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NON C’È PIÙ IL PRESENTE DI UNA VOLTA

Le elezioni municipali di ottobre segnano una cesura, forse insolita ma certamente irredimibile, rispetto alle dinamiche consolidate che da decenni caratterizzano la catena del valore culturale nella mappa urbana. Senza l’irruzione del virus e la reazione inedita che ha mescolato moti viscerali e tentativi di lucidità, probabilmente il sistema culturale avrebbe continuato a chiedere fondi (mai sufficienti nelle discussioni), a misurare le proprie attività in termini dimensionali, a contare sui turisti più che sulla comunità residenti, magari a lamentarsi della barbarie di giovani frettolosi e adulti ignoranti.

Avremmo chiesto ai sindaci appena eletti di mostrarsi sensibili verso le associazioni culturali attive in città da molti decenni, ogni tanto di occuparsi dei gruppi emergenti. L’azione municipale, segnata da un orizzonte temporale breve e dalla ricerca del consenso in vista della prossima tornata elettorale, avrebbe continuato a garantire una sopravvivenza dignitosa quanto più possibile estesa, mostrando qualche scarto occasionale verso il contemporaneo, tentando gli entusiasmi popolari con evocazioni storiche e cortei in costume, trasformando ogni tanto gli assessori in curatori.

Quell’ordine delle cose, che ci sembrava così definitivo e coerente con una gerarchia dei valori in fondo tardo-ottocentesca, appartiene al passato. Scorrendo qualche programma dei candidati in tutta Italia si vede, pur nell’eterogeneità (o nell’assenza) delle visioni, che ci si ostina a coltivare l’illusione che la società e la sua cultura possano tornare indietro senza passare dal via, ripristinando uno status quo ante del quale pure si lamentavano tutti invocando nuove regole rassicuranti ma costrittive (ah, la sindrome di Stoccolma…), di fatto battendo cassa.

EBOLLIZIONI IN CORSO

Il virus ha fatto danni enormi, ma ha fatto evaporare gli alibi. Inoltre ha messo a fuoco, senza remissione di peccati, il formarsi di una nuova relazione della società – di fatto, delle sue molteplici e magmatiche componenti – con il tempo e con lo spazio. La scommessa del sistema culturale, in una società che sa combinare connessioni e prossimità e che si mostra sempre più complessa e sofisticata, si gioca negli spazi urbani: è proprio questo il campo di battaglia dei sindaci, che dovranno dosare visione sintetica e azione analitica, e sostituire la tattica con la strategia.

Avremmo potuto accorgercene ben prima, ma adesso che non possiamo più tenere la città sotto la tenda a ossigeno non serve più rinviare la presa d’atto di un tessuto urbano e sociale in crescente sfasatura con la mappa e i riti del sistema culturale. La città incede con un nuovo respiro, vive di flussi plurali, accoglie pratiche non convenzionali. Certo, non pochi ignorano lo spirito del tempo che emerge, alcuni vi si oppongono, ma la società dei prossimi anni ha già cominciato a ridisegnare il tessuto della città. Il sistema culturale ne potrà essere al tempo stesso spina dorsale ed epidermide.

Tentare di mantenere l’assetto consolidato, che tutti descrivevano comunque come scomposto e inefficace, finirebbe per allontanare ulteriormente il governo municipale dal sentire della comunità urbana. Così si accentuerebbe la disaffezione del cittadino, e si darebbe un colpo piuttosto grave al capitale sociale, già così fragile nell’esperienza degli anni più recenti. Si rafforzerebbe quello statuto di specialità (members only) che fa sentire esclusa più di metà della comunità urbana, non solo per la percezione – spesso infondata – di prezzi troppo alti, ma soprattutto per l’arroccamento materiale e simbolico dell’offerta culturale.

 

 

DIVENTARE ADULTI DOPO UN’ADOLESCENZA TROPPO LUNGA

La rinascita – ogni tanto il declino – dell’Italia è sempre nata nelle città. Ondate di sindaci, magari di diverso segno ma di orientamento comune, hanno dato l’impulso per processi di crescita civica e culturale. Le due cose difficilmente risultano disgiunte. Qualche ondata, irruenta nello stile ma incerta nei percorsi, ha segnato – simmetricamente – la progressiva atrofia di città che pure avevano saputo instaurare dialoghi efficaci e convincenti con i propri cittadini. A ben guardare, e al netto dei caratteri personali, è lo spirito del tempo che agisce, inesorabile, sulla società e su chi la amministra.

Gli ultimi anni hanno messo in luce vecchie cicatrici e al tempo stesso hanno fatto emergere una diffusa temperie di rabbiosa impotenza. Il sistema culturale, scegliendo il conforto di regole rigide, ha finito per contrarre il proprio spettro prospettico, ricorrendo a salvagenti precari come la sovraregolamentazione tassonomica da una parte, e l’ossessione contabile dall’altra. La prima sfida, che le città possono raccogliere superando la tentazione di clonare approcci, metodi e strumenti adottati a livello centrale e regionale, è l’estensione della politica culturale ben oltre i sussidî monetarî.

Il ventaglio dell’azione municipale dovrebbe essere molto largo, anche in vista della necessaria diversificazione e sintonizzazione degli interventi, sulla base di una comunità non soltanto eterogenea ma anche mobile e versatile. La priorità, da cui dipende tutto il resto, è il palinsesto urbano, con i percorsi, i ritmi, i flussi e le pratiche che ne disegnano lo svolgersi della vita quotidiana e che non possono risultare più esclusi o tenuti lontani dalle torri d’avorio in cui la cultura è tuttora isolata. Il sistema culturale deve essere permeabile rispetto al reticolo urbano: accessibile, ospitale, inclusivo.

IL CULTURAL DIVIDE SI COMBATTE CON NUOVE MAPPE

La vulgata dominante si ostina ad ascrivere le diseguaglianze culturali a diverse responsabilità: dall’istruzione alla televisione, dal web agli smartphones, e così via in un comodo rosario le cui stazioni sottolineano colpe altrui. La società non ha il ‘dovere morale’ di andare a teatro o al museo, come pure ogni tanto scivola sotto la penna di alcuni. È il governo municipale a dover avvicinare la cultura ai quartieri: la mappa urbana mostra fin troppe aree del tutto vuote, dove al massimo è attiva una biblioteca rionale. L’offerta culturale dovrebbe essere distribuita uniformemente sul territorio cittadino.

Perché questo sia possibile, è urgente rilevare le sacche vuote che interrompono i percorsi urbani: edifici abbandonati, spazi negletti, luoghi chiusi. Il sistema culturale, per essere tale, non può restare rinchiuso nei suoi magnifici ma riluttanti decorated white cubes. In centro, i palazzi della cultura vanno aperti e arricchiti con la socialità anche ludica (come davanti al Centre Pompidou e al MACBA, tra giocolieri e skaters). Così diventeranno familiari e invitanti senza far pensare che vi si possa entrare solo dopo il test del DNA. Aree pedonali e un minimo di decoro urbano non guasterebbero.

In quel patchwork fertile e inquieto che chiamavamo ‘periferia’ la cultura dovrebbe saper combinare le sue accezioni spesso stupidamente contrastanti: opere d’arte da cui scaturisce la catena del valore, e al tempo stesso pratiche, visioni, credenze, desideri che coagulano nei gruppi sociali. Non basta ‘esportare’ reperti altrimenti depositati (cosa peraltro necessaria, ma non sufficiente); occorre stabilire un dialogo intenso, condividere luoghi e opere, attivare residenze creative che sappiano interpretare il genio del luogo e lo spirito del tempo.

UNA NUOVA CASSETTA DEGLI ATTREZZI

Prima di assegnare fondi, che il sistema culturale si ostina a ritenere il sintomo del gradimento del ‘principe’, si possono attivare strumenti tecnici e neutrali, la cui selettività è volta solo a incentivare le imprese culturali e scoraggiare le burocrazie assistite. Concessione gratuita di spazi, adeguamento dell’infrastruttura tecnologica, formazione iniziale e continua del capitale umano anche per estendere lo spettro di prodotti e servizi, accesso agevolato al credito, sostegno all’internazionalizzazione. Saccheggiata dal cinema e dalla pubblicità, spesso la cultura non si rende conto del proprio valore reale.

In questo modo il governo municipale sosterrebbe il sistema culturale rendendolo autonomo e rafforzandone la capacità di scambio e sinergia, e destinerebbe i fondi non a coprire falle contabili, ma a specifici progetti orientati alla qualità dell’offerta e alla partecipazione della domanda. Il sindaco non è un direttore artistico. Dovrebbe agire da maieuta, per imprimere un abbrivio strategico ai fermenti e ai talenti della propria città. Dovrebbe diventare mediatore e garante di nuove relazioni tra cultura, istituzioni, fondazioni, imprese, gruppi sociali. Così si sostituisce il consenso a buon mercato con la partecipazione sociale.

 

La scommessa più delicata e importante risiede nella necessità di superare la stagione dei bandi-fotocopia. Dopo anni in cui con una mano ci si vanta di ‘patti civici’ e con l’altra si soffocano molti aneliti creativi, le relazioni tra amministrazione municipale e organizzazioni culturali dovrebbe orientarsi verso forme di ‘artigianato istituzionale’, che mettano a confronto l’azione pubblica da una parte, e l’impatto dei progetti culturali sul capitale sociale, sulla qualità della vita urbana, sull’allocazione delle risorse, sull’inclusione sociale, sull’atmosfera creativa dall’altra. Confidiamo nei nuovi sindaci.

Michele Trimarchi, PhD, insegna Economia Pubblica (Magna Graecia Catanzaro), Economia della Cultura (IUAV Venezia), Arts Management (IED Firenze) e Lateral Thinking (IED Roma). Fa parte dell’editorial board, Creative Industries Journal; dell’international council, Creative Industries Federation; è co-editor, European Journal of Creative Processes in Cities and Landscapes. Ha pubblicato estesamente su temi di economia e politica della cultura, è stato esperto in progetti di cooperazione culturale internazionale (Indonesia, India, Brasile, Guatemala) e in progetti UE. Nel 2010 ha fondato Tools for Culture, non-profit attiva nel campo della progettazione strategica per l’arte e la cultura.

ABSTRACT

October municipal vote marks a cut on the usual dynamics featuring the cultural system. The pandemic experience has elicited visceral but also sensible reactions; in any case, it dismantled the excuses conventionally adopted, in order for steady survival to be granted to cultural organisations through stable public funds. Until two years ago we would have bid higher monetary subsidies, accepting a constrictive over-regulation and accounting metrics. Now, our relationship with space and time has irreversibly changed, and the needed action is naturally municipal. The cultural agenda is quite clear: the growing cultural divide among social layers must be faced redrawing the urban map, enhancing the permeability and the even diffusion of cultural supply; in-kind support – such as infrastructure, technology, training and access to markets – can prove much more effective than monetary subsidies. Xerox calls should be overcome in view of a new institutional craftsmanship aimed at negotiating, in a transparent way, public action for the social impact of cultural projects. We trust that the elected mayors will adopt this strategic view.

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