Se il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) dà per assodato che la cultura possa contribuire alla crescita economica del Paese[1], ci chiediamo fino a che punto questo strumento strategico, dalla portata unica per budget e tempi di implementazione, sarà in grado di conciliare e portare in equilibrio i diversi concetti di crescita a cui la cultura può effettivamente contribuire. Una crescita che non sia (solo) dimensionale, ma che passi anche e soprattutto attraverso uno sviluppo cognitivo-comportamentale, un ridisegno dei sistemi.

Detto in altri termini, e da quanto a oggi è dato comprendere, riuscirà il PNRR ad integrare la spesa in cultura in un piano ambizioso di rilancio del Paese? O, riprendendo il pensiero di Flavia Barca espresso in questo numero, il PNRR resterà per lo più “schiacciato all’interno del cono di luce delle narrazioni del Novecento, quelle che normano settori e oggetti e non regolano spazi di relazione”?

Tre sono almeno gli aspetti che questa domanda ci porta a considerare: il merito, la visione e il metodo di implementazione del PNRR.

Quanto al primo aspetto (merito), come sottolinea Cristina Loglio nel suo pezzo sullo stato di implementazione del Piano, il PNRR non è un piano pensato per i Settori Culturali e Creativi (SCC). Eppure, i SSC sono i destinatari di una fetta importante del budget (8,13 miliardi di euro, ben oltre il 2% suggerito dalla campagna di advocacy europea avviata da Culture Action Europe) per interventi prevalentemente relativi all’infrastruttura fisica del patrimonio. In questo modo, il PNRR entra senz’altro nel merito di alcune delle questioni urgenti da affrontare (quali la messa in sicurezza e l’accessibilità fisica e digitale del patrimonio, per esempio), in linea con quanto indicatoci dall’Europa (circa il 2% del budget della terza componente “Turismo e Cultura 4.0” della Missione 1 è destinato alla transizione verde e digitale dei settori culturali e creativi). Ma ne tralascia delle altre, a nostro parere non meno urgenti e importanti. Tra queste: il lavoro culturale (la cui riforma ben si lega al progetto di riforma sugli ammortizzatori sociali programmato dal Governo) e lo sviluppo di partenariati e servizi insieme ad altri settori (scuola, sanità, turismo ...) nell’obiettivo di far fronte ad alcune tra le questioni più urgenti di sviluppo sostenibile, quali la povertà educativa, il benessere psicofisico, le uguaglianze di genere, il turismo sostenibile e il cambiamento climatico. Innumerevoli sono i progetti tramite i quali i SCC hanno dato prova di poter contribuire a questi obiettivi, spesso oggetto di studi e valutazioni recensite su Letture Lente.

Quanto al secondo (visione), gli autori di questo numero intercettano una pletora molto più ampia di bisogni da affrontare, che esulano dal semplice recupero e adattamento dell’infrastruttura culturale fisica. Provano quindi a inquadrare gli sforzi del PNRR all’interno di una cornice di senso. Caput Mundi, tra gli interventi dedicati dal PNRR al rilancio del turismo della capitale che prevede la definizione di nuove rotte di fruizione del patrimonio in occasione del Giubileo 2025, è emblematico in questo senso, come commenta Flavia Barca. Il progetto offre alla città di Roma l’opportunità non solo di delineare nuovi percorsi turistici, ma di farlo alla luce di una visione rinnovata di patrimonio, che generi impatti economici ma soprattutto di benessere sulle persone e agisca da forza centrifuga verso un processo di rigenerazione che riguardi tutta la città, nonché i sotto-settori culturali più colpiti dalla pandemia. Il patrimonio culturale può infatti configurarsi quale nuova piattaforma di attivazione e sperimentazione per il mondo delle arti performative, rimasto troppo a lungo fermo nell’ultimo anno e mezzo. Michele Trimarchi applica, e allo stesso amplia, lo stesso ragionamento a tutte le città italiane, e in particolare a quelle che si preparano ad accogliere i nuovi sindaci appena eletti quale occasione di “estensione della politica culturale ben otre i sussidi monetari”. Una politica che si liberi di obsoleti dettami morali (la società deve andare al teatro e al museo) per avvicinare piuttosto la cultura ai quartieri e fare della qualità dell’offerta e della partecipazione della domanda i criteri cardine dell’assegnazione dei fondi. Una politica culturale che faccia dunque dell’offerta culturale strumento e non fine.

Non meno importante è il terzo aspetto (metodo), soprattutto in considerazione del fatto che gran parte degli investimenti pubblici (dalla difesa dell’ambiente e paesaggio, alla mobilità sostenibile delle aree metropolitane, alla diffusione del digitale, al presidio sanitario territoriale ...) dovrà essere decisa e programmata a livello locale e regionale. Viene dunque naturale chiedersi in che modo il PNRR prevede di coinvolgere le comunità locali nel processo decisionale e di espletamento degli stessi investimenti. La  scelta (‘top down’) dei borghi da rigenerare sembra andare in direzione contraria a quanto la dimensione territoriale del piano lascerebbe intendere. Come commentava Paolo Venturi qualche giorno fa, l’occasione è unica per sperimentare modelli alternativi che prevedano un maggior coinvolgimento degli abitanti, con un "valore d'uso" degli spazi deciso dal basso e il cui successo si misuri in termini di ben-essere e capacità innescate, e non semplicemente di flussi economici. Non si tratta di scenari utopici. Partecipazione attiva e coinvolgimento della comunità sono già i tratti distintivi delle politiche di finanziamento messe in atto da enti quali alcune Fondazioni di origine bancaria. In questo numero presentiamo per esempio il “Bando Distruzione” (che restituisce la bellezza ai territori attraverso la distruzione o mitigazione di brutture, in collaborazione con le comunità locali) e o il “Bando Educazione alla Bellezza” (che invita i ragazzi delle scuole a raccontare il concetto di bellezza a partire da un oggeto del patrimonio culturale di loro scelta) della Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo (intervista di Vittoria Azzarita).

La scommessa più delicata consiste nell’andare oltre la tentazione di integrare le priorità stabilite dall’Europa (green, digitale, parità di genere ...) in maniera quasi “meccanica”, senza riflettere alla reale opportunità offerta dai fondi in arrivo. Ben venga la transizione verde, così come quella digitale, ma proviamo soprattutto a capire se e come accompagnare le persone, e non solo gli edifici, verso questa transizione, invitando al tavolo chi, nel mondo artistico e culturale, ha fatto del rapporto con le comunità il proprio lavoro quotidiano. Con l’auspicio di passare da una logica di mero sussidio alla cultura a una di investimento nel Paese attraverso la cultura.

Buone letture lente.

 

[1] “La Componente 3 ha l’obiettivo di rilanciare i settori economici della cultura e del turismo, che all’interno del sistema produttivo giocano un ruolo particolare, sia in quanto espressione dell’immagine e “brand” del Paese, sia per il peso che hanno nell’economia nazionale (il solo turismo rappresenta circa il 12 per cento del Pil).” (p. 85)

 

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