disinteressati al bene e alla responsabilità comuni.

Ricorre insistentemente anche il tema dei reati contro il patrimonio culturale, che nel “mondo occidentale” sappiamo essere strettamente legati alla malavita organizzata, al riciclaggio, al commercio illegale di droga e armi, ma che, per altri territori e culture, uniti alla falsificazione contribuiscono alla “distruzione e alla denigrazione del patrimonio culturale e della cultura indigena e locale”.

Si ha dunque l’impressione che un documento costruito intorno a una bozza originaria con “temi europei” finisca, dopo le trasformazioni prodotte da apporti multilaterali, con il proporre un’idea di cultura assai più caratterizzata antropologicamente di quanto di solito non avvenga in UE; sicché, sia il punto di partenza sia l’esito del lavoro ora impongono una prova di coerenza proprio e anzitutto all’Europa stessa - intesa come singoli Stati aderenti anche al G20, ma indirettamente quale Unione - rispetto alle nuove sfide che vengono riconosciute nel mondo, grazie anche a uno sguardo che solleciterebbe (superando l’affastellarsi piuttosto frammentario delle raccomandazioni) un approccio più inclusivo e, soprattutto, tanto pluridisciplinare quanto sistemico.

La conquista della capacità di uno sguardo sistemico è sorella siamese dello sviluppo di una cultura della responsabilità, sia nelle singole comunità locali, sia nei confini di ciascuno Stato, di confederazioni multinazionali come l’UE e, infine, nello stesso sistema mondiale, la cui economia il G20 in qualche modo vuole governare.

Come si porrà l’UE rispetto alle direzioni indicate? Credo debba rafforzare una prospettiva davvero sistemica, che fosse degna erede dell’approccio del Club di Roma negli anni Settanta, considerando però oggi le interazioni culturali quale fattore decisivo nei processi di trasformazione globale. L’UE potrebbe dare un esempio di governance più organica di tali raccomandazioni, assumendo responsabilmente il suo ruolo specifico in un mondo e in un momento in cui le tre maggiori potenze statuali riorganizzano anche brutalmente le proprie aree di influenza economico-militare nel contesto pandemico che tutti viviamo.

Questo evidentemente solleva questioni non facili in tempi di nuovi scontri di interessi e di culture ai "confini" orientali e meridionali dell'Europa; cioè in Italia in primis.

Ma occorrerebbe tentare. Due proposte per noi Italia e per l’Europa, allora.

La prima: approfondire progettualmente la relazione fra interventi attuativi di Next Generation EU e raccomandazioni della Dichiarazione di Roma, costruendo metriche di verifica della coerenza, pertinenza, efficacia delle azioni e condizionando a esiti progressivamente positivi la prosecuzione delle erogazioni finanziarie.

La seconda: costruire un sistema di “controllo” che, pur evitando ingerenze fra organismi fra loro non paragonabili (G20 e UE), generi rapporti periodici di verifica ed eventualmente di “riconoscimento premiale” o, viceversa, di “osservazione critica” per le policy statuali rispetto alla prospettiva che si è detta. In fondo, tutti sappiamo quanto le agenzie di rating, benché private, influenzino le politiche finanziarie degli Stati attraverso la comunicazione incalzante dei loro rapporti. Perché non immaginare soluzioni analoghe anche per le politiche culturali nella chiave antropologica che la Dichiarazione di Roma propone? Anche a questo potrebbe servire la novità che vi si adombra proprio nelle battute conclusive: “30. Accogliamo con favore l’adozione dei Termini di Riferimento del Gruppo di Lavoro Cultura del G20 e incarichiamo il Gruppo di Lavoro Cultura del G20, con il supporto dell’OCSE, dell’UNESCO e di altre Organizzazioni Internazionali pertinenti, di costruire una solida base di prove riguardanti il contributo della cultura e dei settori creativi alla crescita sostenibile ed equilibrata, per informare l’azione politica a livello internazionale, nazionale e locale.

31. Chiediamo al Gruppo di Lavoro Cultura del G20 di lavorare su raccomandazioni e azioni volte a promuovere il contributo della cultura e del patrimonio culturale nell’affrontare il cambiamento climatico e promuovere un’azione culturale incentrata sul clima”.

 

Pietro Petraroia, direttore de "Il capitale culturale" (Università di Macerata)

ABSTRACT

The Rome Declaration of the G20 ministers of Culture can help the European Union to redefine its specific role with special responsibility on the occasion of the implementation of the Next Generation EU program.

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