Individuare i fabbisogni formativi per sviluppare le competenze digitali e ideare in chiave strategica il Piano nazionale di digitalizzazione del patrimonio culturale. Non bastano infatti le tecnologie, serve una cultura digitale che metta in connessione tutti gli attori e tutte le professionalità del settore. E’ questo l’obiettivo della collaborazione nata tra l’Istituto centrale per la digitalizzazione del patrimonio culturale – Digital Library e la Fondazione Scuola dei beni e delle attività culturali per redigere un piano di formazione e aggiornamento delle competenze digitali rivolto a quanti sono a vario titolo coinvolti nella cura e gestione del patrimonio culturale. Il progetto è stato presentato a Lubec 2021 nel corso del panel “Visione e competenze per il Piano Nazionale per la Digitalizzazione del patrimonio culturale” ospitato anche dalla piattaforma online di formazione a distanza della Fondazione con circa 250 utenti (oltre ai presenti in sala) collegati. L’appuntamento è stato introdotto da Laura Moro e Alessandra Vittorini, rispettivamente direttrice della Digital Library e direttrice della Fondazione Scuola dei beni culturali. 

DIGITAL LIBRARY

Per Laura Moro “siamo in un momento favorevole. Il Covid - has detto - ci ha lasciato una grande consapevolezza dei limiti delle nostre organizzazioni ma anche delle potenzialità che apre il digitale. Favorevole è anche il Pnrr. Abbiamo davanti a noi un quinquennio in cui ‘possiamo fare’. La quantità delle risorse è enorme come è enorme la sfida lanciata dalla Commissione UE, dobbiamo disegnare un orizzonte nuovo e un progetto collettivo a vari livelli”. La Digital Library, che ha il compito di elaborare il Piano nazionale di digitalizzazione del patrimonio culturale (PND) e di curarne l’attuazione, ha definito i capisaldi su cui poggerà il piano: separare lo spazio dei dati da quello delle applicazioni, ragionare in termini di processo, stimolare e facilitare la creazione di servizi di terze parte che innovino modalità di interazione con l'utente, creare ambienti per la cocreazione e coproduzione di contenuti. “Il patrimonio culturale non è più solo il centro della memoria ma anche il centro della creatività. Serve un patto per un progetto di ampio respiro e ampia durata. Dobbiamo creare un processo, serve una solida infrastruttura dati, ci serve di ragionare in termini di interdipendenza e non di autosufficienza (il cloud aumenta la sicurezza) e serve un investimento sulle persone. Alla fine di questo percorso realizzeremo degli asset che devono cominciare a lavorare e per farlo serve un investimento sulle persone”.

FONDAZIONE SCUOLA BENI CULTURALI

Questo percorso di investimento sulle persone sarà, come detto, realizzato insieme alla Fondazione Scuola dei beni e delle attività culturali. Per Alessandra Vittorini si tratta di “un progetto centrato sulle persone. Tutto questo serve alle persone, tutto questo ha bisogno delle persone. La formazione è la precondizione perché le strategie e le piattaforme vadano avanti”. 

La Fondazione, attraverso attività formative e di ricerca, contribuisce alla crescita del sistema di competenze per la gestione del patrimonio culturale e favorisce la formazione di una rete di scambio ed integrazione tra le diverse discipline e aree di intervento del settore. E questo progetto rientra a pieno nella mission della Scuola in house del MiC. “Qui - ha spiegato Vittorini - c'è un progetto grande, di ampio respiro, una maratona non uno sprint. Che rappresenta, nel percorso della realizzazione del Piano della digitalizzazione, la componente che necessariamente investe sulle persone come destinatari e come protagonisti. Bisogna investire su ognuna delle persone che è chiamata a realizzare questo cambiamento. Più passa il tempo e più il patrimonio culturale è di tanti, anche nel senso di attori operativi: dallo Stato agli enti locali, dai professionisti al mondo accademico, dal mondo della formazione ai cittadini fino alle associazioni. Le logiche della sussidiarietà mettono in campo nel patrimonio culturale un mondo sempre più largo. Bisogna quindi aumentare la capacità di mettere in rete questo mondo e deve aumentare l’investimento sul linguaggio comune che fa parlare questo mondo. Nel digitale, il tema è complesso e articolato, ma il discorso è lo stesso: costruire un linguaggio che consenta, dentro e fuori la pubblica amministrazione e specifici mondi, è una precondizione”. 

 

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