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Mi è capitato recentemente di prendere parte a una tavola rotonda sul futuro della ricerca negli studi di cinema e media audiovisivi. L’occasione era delle più rilevanti: trent’anni di vita della Consulta Universitaria del Cinema, l’associazione che in Italia rappresenta le ricercatrici e i ricercatori che si occupano di cinema, fotografia e televisione. A chi era seduto a quel tavolo era stato assegnato il tema “Cinema, femminismo e gender studies”: fuori dall’Italia un campo disciplinare con cattedre, finanziamenti, ricercatori; in Italia, con rare eccezioni, non più che un punto nei sillabi dei corsi di teoria del cinema o di linguaggi dell’audiovisivo. Nell’ascoltare le colleghe e i colleghi lì invitati, ciascuno con i propri oggetti elettivi e i propri studi, spesso portato di anni di lavoro, riflettevo su quanto poco di quei saperi, metodi, categorie, prospettive riesce oggi ad uscire dalle aule universitarie o da consessi quale quello che ci ospitava: certo attraverso le intelligenze e l’operato delle studentesse e degli studenti che formiamo, ma senza più quella capacità poietica e politica che il pensiero accademico aveva così potentemente espresso su questi temi negli anni Settanta.

Eppure mai come adesso il confronto e la condivisione sarebbero facili e, soprattutto, importanti. Se è vero, infatti, che la disparità di genere nel cinema e nell’audiovisivo si sta lentamente riducendo, è anche vero che il processo di inclusione di soggettività diverse da quella del maschio bianco, sullo schermo e dietro di esso, rivela criticità e rischi che forse non avevamo calcolato e che possono essere affrontati solo attraverso il dialogo fra istituzioni, industria e ricerca.

Il caso italiano è un buon esempio. L’entrata in vigore della nuova legge che regola il finanziamento pubblico al cinema e all’audiovisivo, nel 2017, ha impresso una spinta al processo di bilanciamento: in quattro anni la quota di registe donne è cresciuta tanto quanto nei 20 precedenti. Si tratta di una presenza ancora piccola (siamo sotto il 20%) ma che testimonia la bontà delle politiche di equità e delle quote rosa: irrinunciabili in questa fase, con buona pace per la nostra autostima.

A guardare più da vicino questi dati, anche quelli che parlano di crescita e di bilanciamento, emergono però alcuni segnali che invitano alla prudenza e suggeriscono l’opportunità di introdurre correttivi che possano garantire al processo il suo migliore esito.

Li elenco, con qualche evidenza numerica, rimandando alla fine di questo testo per più puntuali indicazioni di fonti e ricerche.

Anzitutto, come si è scritto, il processo di inclusione e di valorizzazione della diversità di genere avanza con grande lentezza e in modo non lineare. Un’andatura da gambero che sposta l’obiettivo del 50:50, auspicato dal Consiglio d’Europa, sulla linea di un orizzonte ancora molto distante.

Poi la differente velocità con la quale l’inclusione di professioniste donne procede: più spedita nelle produzioni televisive e per il web, più lenta nelle produzioni cinematografiche; più efficace e duratura nei cortometraggi e nei documentari, con avanzamenti millimetrici e precari nei lungometraggi. Questa differente velocità (e stabilità di approdo) è ben rappresentata dalle quote di progetti a direzione femminile che hanno beneficiato, nel 2019, degli aiuti previsti dalla legge italiana a sostegno del cinema e dell’audiovisivo e che attestano appunto una crescita disomogenea, in cui il fattore economico oltre alle differenze di contesto produttivo, ha un peso non irrilevante (per essere esplicita, la presenza femminile è maggiore e più stabile nelle piccole produzioni, di lunghezza e budget contenuti).

Gli stessi dati suggeriscono una seconda osservazione. La percentuale apprezzabile di donne fra gli autori con meno di 35 anni di età rivela una positiva tendenza al bilanciamento di genere fra le nuove generazioni di professionisti; tendenza confermata anche dalle quote più significative di sceneggiatrici e di montatrici impiegate in quelle stesse produzioni.

A proposito della presenza di donne e di uomini nei diversi ruoli professionali si osservi anche la figura 3 che mostra la composizione di genere per mansione delle 1085 produzioni che fra il 2017 e il 2020 hanno ottenuto il nulla osta per la distribuzione in Italia.

Tolta la constatazione che il divario di genere, in un senso o nell’altro, affligge tutte le professioni, quello che emerge è che esistono lavori in cui il processo di bilanciamento è più avanzato (la regia, per esempio, o il montaggio e la sceneggiatura) e altri dove le resistenze ad accogliere professioniste donne sono evidentemente difficili da superare (la direzione delle musiche, la fotografia o gli effetti speciali). A rendere questi spazi tutt’ora poco accessibili per le donne, come ricordava recentemente Gaia Bussolati, nota direttrice degli effetti speciali, entrano in gioco una pluralità di fattori, anche di natura culturale. Questi ultimi sono i meno manifesti, ma i più insidiosi; essi operano infatti a livello di percepito, obliterando alcune carriere dall’orizzonte di vita e di possibilità delle giovani e dei giovani. È come se, indipendentemente da vocazione o talento, alcuni ruoli continuassero ad essere considerati inadatti alle ragazze… dalle ragazze stesse. E lo stesso per i ragazzi: trucco e costumi, per esempio, passano per professioni ‘da donne’, poco appetite dei giovani e dove a tutt’oggi gli uomini sono rara avis.

Infine, se è vero che il bilanciamento è in corso e che se ne possono cogliere i segnali, per quanto deboli e talvolta ambivalenti, è anche vero che esso sta muovendo in un’unica direzione, cioè quella della femminilizzazione. Le donne entrano lentamente, come si è scritto, e con maggiore o minore difficoltà nei ruoli in passato dominati dagli uomini, ma non accade il contrario. È un dato problematico; esso è infatti l’avvisaglia di quel processo di devalorizzazione sociale ed economica dei “lavori femminili”, che li rende indesiderabili per i professionisti uomini, e, soprattutto, che li indebolisce sul mercato del lavoro. L’abbiamo già visto accadere troppe volte, anche in ambiti prossimi a quello delle industrie dello schermo: penso alla lucida (e sconfortante) analisi di Milly Buonanno sulle ‘sorti progressive, ma non magnifiche’ delle giornaliste italiane.

Che cosa allora possiamo fare per accelerare il cambiamento, nella direzione di un pieno bilanciamento di genere, tutelando a un tempo le professioni del cinema e dell’audiovisivo?

Molte e preziose indicazioni sono contenute nei contributi ospitati in queste pagine, in risposta alla chiamata di Letture Lente sull’equità di genere e, primo fra tutti, nel Decalogo dell’uguaglianza di genere nelle politiche culturali.

In dialogo con esse, l’apporto che vorrei qui dare è sulle politiche della ricerca, ovvero su come migliorare i dati (e i processi attraverso i quali essi sono raccolti ed elaborati) che fotografano la dis/parità di genere nelle imprese, nelle rappresentazioni e anche di fronte agli schermi (è la terza e fondamentale dimensione sulla quale va valutato l’equilibrio di genere). L’obiettivo è di offrire il migliore supporto agli interventi del Legislatore e, più ampiamente, alle azioni politiche, culturali e sociali che vogliano promuovere uguaglianza ed equità.

Mi soffermerò in particolare su tre questioni:

  1. il tipo di informazioni che utilizziamo per misurare il bilanciamento di genere e la possibilità di migliorare la qualità dei dati; 
  2. i metodi e i criteri di lettura che adottiamo e l’esigenza di elaborare approcci sostenibili, che permettano di dare continuità alla ricerca, e unitari a livello nazionale ed europeo, in modo da favorire il confronto e la condivisione, di saperi e di pratiche;
  3. la gestione dei dati: la natura degli archivi e le logiche di conservazione, accesso e disseminazione delle informazioni.

Parto dalla questione più spinosa: la natura dei dati. Non ne abbiamo mai avuto così tanti a disposizione, complici: il lavoro delle istituzioni e delle associazioni, l’attenzione sollevata da movimenti come il metoo e la relativa facilità con la quale le informazioni possono oggi essere acquisite e scambiate negli ambienti di Rete. L’esito è una felice effervescenza e una fioritura di indagini, ognuna con i propri metodi e metriche (punto sul quale tornerò), che provano quanto da tempo sospettavamo: il mondo dei media, nonostante tutto, continua ad essere segnato da un importante divario di genere.

Tuttavia, se il dato è quantitativamente cresciuto, esso resta qualitativamente fragile. Provo a spiegarmi meglio. Pensiamo alle ricerche che operano sul livello cosiddetto offscreen, cioè sulla composizione di genere delle maestranze impegnate nella realizzazione di film o prodotti audiovisivi. Tali indagini adottano quasi esclusivamente una logica binaria, cioè contano quante donne e quanti uomini sono impiegati nei diversi ruoli professionali. Significa che i ricercatori non conoscono il dibattito sul genere? O, peggio, che sposano una visione biologica della persona? Ovviamente no. Essi (ed io con loro) non hanno a disposizione altri dati se non questi. Possono dichiarare i limiti del loro approccio; esplicitare a quale fonte si sono appoggiati per l’attribuzione del genere sessuale e quali forzature o semplificazioni hanno dovuto operare (tipicamente assegnare il genere femminile o maschile sulla base del nome proprio del professionista); e, ancora, possono denunciare la lacunosità delle informazioni raccolte, ad esempio inserendo dizioni come: “non sono disponibili dati sulle soggettività non binarie”, ma non possono migliorare il dato. Non da soli, almeno.  

Metodo. Il secondo fronte sul quale la ricerca è oggi chiamata a mettersi in discussione è quello del metodo. Qui si intrecciano due ordini di problemi. Il primo, come si è anticipato, è la sostenibilità delle azioni di ricerca, e segnatamente, la continuità e sistematicità con le quali osserviamo i processi di inclusione e ne cogliamo le logiche di medio e lungo periodo. Si tratta di un problema che ha radici economiche, ma prima ancora politiche, che derivano dalla scelta di non prevedere per questo tema - da cui dipendono coesione sociale e crescita del Paese - risorse specifiche, come avviene invece, per esempio, per innovazione o green. Non mancano le eccezioni, certo, per tutti L’Observatoire de l’égalité entre femmes et hommes, per il quale rimando al bel pezzo di Claudia Ferrazzi, ma tali restano. Secondo aspetto è quello della replicabilità. Vi sono molte indagini e molto diverse. Questa pluralità di paradigmi e approcci è un fatto ovviamente positivo e una delle grandi conquiste della terza stagione dei gender studies. La contropartita è che diventa, così, difficile sviluppare analisi comparate, che possano portare in superficie le consonanze (e le correlazioni) fra diversi contesti e mercati e la dimensione globale di alcuni processi.

Infine la gestione dei dati, tema che esorbita il perimetro degli studi di genere e rappresenta la vera sfida che la ricerca, a qualsiasi ambito disciplinare afferisca, si trova oggi ad affrontare: che cosa conservare e che cosa eliminare? È il dilemma della post-scarsità. Come tutelare i dati, tanto più quando sensibili? E come renderli pienamente accessibili? Come aggiornare o modificare i dati regestati in passato? Pensiamo al caso tutt’altro che banale della scelta di un soggetto di modificare la propria soggettività di genere, e del suo diritto di vedere cambiati i dati che lo riguardano, anche se inseriti nei dataset in forma anonima. 

Per ciascuno di questi problemi ovviamente, non esistono soluzioni uniche, ma piani di interventi: alcuni tecnico-scientifici (per esempio per risolvere i problemi sollevati dalla gestione dei dati e degli archivi); altri, come si è scritto, di ordine politico (come per il finanziamento); altri ancora di carattere teorico e metodologico (per lo sviluppo di indici sintetici o di modelli in grado di misurare in chiave intersezionale, cioè valutando l’azione congiunta di più variabili sociali e culturali, i meccanismi di esclusione e le dinamiche di inclusione). In tutti i casi emerge tuttavia l’esigenza di muoversi, e con decisione, in una prospettiva di rete. 

Pensiamo alla questione della qualità dei dati e alla condizione di impasse nella quale ci troviamo. L’open access spinge verso la piena trasparenza, anche dei dataset (chi vi scrive è convinta che sia un’opportunità straordinaria per capitalizzare lo sforzo di ricercatrici e ricercatori e ridurre la dispersione dei saperi); in parallelo, le leggi sulla privacy e sulla tutela della persona sollecitano un’attenzione crescente verso la gestione del dato, tanto più se sensibile come quelli che maneggiamo quando ci occupiamo di inclusione (non solo il genere sessuale, ma anche l’età, l’etnia, il credo religioso, l’orientamento politico, le eventuali disabilità, e così via). Da questa situazione non c’è via d’uscita se non stringendo alleanze, per esempio fra professioniste e professionisti, che si rendano disponibili a condividere informazioni personali, e ricercatrici e ricercatori che si impegnino a tutelarle.

E così anche per la costruzione di una metodologia sostenibile e replicabile, per la quale è decisiva l’interlocuzione e la sinergia con le istituzioni e con l’industria; e per la gestione dei dati, che chiede un allineamento fra ricerca e politica.

Non è un percorso breve, né in discesa, ma è l’unico possibile. In gioco, come ricorda il film di Calopresti che presta il titolo a questo saggio, vi è la posta più alta: la persona, con la sua libertà e dignità.

Qualche dato, fra gli ultimi usciti…

BFI – Diversity and Inclusion. How We Are Doing

CNC - La place des femmes dans l’industrie cinématographique et audiovisuelle

MIC/DGCA-UCSC - Gender Balance in Italian Film Crews. Data and Research Policies (8½, forthcoming)

EBU - Gender equality and Public Service Media

Eurimages . Eurimages’s Gender Equity Strategy (2021-2023)

CIMA - Estereotipos, roles y relaciones de género en series de televisión de producción nacional: un análisis sociológico

COE – Diversity and Inclusion in the European Audiovisual Sector

COE - Female Audiovisual Professionals in European Tv Fiction Production

MIC- Valutazione di impatto Legge Cinema 220/2016

 

Mariagrazia Fanchi dirige l'Alta Scuola in Media Comunicazione e Spettacolo di Università Cattolica (https://almed.unicatt.it/) ed è professore ordinario di Cinema, fotografia e televisione. Il suo campo di ricerca sono i processi sociali e storici di fruizione dei prodotti mediali, con attenzione al significato e ai valori che essi assumono nella costruzione delle identità di genere, comunitarie e generazionali, nazionali. Fra le monografie: I nuovi cinema paradiso (Vita e Pensiero, 2017), L'audience (Laterza, 2014), Spettatore (Il Castoro, 2005), Identità mediatiche (Franco Angeli 2002). Collabora a progetti internazionali nell'ambito degli studi di genere, sulla storia delle audience e sul rapporto fra digitalizzazione, cinema e minori.

ABSTRACT

Data on gender equality in the screen industries have increased in recent years, also as result of social and cultural movements such as meetoo; growing political attention by States and public institutions; and the so-called gender studies ‘third wave’. However, several issues remain to be resolved. This paper aims to discuss in particular three aspects of the contemporary data policies on gender balance in cinema and audiovisual media:

- firstly, the type and value of information at our disposal in order to measure gender equality, its weakness and the necessity to enhance it;

- second, the methods and the heuristic criteria we have to adopt in order to analyze gender equality and, once more, our need to design sustainable and replicable approaches, which allow us to monitor gender balancing process over time and space (for instance by comparing different countries);

- finally, the data management, that is the logics of archiving, access and dissemination of information, and the complicated balancing between the necessity to defend data, as private and sensitive ones, and the necessity to offer the widest access to them, in order to show the persistent gender unbalance and, in this way, to trigger the change.

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