Negli ultimi anni, nel dibattito italiano sullo sviluppo territoriale delle aree interne si è fatto strada un concetto coniato per la prima volta una decina d’anni fa dal geografo torinese Giuseppe Dematteis, ibridando due immagini geografiche apparentemente contrapposte: la “metromontagna”.

L’ultimo volume pubblicato da Donzelli per la serie Riabitare l’Italia (Metromontagna. Un progetto per riabitare l’Italia a cura di Filippo Barbera e Antonio De Rossi, 2021) offre un avanzamento sulla definizione di quest’idea radicale, collegando il progetto implicito dell’immaginazione e della descrizione geografica alla progettualità esplicita della proposta politica.

“Per geografia “metromontana” – spiega Dematteis nello stesso volume – “intendiamo una descrizione ragionata di possibili relazioni virtuose tra centri metropolitani e territori montani. Essa si basa su fatti oggettivi, come i flussi di servizi ecosistemici, la chiusura di cicli, i differenziali climatici, i rapporti input-output tra le imprese, le risorse produttive naturali riutilizzabili, le filiere corte del cibo, la gravitazione per lavoro e servizi, le reti infrastrutturali e così via. Ma non solo. Fanno parte di questa geografia anche le interazioni immateriali, le immagini progettuali, gli scambi e le ibridazioni culturali città-montagna, le rappresentazioni e le valutazioni soggettive” (Dematteis e Corrado, 2021).

Da un lato, quindi, l’idea di metromontagna prende atto delle strette relazioni che esistono tra molte aree urbane e le aree montane contigue, con le quali si intersecano fino a costituire un sistema territoriale unico, dall’altro rappresenta un orizzonte, progettuale e politico, che ambisce a ripensare queste interazioni, riducendone gli squilibri, rendendole generatrici di sviluppo sostenibile e dotandole di una governance adeguata.

Il primo capitolo del volume curato da Barbera (sociologo dell’Università di Torino) e De Rossi (architetto, docente e direttore dell’Istituto di Architettura Montana del Politecnico di Torino), esplora il concetto di metromontanità attraverso il ripensamento di alcuni ambiti di connessione tra urbano e montano: 1) la governance di territori che sono spesso gestiti in maniera separata, ma che hanno interdipendenze che necessitano di nuove architetture istituzionali; 2) l’economia fondamentale, che costituisce l’infrastruttura sociale e materiale dei diritti di cittadinanza; 3) la materialità del territorio, che connette città e montagna nella complessa rete geomorfologica che costituisce la base dell’abitare metromontano; 4) la decostruzione degli immaginari urbani e montani e 5) la costruzione di un nuovo paradigma, simbolico e istituzionale, basato su nuovi “contratti spaziali”.

Una raccolta di fotografie di Michele D’Ottavio introduce la sezione centrale del libro, composta da sette capitoli, che tratteggiano diversi aspetti della complessità metromontana, reale e immaginata, a partire dal primo contributo, dello stesso Giuseppe Dematteis e di Federica Corrado. I due autori, fondatori dell’associazione Dislivelli, che da dieci anni anima il dibattito italiano sulle Terre Alte, descrivono le caratteristiche di una possibile geografia metromontana, analizzando le relazioni città-montagna esistenti nel Torinese e nel Cuneese ed evidenziando la necessità di nuovi strumenti di governance e nuove rappresentazioni per questi “sistemi territoriali da costruire”, fondati su una “montagna diversamente urbana”.

Nel capitolo successivo, Arturo Lanzani si fa portavoce di un nutrito gruppo di ricercatori e ricercatrici che hanno approfondito le caratteristiche e le potenzialità di questa “diversa urbanità” attraverso un viaggio in sei territori pedemontani e delle medie e basse valli (Appennino modenese; Valli Nure e Trebbia; Piemonte sud-occidentale; città-paesaggio insubrica; Valbelluna; Pedemonte friulano), concentrandosi su temi fondamentali, come: le dinamiche residenziali, le dinamiche produttive, le trasformazioni del settore primario, il turismo e i servizi.

La territorializzazione dei servizi di welfare è al centro del capitolo di Loris Servillo e Mauro Fontana, che evidenziano la necessità di costruire un welfare metromontano, che riduca i divari territoriali, attraverso la complementarietà delle pratiche e l’affermazione di una logica di progettazione dei servizi fondata sulla spazialità e non sulla monetarizzazione, anche attraverso la costruzione di nuovi ambiti territoriali, che guardino al rapporto di cooperazione e beneficio reciproco tra aree urbane e rurali.

Il tema dei confini è al centro delle riflessioni da insider di Sabrina Lucatelli e Giulia Valeria Sonzogno sulla Strategia Nazionale Aree Interne (SNAI), che probabilmente rappresenta l’unica politica recente che ha messo seriamente in discussione i ritagli territoriali esistenti, attraverso la costruzione dal basso delle aree pilota, fondate soprattutto sulla potenzialmente rivoluzionaria “geografia dei legami”.

Giovanni Carrosio propone una lettura bioregionalista della metromontagna, esplorandone le potenzialità come spazio di progettazione e di pratica della transizione ecologica, attraverso la valorizzazione delle interdipendenze tra città e terre (più o meno) alte in termini di scambio di materia e di servizi ecosistemici e la costruzione di economie territoriali su scala metromontana.

Nel capitolo seguente, Andrea Membretti approfondisce la complessità e la varietà delle popolazioni metromontane evidenziando come molti, soprattutto i più giovani, già pratichino di fatto forme di “metromontanità” attraverso le proprie geografie quotidiane.

Questa riflessione corale sulla metromontagna si conclude con un contributo di Mauro Varotto, che invoca la necessità di evitare che la costruzione di un immaginario metromontano replichi gli stereotipi esistenti riguardo alla città e alla montagna, aprendo invece la strada a nuovi sguardi, che vedano e rappresentino la varietà e la complessità.

Il volume, che rappresenta un importante avanzamento teorico e politico sul concetto di metromontagna, intorno al quale approfondisce temi, punti di vista, progettualità reali e potenziali. si chiude con alcune conversazioni che i curatori hanno avuto negli ultimi mesi con quattro personaggi che giocano un ruolo centrale nel dibattito recente sulla (metro)montagna italiana, da diverse prospettive: Luca Mercalli, Marco Bussone, Fabrizio Barca e Paolo Cognetti.

Nel suo ultimo libro (Geografia come immaginazione, Donzelli, 2021) lo stesso Dematteis definisce l’immaginazione geografica come la “capacità di scoprire nuovi mondi; o di cogliere nel disordine della Terra certi segni e dare ad essi un senso; o ancora di connettere la dimensione sociale dei luoghi con quella storico-ecologica”

Le riflessioni di Cognetti in particolare, si concentrano sul ruolo dei prodotti culturali nel generare e veicolare immaginari sulla montagna, in grado di influenzare il modo in cui questi territori vengono percepiti, immaginati e praticati dal grande pubblico. Il romanzo semi-autobiografico Le otto montagne, con cui Cognetti ha vinto il Premio Strega nel 2017, rappresenta uno dei più chiari esempi di prodotto culturale “metromontano”, scritto da un cittadino che si è fatto (parzialmente) montanaro e che nel tentativo di costruire un nuovo immaginario che mette in relazione due mondi solo apparentemente lontani, genera reazioni contrastanti. “Il problema principale – evidenzia lo scrittore milanese parlando del romanzo - è che è amato fondamentalmente da persone che vedono la montagna da lontano, come la vedo io quando sono in città, e quindi che la idealizzano, la sognano. Dai montanari invece ricevo critiche feroci, perché sentono il loro mondo sfruttato e idealizzato”.

La tensione tra realtà e immaginari territoriali è sicuramente presente nell’idea di metromontagna, che offre nuovi sguardi sul e nuove rappresentazioni del territorio e che può cambiare radicalmente il modo in cui si pensano, si progettano e si trasformano le relazioni territoriali non solo lungo la linea di faglia che mette in contatto città e montagna, ma all’interno delle stesse aree montane e di quelle urbane. Questo può avvenire solo a patto che ad ogni scala prenda il via un percorso che potremmo definire di “educazione alla democrazia territoriale”, che convinca la maggioranza dei cittadini dei benefici reciproci di politiche metromontane e della loro necessità per garantire il diritto all’abitare in ogni luogo.

 

Giacomo Pettenati, è ricercatore in geografia presso il Dipartimento Culture, Politica e Società dell’Università di Torino, dove si occupa di geografie del rurale e del cibo; patrimonializzazione dei paesaggi e cooperazione allo sviluppo. Da anni collabora con l’associazione Dislivelli, in attività di ricerca sul campo e di progettazione.

ABSTRACT

The idea of metromontagna radically questions the dominant representations (and policies) about the relationships between urban and mountain areas. An interesting collective book, published by Donzelli, collects a rich series of conceptual and operational reflections on this concept, proposing an innovative look, which is becoming increasingly popular in the Italian debate on local development.

 

Articoli correlati