© Photo by Flavia Barca

Un poliziotto vede un ubriaco che cerca qualcosa vicino ad un lampione e gli chiede cosa abbia perso. “Un mazzo di chiavi”, risponde l'interpellato. Il poliziotto allora decide di aiutarlo ma, dopo alcuni minuti di ricerca infruttuosa, chiede all'ubriaco se sia sicuro di aver perso le chiavi vicino al lampione. Quest’ultimo risponde di no: in realtà le ha perse nel parco. “Perché le cerchi qui allora?” - chiede il poliziotto – “... ma perché qui c'è luce!”.

Abraham Kaplan, il primo filosofo che si occupò di scienze comportamentali, ne parlò nel 1964 definendolo il ‘principio della ricerca dell'ubriaco’. Esso esemplifica la predilezione dei più al non avventurarsi fuori dal comfort di perimetri noti, e a porsi solo quelle domande a cui presume saper rispondere. Come l’ubriaco di Kaplan, il governo della città di Roma è ancora schiacciato all’interno del cono di luce delle narrazioni del Novecento, quelle che normano settori e oggetti e non regolano spazi di relazione. Abbiamo, invece, un gran bisogno di visione, di orientamenti di senso, mentre la politica mainstream ancora insiste a regimentare cose, sperando che la loro direzione magicamente cambi.

Non è strategico, infatti, cosa si fa nelle nostre città ma è indispensabile indirizzarne lo sviluppo: qual è il progetto dell’abitare, del vivere urbano che si sta mettendo in campo oggi?

Da troppo tempo ogni sindac* della Capitale si inchioda sulla comfort zone dello status quo, della sua sopravvivenza quotidiana, perché la montagna del cambiamento gli appare insormontabile.

Roma è una città complessa da governare e, in una sola consiliatura, pur con un budget incrementato, l’unica strada possibile è selezionare due o tre dossier-chiave con cui dare una spinta al rilancio della metropoli. Dossier su cui giocarsi la faccia e battere pugni e scarpe sul tavolo. Bene, io sono convinta che sia arrivato il momento di giocarsi il dossier “cultura”: il rilancio della cultura in una chiave di contemporaneità, come orizzonte di possibilità in grado di produrre semi di innovazione economica e sociale generativi di sviluppo inclusivo e sostenibile. Peraltro la cultura è un settore in forte movimento, anche grazie ai rilevanti fondi del PNRR di cui parla Cristina Loglio in questo stesso numero di Letture lente. Attraverso il PNRR, in particolare, la Capitale sta per essere investita da un ampio numero di opportunità. In particolare il rilancio di Cinecittà, da una parte, e il progetto ‘Caput Mundi’, dall’altra.

L’investimento su Cinecittà prevede la costruzione di nuovi studi e il recupero di quelli esistenti; gli investimenti in nuove tecnologie digitali, sistemi e servizi; investimenti innovativi per potenziare le attività produttive e formative del Centro Sperimentale di Cinematografia e la valorizzazione della Cineteca Nazionale; una strategia di formazione audiovisiva in più macro-aree professionali. Il tutto per un totale investimenti di 300 milioni di euro.

Anche in relazione ai flussi turistici previsti per il Giubileo del 2025, Caput Mundi prevede la definizione di nuove rotte di fruizione del patrimonio in grado di valorizzare anche i siti minori e quelli periferici. Numerose sono le attività che rientrano nel progetto: formazione per il management turistico, la creazione di sentieri a aree green, un biglietto congiunto per tutti i siti coinvolti, strumenti digitali di supporto all’accesso e alla comunicazione, interventi di inclusione e partecipazione attiva. Tutto questo ruoterà attraverso il restauro di un ampio numero di siti, con un finanziamento di 500 milioni di euro.

Il progetto Caput Mundi rientra tra gli interventi dedicati dal PNRR al Turismo. E gli obiettivi identificati ruotano intorno ad una migliore gestione e distribuzione dei flussi turistici. Eppure si fonda sulla Cultura, e potrebbe creare un potente effetto leva sulla sua valorizzazione.

Mi soffermo su Caput Mundi perché ricalca un progetto che, come Assessora alla Cultura, ideai con Christian Iaione, e fu messo a punto grazie ad un lungo lavoro di ricerca e documentazione della Sovrintendenza Capitolina: una strategia di valorizzazione del patrimonio culturale di Roma Capitale che faceva leva su percorsi di collegamento tra l’area archeologica centrale e il patrimonio diffuso nelle periferie, dal nome ‘Roma Gran Tour’, con un budget previsto di 116 milioni di euro.

L’idea nacque dall’obiettivo di ricucire, in un tessuto unitario di fruizione, il patrimonio archeologico, storico, paesaggistico e monumentale di Roma capitale, valorizzando anche siti più periferici. Il piano si articolava in due linee: da una parte, un grande progetto diretto a finanziare un sistema integrato di interventi materiali di restauro e allestimento sugli otto spazi culturali situati all’interno dell’area archeologica centrale e tre beni situati rispettivamente nei quartieri, nel suburbio e nell’agro romano; dall’altra, un progetto di interventi immateriali a supporto e valorizzazione degli undici beni materiali rigenerati. Si intendeva così dare vita a un modello innovativo di valorizzazione del patrimonio culturale che facesse perno su un approccio esperienziale, sull’uso delle tecnologie digitali, sul coinvolgimento della società civile, sull’uso della cultura come moltiplicatore socio-economico, sulla integrazione delle politiche pubbliche, sulla valorizzazione dell’effervescenza culturale e sulle competenze di molte organizzazioni che si muovono sul territorio, su nuova occupazione qualificata (nel progetto erano previsti, tra l’altro, corsi di formazione e riqualificazione di personale delle controllate culturali di Roma Capitale).

Il punto - la visione - era quindi quella di coniugare un sentiero fisico nella bellezza della Capitale, fatto di nodi ed attraversamenti (con strumenti di mobilità leggera), con un sentiero concettuale di ri-significazione contemporanea, in cui emergesse, con chiarezza, il rapporto tra le vestigia del passato e l’elaborazione di senso – condiviso - del futuro. Un nuovo racconto della mappa urbana diretta non solo al turista, da accompagnare e coinvolgere in nuove scoperte ma, soprattutto, ai cittadini e cittadine di Roma, bisognosi di ritrovare appartenenze, orizzonti di senso e, quindi, di valori in cui rispecchiarsi. Tra gli 11 siti selezionati per la fase pilota, un esempio è costituito dalla valorizzazione della Cisterna delle Sette Sale sul colle Oppio: una struttura a sette navate su doppio livello, oggi inaccessibile, pensata come il luogo deputato ad indagare il tema dell’acqua attraverso un sistema di comunicazione multimediale anche al fine di raccontare il rapporto vitale che lega la nostra civiltà all’acqua e alle sue infrastrutture (gli acquedotti, il sistema fognario, le terme etc.) fin dalla fondazione di Roma, al fine di costruire una nuova consapevolezza delle risorse esauribili e del loro consumo.

Allo stesso modo immaginammo, per fare un secondo esempio, di trasformare (ed esiste un piano di fattibilità della Sovrintendenza Capitolina in proposito) il complesso ex C.E.U. di via dei Cerchi - un edificio situato in prossimità del Circo Massimo e delle pendici del Palatino, nell’area del Foro Boario, ricchissima di presenze archeologiche - nel grande Polo Museale della città: un “luogo di approdo del multiculturalismo nella ricerca di un rapporto tra identità storica e identità moderna di Roma accomunate entrambe dall’attenzione, dall’apertura, dall’ospitalità verso altre culture nella consapevolezza che un’identità forte non ha paura di confrontarsi con altre identità e di apprendere, arricchirsi, migliorarsi, integrarsi nell’incontro con nuovi patrimoni culturali” (cito dal progetto). In tempi non sospetti (alla luce delle polemiche degli ultimi mesi sul ruolo dei Musei Capitolini vedi, tra gli altri, il puntuale intervento di Mariasole Garacci https://www.micromega.net/calenda-musei-capitolini-roma/ ), non si trattava di una idea di ‘museo unico’ quanto di uno spazio catalizzatore di informazioni, un ‘front office’ della città, un vettore di spinta verso i sentieri della conoscenza che potessero intrecciare il reticolo urbano e extraurbano, offrendo chiavi di lettura dello spazio e del tempo, dove ogni singolo luogo potesse risuonare le sue note ma all’interno di una melodia comune.

L’intuizione nicoliniana di recupero di senso, avvenuta quando “l’avanguardia culturale si è impastata con la sensibilità culturale romana” [1] e le consiliature di Veltroni e Rutelli che organizzarono e rilanciarono il sistema museale della città esprimevano visioni che implicavano già, al loro interno, modelli ben definiti di atterraggio nel territorio, ‘visioni cantierabili’ che, nei loro limiti e nella loro grandezza, hanno trasformato la storia della Capitale.

Visioni, quindi, che hanno indirizzato modelli d’intervento e di innovazione sociale.

Il punto che qui si vuole evidenziare è che sia Caput Mundi, sia l’investimento su Cinecittà sono due occasioni imperdibili per Roma se la prossima guida della metropoli saprà connetterli in una visione di cambiamento. Gli interventi fisici – di ampiamento, restauro, recupero, digitalizzazione ecc. – vanno implicati in una nuova direzione di creazione di senso/valore intersettoriale che guardi al turismo e al mercato internazionale parlando, in primis, delle significazioni umane sul patrimonio materiale e immateriale della città.  I due progetti devono essere condotti per mano a ridefinire l’idea mainstream di rigenerazione urbana intesa come riqualificazione edile, riappropriandosene in termini di rigenerazione del tessuto di relazioni, spostando la tradizionale attenzione dal ‘dove’ le comunità urbane vivono a ‘come’ vivono una città. Una visione, dunque.

Le città sono reticoli di spazi e di senso. Ogni intervento va pensato in funzione della sua sostenibilità nel contesto di un ecosistema urbano in grado di produrre non solo impatti economici ma, soprattutto, generativi sulla vita delle persone, sul loro sguardo sul mondo, sul loro percepirsi come ‘riconosciuti e sentiti’ in quanto parti integranti di quel tutto che il patrimonio culturale interpreta, racconta e rilancia.

Immaginiamo che questa rete di hub culturali possa dare respiro, colore e ritmo alla città, attraverso alcuni nodi dotati di forza centrifuga (il front office per i turisti della città a Via dei Cerchi in comunicazione integrata con il front office del mercato internazionale a Cinecittà? Solo per fare un esempio, tra i mille possibili) e in cui altri nodi istituzionali (dalla Cisterna delle Sette Sale alla Villa di Plinio al Parco di Centocelle) e altri espressione di proposte culturali partecipative radicate nei territori, siano interconnessi in un unico sistema che infrastrutturi una narrazione della città, e dei suoi valori (l’inclusione, la bio-diversità, la qualità dell’accoglienza…).

Nei programmi di quest’ultima tornata elettorale molti candidati sono orientati verso il rilancio della ‘cultura’. Il rischio è che questa venga semanticamente schiacciata su singoli aspetti isolati da un quadro più generale. Il rischio è che manchi una strategia, forte di un metodo d’intervento in grado di garantire un atterraggio concreto nel tessuto cittadino. Il rischio è che manchi il coraggio di combattere lobby di interesse e stakeholder infelici ma rassicurati dal “non cambiare nulla”.

Appare invece indispensabile scardinare la logica che governa (o non governa) il patrimonio culturale e naturalistico della città ripensando spazi, coordinamento, senso del luogo, visione: come nell’esempio di Kaplan, uscire dal perimetro della comfort zone, illuminata dal lampione, non varcato da troppi anni.

Occorre sperare in una nuova intelligenza, singola e collettiva alla guida della Capitale. Che guardi alla cultura come infrastruttura di quell’orizzonte di senso da intendersi come orizzonte di possibilità. Finora, a Roma abbiamo potuto esplorare solo poche frazioni di questi spazi del possibile. Li aspettiamo, con fiducia, dal nuovo sindaco di Roma.

NOTE E RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

[1] Walter Tocci “Roma come se: Alla ricerca del futuro per la capitale”, Donzelli

ABSTRACT

In the programs of Rome municipal election, many candidates are oriented towards the relaunch of 'culture'. The risk is that this purpose is semantically crushed on single aspects and isolated from a more general framework. The risk is that there is a lack of strategy characterized by a strong intervention method capable of guaranteeing a concrete landing in the city fabric. The risk is that there is a lack of courage to fight against interest lobbies and unhappy stakeholders who are reassured by “not changing anything”. It seems essential to unhinge the logic that governs (or does not govern) the cultural and naturalistic heritage of the city by rethinking spaces, coordination, sense of place, vision. We need to hope for a new single and collective intelligence at the helm of the capital, that looks at culture as the infrastructure of that horizon of meaning to be understood as a horizon of possibility. So far, in Rome we have only been able to explore a few fractions of these spaces of the possible. We await them, with confidence, from the next mayor of Rome.

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